Il Governo lascia

By Redazione

luglio 5, 2011 politica

Le nuove norme sulla responsabilità dei magistrati, sono state “stralciate” dal testo in discussione in Parlamento.
Non c’è da meravigliarsene ed a levare lamenti si è in ritardo. Con la botta che ha preso e la precarietà della sopravvivenza che gli è concessa, il governo Berlusconi non è certo nelle condizioni migliori per uno scontro con il partito dei magistrati, che per amicizie o per ben governate inimicizie, ha sempre trovato chi tirasse la giacca a governo e maggioranza ogni volta che si profilava qualche eventualità di reale (reale, non simulata) possibilità di riforma della giustizia. Se si può rimproverare a Berlusconi di non aver fatto quello che poteva fare quando era (o appariva) fortissimo, non lo si può certo rimproverare per quello che non fa ora che sembra davvero deboluccio.
Un problema c’è, però e resta.
Il passo indietro che il governo fa con lo “stralcio” interviene assieme ad un altrettanto significativo silenzio del Cavaliere nelle cose della giustizia. Niente più “esternazioni” sul partito dei P.M. etc. etc.

Anche questo è comprensibile. Costretto alla ricerca quotidiana di supporti esterni alla maggioranza, Berlusconi è oggettivamente nelle condizioni di dover evitare di fornire pretesti per “distinguo”, “dissociazioni”, paure vere o simulate etc. etc.
Ma, abbiamo detto, il problema resta.

Il problema, per chi cerca di capire che cosa ci si debba attendere per il futuro, è quello di vedere se Berlusconi, non facendo quello che ora non può fare, si riproponga di ottenerne qualche vantaggio, un analogo passo indietro del partito dei magistrati, un rallentamento, della frenesia persecutoria nei suoi confronti. Se così fosse, dovremmo prendere atto che Berlusconi è bello e fritto.
Diciamo questo non senza la coscienza del grosso carico di sciagurati corollari che una simile evenienza comporta. Ma, è inutile stare al giuoco di questo balletto, di queste evoluzioni quotidiane, fondato sul presupposto che anche la politica della giustizia sia fatta alla giornata e che abbia ad oggetto solo le questioni messe all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri e del Parlamento e sulle quali redigere i titoli dei giornali al più per la settimana in corso.
Proprio ora Angelino Alfano assume la carica di Segretario del P.d.L. e lascia il Ministero di Via Arenula. Dio ci salvi da qualcuno il cui nome è stato fatto come suo successore, mentre di altri, che pure sembrano in nota per la successione, si può dire, almeno, che non rappresentino essi stessi l’emblema del “passo indietro” della rinunzia a “tenere il fronte”.
Ma, Alfano, Segretario del partito del Premier, potrebbe significare un impegno nelle questioni della giustizia portato sul piano del partito, di un suo ruolo politico che non sia quello di claque del governo, ma, quello che nei regimi liberi e democratici è il vero volano che assicuri una rispondenza tra l’elettorato e gli eletti, la continuità di una posizione politica che non è fatta e non può essere fatta solo di disegni di legge, di emendamenti, ed, al caso, di “stralci”.
Nulla garantisce che Alfano concepisca così il suo ruolo e quello del partito che, più che andare a guidare, deve inventarsi.

Avrà da Segretario la coscienza, che non ha, in verità, dato prova sicura da ministro, di avere di fronte il partito dei magistrati, di doverlo affrontare, senza di che tanto vale che annunzi la resa (parlare di pace separata è una pretesa un po’ utopistica) su quel fronte?
Oltre che sulla questione giustizia, Angelino Alfano, non sembra aver mai né in Forza Italia, né nella D.C., né ad Agrigento, né a Roma, e sulla stessa concezione del partito come volano di propulsione della politica delle Istituzioni e delle Maggioranze, dato prova di possedere idee adeguate a quello che, forse, è solo un nostro modo di vedere come realizzabile ciò che auspichiamo. Ma, non si può e non si deve disperare.

Intellettualmente, Alfano può ben concepire il ruolo di un partito moderno di fronte a problemi con quello della giustizia italiana. Si tratta, semmai, di altro. Non aspetteremo di vedere quel che si accinge a fare per inviargli i nostri auguri. Di più non ci è concesso. E non solo a noi.

Mauro Mellini
Giustizia Giusta

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