Mazinga vs Hitler

By Redazione

luglio 3, 2011 Cultura

Hitler va di moda nel carrozzone del cinema. È un abito che in tanti pensano di poter indossare con disinvoltura, salvo poi rivelarsi immancabilmente unfit per potersi riempire la bocca con sciocchezze a sfondo storico così dense e impegnative.

È successo di recente all’eclettico regista danese Lars von Trier. Presentando non più di due mesi fa a Cannes il suo ultimo Melancholia, si lasciò andare all’ennesima provocazione di una carriera costruita anche sulla battuta ad effetto: «Capisco Hitler, mi fa un po’ di simpatia». E non ci fu verso di precisare, puntualizzare e contestualizzare. I criticoni che gli avevano fatto passare lisce zozzerie come Idioti o Antichrist hanno chiesto, e ottenuto, la sua testa, cacciandolo (sic!) in tutta fretta dalla Croisette.

Ora, se unite quel che abbiamo detto fin qui al titolo e alle foto che campeggiano su queste pagine, vi starete chiedendo che ci azzecca il blockbuster dell’estate (che Harry Potter ci perdoni)  con uno dei leader più sanguinari della storia contemporanea.
Il trait d’union ha il viso angelico e le forme mozzafiato di Megan Fox. La modella considerata la donna più sexy del mondo, che deve la propria fama mondiale ai primi due capitoli della saga di Transformers – oltre che alla benevolenza di madre natura – ha rilasciato alla fine del 2009 una divertita intervista al magazine britannico Wonderland. Nella quale, oltre a mostrare generosamente centimetri quadrati del proprio corpo sugli scatti a corredo, sosteneva che  «è un incubo lavorare con lui, ma al di fuori dal set la sua personalità mi diverte in qualche modo perché è irrimediabilmente goffo. Non ha alcuna capacità di relazioni sociali e osservarlo fa tenerezza». Il soggetto della frase era Michael Bay, il quale, incidentalmente, è proprio il regista della trilogia, del quale sintetizzava la personalità con un sobrio: «Sul set vuole essere come Hitler e ci riesce». Mentre il 99,9% dei lettori della rivista non si era nemmeno accorto che a far da contorno alle immagini ci fossero parole di senso compiuto, la cosa non sfuggì al produttore del film, un tale Steven Spielberg, uno che, a parte per pellicole come Schindler’s list e Munich, verrà ricordato dai posteri per aver fondato la Survivors of the Shoah Visual History Foundation, fondazione che ha lo scopo di raccogliere e catalogare l’immenso materiale memorialistico prodotto spontaneamente dai sopravvissuti dell’olocausto.

Spielberg alzò la cornetta, chiamò Bay, che già di suo non doveva aver preso benissimo la cosa, e gli disse di silurare in tronco il bel faccino di Megan. La quale provò inizialmente a schernirsi davanti ai propri fans delusi dicendo di volersi dedicare a nuove sfide professionali, salvo poi essere smentita dallo stesso Bay, che ha svelato qualche mese fa tutta la storia in un intervista al tabloid Daily Mail, per poi minimizzare alla presentazione del film con parole al miele: «Era necessario ravvivare l’interesse amoroso del protagonista, solo per questo abbiamo dovuto cambiare».

Cestinata la bella Megan, i fan si potranno consolare con l’affascinante – ma dal nome che rasenta lo scioglilingua – Rosie Alice Huntington-Whiteley, ventiquattrenne britannica, discendente di un noto politico conservatore del primo dopoguerra, Sir Herbert Huntington-Whiteley, nonché, da parte di madre, di un’influente famiglia di ebrei polacchi, selezionata da Bay che già l’aveva diretta in una pubblicità per il brand di lingerie Victoria’s Secrets.
Nota, finora, per l’abbagliante bellezza sfoggiata nel calendario Pirelli e per poco altro, toccherà a Rosie portare quel tocco di garbo femminile in una trama che accelera forte sul versante dell’azione adrenalinica.

Si inizia nel 1969. Durante la missione sulla luna, il governo degli Stati Uniti conduce una missione segreta sul lato oscuro, che mira a reperire informazioni su un’astronave che ha impattato sul satellite terrestre qualche tempo prima. L’eccezionale rinvenimento di un robot alieno di dimensioni gigantesche viene, ovviamente, tenuta nascosta.
Incauta operazione, dato che quarant’anni dopo gli Autobot, i giganteschi robottoni che giocano nel campo dei buoni, si ritroveranno impegnati a combattere contro i Decepticon, i loro omologhi cattivissimi, aiutati questa volta da Shockwave, un temibilissimo avversario alla guida del pianeta Cybertron. Al fianco degli autobot ancora una volta Sam Witwicky, un ragazzo straordinario interpretato per la terza volta dal pupillo della scuderia Speilberg, Shia Lebeuf.

