Se la Lega rompe

By Redazione

luglio 4, 2011 politica

Il tormentone di inizio estate è uno e suona più forte di tutti gli altri: la Lega staccherà la spina al Governo? Messo in cassaforte il mese di giugno, con gli anatemi di Pontida seguiti da una diffidente tregua armata, si entra ora nella fase più calda che, se non fosse per il calendario, equivale ad un vero e proprio ferragosto governativo. Se è vero che la Lega ha fatto la voce grossa sul pratone per rassicurare la base, è altrettanto palese che la banda di Bossi non accetterà di vivacchiare alle spalle di un governo claudicante perché vedrebbe ulteriormente compromessa la propria credibilità rischiando di perdere parte di quell’elettorato esasperato che solo qualche domenica fa urlava “secessione, secessione”.

Domenica La Stampa notava che “i proclami di Bossi”,  sintetizzati in un volantino con 12 punti programmatici da realizzare nei successivi 180 giorni “entro le date stabilite”, sono “già lettera morta”. Questo perché, nonostante i toni trionfalistici di Pontida, il primo ultimatum è già scaduto e altre incombenze sono in bilico insieme all’umore fumantino delle camicie verdi che, col megafono di Calderoli, hanno ribadito:  “ci girano le balle”. Chiaro? D’altronde luglio ha portato con sè rogne che destano parecchie preoccupazioni alla maggioranza. Parliamo delle 29 missioni estere in cui sono impegnati oltre settemila soldati, la maggior parte dei quali in Afghanistan dove pochi giorni fa è morto il caporal maggiore scelto Gaetano Tuccillo.

L’ennesimo lutto tricolore ha offerto al Carroccio un motivo in più per alzare la voce e chiedere con maggiore insistenza il ritiro delle truppe, anche perché, lo ha sottolineato Bossi, “le missioni finiscono quando finiscono i soldi e i soldi sono finiti”. Da mesi il governo parla di “ritiro graduale”, mentre La Russa e Frattini invitano alla calma cercando di confezionare una exit strategy inevitabilmente complessa che preveda il contemperamento tra le esigenze di politica internazionale e gli affari interni. La Lega, dal canto suo, scavalca lo steccato della diplomazia e sceglie ancora una volta la strada dell’intransigenza alla vigilia di una scadenza cruciale. Entro fine luglio andrà infatti approvato il decreto sul finanziamento delle missioni che ammonta a 700 milioni di euro necessari per coprire i prossimi sei mesi.

Soldi che la Lega non vorrebbe far uscire dal Belpaese soprattutto in settimane dove manovra, tasse e pensioni sono le parole chiave del dibattito politico. Facile immaginare che Bossi voglia far pesare le proprie richieste, corredate da ultimatum e penultimatum spendibili in Parlamento. Il percorso a ostacoli comincia col voto leghista favorevole all’autorizzazione all’arresto del deputato Pdl Papa. Se non bastasse, in caso di mozione parlamentare sulla missione in Afghanistan, il Carroccio potrebbe spingersi a votare contro il Governo e, in quel caso, le opposizioni (da Pd e Idv a Udc passando per Fli) andrebbero a giocarsi la carta dell’astensione per dimostrare l’inesistenza nei fatti di una maggioranza parlamentare.

La Lega ha sempre saputo parlare alla pancia della gente e oggi, nonostante qualche fisiologico sintomo di stanchezza, batte sul ferro delle missioni estere perché caldissimo e dalle forti caratterizzazioni mediatiche. I “nostri ragazzi” che muoiono laggiù, i milioni di euro spesi in terre lontane “invece che in Italia”, la “dubbia utilità dei principi per cui si combatte” sono argomenti spendibilissimi per la campagna elettorale del Carroccio che, di fatto, è cominciata da alcune settimane con una marcia serrata e impermeabile ai richiami degli alleati pidiellini.

L’operazione di verde vestita fa rumore e appare in tutta la sua rudezza ma, ammonisce La Russa, “quando Bossi dice che dobbiamo ridurre il nostro contingente non fa altro che anticipare propagandisticamente una decisione che che tutti vogliamo prendere”. E allora perché tanti attriti? Perché è sceso in campo Bossi in persona per sparare a zero sulle missioni estere? La propaganda, si dirà. L’argomento mediatico, pure. Ma il tasto dolente che assilla Via Bellerio è un altro ed è quello delle pensioni, vero pomo della discordia nel dibattito sulla manovra.  “Non si toccano”, ha tuonato il Senatùr, marcando il terreno della lotta politica. Le pensioni, nerbo della protesta leghista che, per vincere la sua guerra, ha deciso di combattere senza esclusioni di colpi la battaglia sull’Afghanistan.

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