Obama e’ il nuovo Jimmy Carter?

By Redazione

luglio 1, 2011 Esteri

Dalla rivista statunitense the weekly Standard pubblichiamo la traduzione – curata da Irene Selbmann – dell’articolo “Is Obama Another Jimmy Carter?” scritto da Jay Cost.

Nel mio editoriale di mercoledì ho fatto un paragone tra l’amministrazione Obama e l’amministrazione di Jimmy Carter, 1977-1981, sostenendo che entrambe entrarono sulla scena politica senza il reale potere di influenzare i fondamenti dell’economia americana. Anche altri analisti hanno tracciato un paragone tra Obama e Carter. Ma oggi vorrei disegnare i limiti di questo confronto, poichè credo possa servire ai conservatori a capire meglio la sfida da affrontare alle prossime elezioni.

Per cominciare, c’è un fascino nell’analogia tra Obama e Carter che deriva dalla personalità di entrambi. Obama e Carter si consideravano al di sopra della scena politica, eppure erano politici quanto chiunque abbia occupato il 1600 di Pennsylvania Avenue a partire dal primo inquilino. Questo approccio da santarellino faceva infuriare gli avversari politici di Carter alla fine degli anni 70, proprio come gli oppositori di Obama si sono sentiti frustrati dal suo atteggiamento del ‘fate ciò che dico, non ciò che faccio’, sin da quanto è entrato in carica. L’altro parallelo di grande merito è quello che ho sviluppato mercoledì: tutti e due ebbero a che fare con un’economia che sembrava resistere in modo snervante a qualsiasi intervento del governo. Carter non riuscì a fermare l’inflazione, Obama non riesce a stimolare una crescita reale del settore privato.

Ma ci sono differenze sostanziali. La più ovvia è che i due provengono dai lati opposti del Partito Democratico. Carter era originario della Sumter County, Georgia, nel cuore della Black Belt sudista.  Il Partito Democratico del sud nel quale stava crescendo, era assolutamente bianco e rurale, e adesso questo tipo di elettori sostengono i repubblicani (in effetti oggi la Sumter County fu divisa dal voto presidenziale, proprio come la contea stessa è divisa quasi a metà tra bianchi e neri). Obama, d’altra parte, sicuramente non avrebbe sostenuto Carter, avesse avuto l’età per farlo nel 1976. Da intellettuale di Hide Park, alle primarie avremme molto più probabilmente sostenuto Mo Udall o Sargent Shiver. Carter – un democratico moderato del sud – avrebbe avuto un fascino modesto se non nullo per uno come Obama, così legato alla New Left.

Ad ogni modo, la differenza più importante per conservatori e repubblicani è il loro posizionamento all’interno del loro stesso partito. In parole povere, Obama è molto più forte all’interno della sua coalizione di quanto non sia mai stato Carter. Per averne un’idea, osservate lo schema qui sotto, che registra il consenso di Obama e Carter tra gli adulti democratici, indipendenti e repubblicani in alcuni momenti chiave per le rispettive amministrazioni. Tutte le cifre vengono da sondaggi Gallup.

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Noterete come da giugno del suo terzo anno in carica, Carter era definitivamente in crisi a causa dell’inflazione galoppante. L’economia rimane fragile oggi, nel 2011, ma non c’è la sensazione che le cose stiano andando fuori controllo. Quando l’indice di spesa dei consumatori inizia a salire nell’ordine dell’1% all’anno, come fece nel 1979, il consumatore medio si sente veramente in pericolo, esattamente l’opposto di oggi, che sembra che la maggior parte di loro stia ancora a galla.

Ma vorrei concentrarmi sul consenso tra i democratici. Notate come quelli di Obama siano molto più forti di quelli di Carter. Carter ha anche avuto più approvazione tra i repubblicani rispetto a Obama.

Perchè? Carter diventò presidente in un momento in cui il Partito Democratico stava collassando. Negli anni 60, la storica coalizione del New Deal fatta di bianchi sudisti, immigrati delle città e sindacati delle industrie, aveva cominciato a lasciare il passo alla coalizione di partito per come la conosciamo oggi – dominata da afroamericani e ispanici, liberali dediti al sociale e le loro lobby, e sindacati del settore pubblico. Questo processo era in atto mentre Carter era presidente e Carter, in quanto membro del ‘vecchio’ partito, per non parlare dell’ala più conservatrice di quella vecchia fazione, ha lasciato freddi molti democratici. Carter, da parte sua, non si è fece certamente un favore rifiutando regolarmente di mettere a tacere queste fazioni liberali nordiste. Il suo atteggiamento e quello dei suoi consiglieri, era quello di chi è arrivato alla Casa Bianca essendo indifferente, se non apertamente ostile, a queste fazioni sinistroidi, quindi perchè venir loro incontro?

Questo è il motivo principale per cui Ted Kennedy sfidò Carter nelle primarie del 1980. Non era solo per la diffusa sensazione che Carter non sarebbe stato facilmente rieletto, era anche per il fatto che c’era un fondamentale dissenso all’interno del partito. Se Carter sconfisse Kennedy quell’anno, lo fece comunque solo con il 51% dei voti alle primarie, perdendo grandi stati come la California, il Michigan e New York.

Obama non ha di questi problemi. Dagli anni dalla pericolante tenuta di Carter, il Partito Democratico si è ricostruito come la coalizione nordista e liberale che conosciamo oggi. Oggi, poche persone si dicono democratiche rispetto a una volta, ma quelli che lo fanno sono molto più omogenei ideologicamente, e tendono a stare a sinistra.

Questo dà a Obama una base di sostegno molto più forte di quella di Carter. Ho molti amici conservatori che si stupiscono che i numeri di Obama rimangano così forti, considerando lo stato dell’economia, la dimensione del deficit e l’impopolarità della riforma sanitaria. Credo che l’omogeneità del Partito Democratico moderno sia la ragione principale per la quale il consenso per il suo operato si attesta ancora intorno al 45%. Obama ha governato come un vero blue Democrat, e il suo partito continua a ricompensarlo dandogli un grande consenso.

Evitare che l’economia subisca tragiche battute d’arresto – come l’inflazione galoppante del 1979-1980 – non mi sembra proprio che i numeri di Obama possano cadere sotto il 40%. E’ il punto al quale la coalizione democratica resta unita al suo seguito. Non è abbastanza per vincere, certo, ma è abbastanza per rendere le cose difficili. Data la demagogia con la quale il team di Obama sta puntando il dito contro il piano sul budget presentato dal GOP, sempra improbabile che trovi qualche gran compromesso che possa alineargli le simpatie della sua base. Per cui, vedo pochi cambiamenti di numeri all’orizzonte.

Per questo motivo, penso che il democratico al quale Obama somiglia di più sia Michael Dukakis. Per capire cosa intendo, paragoniamo la posizione di Obama oggi tra diversi gruppi politici con i risultati degli exit poll del 1988.

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Ci sono similitudini inquietanti. Dukakis, a differenza di Carter, fu capace di tenere insieme la sua coalizione di partito. Perse le elezioni del 1988 perchè i repubblicani erano fermamente uniti su Geroge Bush e gli indipendenti virarono decisamente verso il GOP.

Questo è più o meno il panorama politico per come appare oggi, il che mi porta a concludere che se oggi si tenessero le elezioni e il GOP nominasse un candidato ragionevolmente accattivante, Obama avrebbe più o meno lo stesso successo di Dukakis. Data la polarizzazione geografica dell’elettorato (ad esempio la divisione tra red states e blue states), Obama si prenderebbe sicuramente più dei 111 voti elettorali di Dukakis. Anche fosse così, per i repubblicani la vittoria sarebbe possibile. Non schiacciante come quella di Reagan nel 1980, tuttavia netta.

In definitiva, credo sia il paragone più azzeccato per Obama. Non tanto con Carter, che era bloccato da divisioni interne che non affliggono Obama, quanto con Dukakis, il cui numeri alla fine coincidono abbastanza con quelli del consenso sull’operato di Obama negli ultimi 18 mesi.

[traduzione di Irene Selbmann, clicca qui per leggere l’articolo originale]

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