Fine della storia, per una sinossi che esaurisce in poche righe una trama in cui giocano forte i buoni stereotipi del genere. A riempire i restanti 157 minuti – eh già, preparatevi ad una permanenza in sala più lunga di quanto non siate normalmente abituati a fare – combattimenti, inseguimenti, esplosioni e una dose abbondante di sana ironia.
La forza di Transformers non si gioca sul piano della lettura superficiale di una narrazione che, nel suo sviluppo sulla scena, risulta elementare al limite del semplicistico.
Transformers non può non continuare ad attingere al proprio mito postmoderno, legato ai cartoni animati e all’infinità di giocattoli che hanno spopolato nel cuore di ogni bambino (ma le femminucce non si sentano escluse) per almeno un decennio. Si porta così dietro ancora una volta il difficile compito di non deludere i fans della saga, da una parte, ma al contempo di risultare un’opera appetibile anche a chi in quegli anni si dedicava ad altro (o magari non c’era proprio). E prova ancora una volta a giocare la propria partita nel mondo del cinema investendo nel tentativo di provare ad innovare l’intrattenimento e a scavare in profondità nelle tematiche del genere.

Fino a qualche lustro fa, probabilmente, il didascalismo di qualche nemico dallo spiccato accento russo avrebbe fatto inevitabilmente irruzione tra gli ingranaggi delle enormi macchine fantascientifiche. Oggi, invece, Michael Bay mostra di avere la consapevolezza di avere di fronte un mondo più complesso, una realtà che non è riducibile ad una descrizione manichea delle forze in campo. Anche se, quale (involontario?) omaggio ad un nemico che non c’è più ma forse c’è ancora, il film è stato presentato al Pushkinsky Theater di Mosca in anteprima assoluta, in occasione del trentatreesimo Moscow International Film Festival, importante evento «in un mercato emergente e sempre più importante» come ha affermato sornione Bay.

Ma pur dovendo attenersi strettamente, cosa che gli riesce benissimo tra l’altro, ai canoni di un genere diventato ormai un classico del cinema di tutti i tempi, il regista prova a scavare in profondità, sviluppando pieghe impercettibilmente determinanti nei rapporti tra i propri eroi, instillando anche negli antagonisti quel briciolo di umanità che permette al pubblico più attento di alzarsi a popcorn finiti con un mucchio di certezze, ma anche con qualche domanda.

Un autore in in grande spolvero, dunque, che è riuscito per la terza volta a mescolare sapientemente il tipo di cinema con il quale è ferrato – quello dei soldati che avanzano al crepuscolo, in controluce il disco del sole tramontante, quello delle pallottole che fischiano ancor più delle orecchie del pubblico, inondate da una colonna sonora invasiva – con un modello di cinema che potesse avvicinare qualsiasi tipo di pubblico al film. C’è dunque anche  un lato più puramente ‘commediale’, con venature addirittura da sit-com, nel quale fa da mattatore Shia LaBeuf, vero protagonista della scena, coadiuvato da due mostri sacri del genere, i due John, Turturro e Malkovich.
Sfruttando appieno il budget a disposizione – 195 milioni di dollari, che, sommati ai primi due capitoli, portano l’investimento della Paramount a superare abbondantemente il mezzo miliardo di verdoni – una solidissima colonna sonora costruita da Linkin Park, Paramore, My Chemical Romance e Goo Goo Dolls e, naturalmente, la spettacolarità degli effetti speciali messa a disposizione dagli studios.

Ovviamente, per il ripetersi di personaggi e situazioni, Transformers 3 non è un’opera priva di difetti. Alterna così gustosissimi momenti che filano via rapidi con sommo piacere, sorprendenti per come ancora oggi la costruzione di un cinema d’intrattenimento possa essere affatto banale e scontata, con ripetizioni, estremizzazioni e parodie di situazioni di per sé già perfettamente espresse e quasi esclusivamente risolte in altri frangenti della pellicola. Pecche imputabili al fatto che Bay è in qualche modo costretto a risolvere anche narrativamente i pochi nodi che vengono disseminati lungo le due ore e mezza di spettacolo, perdendo così la totale libertà di muoversi a proprio piacimento tra le pieghe della trama.

Al netto di qualche ingranaggio che poteva essere meglio rodato, il film sfrutta in modo divertente e utile la nuova tecnologia del 3d, troppo spesso ammennicolo utile a farsi venire qualche mal di testa di troppo: «Steven Spielberg  mi ha conivnto a convertirmi al tridimensionale – ha racconta Bay – e così, per farlo al meglio, ho accettato i consigli e l’aiuto di James Cameron: mi ha prestato la sua troupe di Avatar».

Tecnologia o meno, la saga di Transformers si è ormai accreditata come un vero e proprio fenomeno di costume, osannata e ricoperta di denaro sia dall’America neocon di Bush che da quella in preda all’obamamania. Un segnale importante per una classe politica che si appresta a rinnovarsi l’anno prossimo, per un presidente in crisi di identità e per un partito repubblicano che fatica a sfornare un avversario che sia anche competitivo, oltre che bizzarro o estremamente competente ma privo di appeal come quelli che sinora si contendono la leadership. L’uomo che avrà saputo intercettare gli umori, la passione, la voglia di evasione da una realtà in cui ci si ritrova spesso stretti, così come è riuscito a fare Michael Bay dando vita a quattro giocattoli, potrà vivere di rendita almeno per un paio di lustri. Come farà la Paramount, per intenderci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *