La fantasia malata di Repubblica

By Redazione

giugno 30, 2011 politica

A volte ritornano. E cercano di fare ancora più male, perché la volta prima hanno fatto un buco nell’acqua e questo proprio non lo possono accettare. Il sito di Repubblica riciccia, come inchiesta giornalistica, le intercettazioni, del tutto irrilevanti penalmente, risalenti al 2005 sul presunto caso Rai-Set che provocarono all’epoca un gran polverone poi conclusosi nel nulla e che rimangono uno dei casi scuola sulle drammatiche perversioni di un circuito mediatico-giudiziario malato che è un’anomalia tutta italiana; un circuito che determina da anni la violazione sistematica e crescente di diritti che dovrebbero essere fondamentali e che invece vengono spappolati a scopo di lucro e di macelleria politica nel silenzio di tutte le più alte cariche istituzionali e di garanzia.

Intorno a queste intercettazioni alcuni redattori di Repubblica ripropongono stancamente un noioso teorema inventato dalle loro menti e rivelatosi già a suo tempo inesistente dopo il vaglio della magistratura e della stessa Rai (azienda in cui allora lavoravo), che svolse un’inchiesta interna riconoscendo poi la correttezza del mio operato. Mi trovo dunque ancora ripresentata come pedina di una fantomatica struttura Delta che è il parto esclusivo di una fantasia di Repubblica, e che viene poi gettata nel miscuglio di altre ipotetiche strutture più attuali, in un’acrobazia diffamatoria che sfida le leggi della fisica, e che costringe a fantasie sempre più spericolate i saltimbanchi della cosiddetta informazione, stipendiati dai veri potentati economici di questo Paese, e drogati di male.

Non ho più voglia di raccontare quanto tutto questo sia falso, immotivato ed ingiusto, né di ridere sulle ossessioni e le fissazioni di personaggi che determinano l’agenda del Paese a forza di fango e teoremi, né di elencare le mostruosità anche logiche che questo circo produce, né di spiegare perché proprio questo circo è il nodo che ci tiene tutti avviluppati in un’immobilità che non distrugge solo noi, che siamo nell’occhio del ciclone, ma che ha ricadute drammatiche e purtroppo non quantificabili sull’intero funzionamento del Paese. Ho solo voglia di continuare a svolgere il mio ruolo di pedina, questa volta sì pedina, all’interno di uno schieramento che da sempre cerca di affermare principi di giustizia reale e non teorica e di tutela di libertà condivise, senza le quali nessun passo in avanti sarà più possibile per ciascuno di noi. Resto convinta che partecipare alla battaglia politica in corso in questi anni sia un onore, e spero che questo Paese si riconcili prima o poi con la normalità. Alla faccia dei drogati di male.

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Cara Deborah, conosco la tua passione civile e il tuo impegno in politica. Ho letto anche io su Repubblica la riproposizione di quella vicenda. Strachiusa da tempo e senza alcun rilievo né dal punto di vista giudiziario né tantomeno aziendale. Devo dire che sono rimasto sorpreso dalla scelta di riproporla. Sai come la penso sui giornali: devono dare tutte le notizie. Ma in questo caso mi chiedo davvero dove sia, visto l’esito finale di quella vicenda. Qualche giorno fa ho scritto un editoriale sul “regime della paura” e tutto quel che sta accadendo mi conferma l’esattezza dell’analisi. Non si può continuare così. Il problema però – e tu lo sai bene – non riguarda principalmente i quotidiani ma la magistratura. L’uso di intercettazioni «a strascico» deve finire. Nella rete finiscono innocenti e la diffusione di dialoghi irrilevanti e privati è un abuso. Nessun bavaglio, ma regole certe di civiltà e rispetto della dignità della persona sono più che mai necessarie. (mario sechi)

(da “Il Tempo“)

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