La Borsa di Prada

By Redazione

giugno 30, 2011 politica

Era il 1985 quando Miuccia Prada, allora spavalda 37enne con una laurea in scienze Politiche e la tessera del PCI, disegnò una linea di borse nere in nylon presto diventate l’emblema di uno stile rivoluzionario, biglietto da visita del made in Italy tanto da guadagnarsi l’esposizione presso il M.O.M.A. di New York. Calata nella realtà del ’68 dove partecipò alle battaglie femministe, la giovane Miuccia stava per appassionarsi al teatro ma poi ha scelto la moda per esprimere quel talento un po’ anticonformista che le ha fatto scalare le classifiche di Forbes.

E’ il 2011 e Miuccia Prada è la regina delle borse, non solo perché nipote di nonno Mario, venerabile capostipite che aprì la prima pelletteria in galleria Vittorio Emanuele II, ma soprattutto perché indiscussa innovatrice nel suo campo. Ecco allora che la regina delle borse ha deciso di quotarsi in Borsa (con la “b” maiuscola) ad Honk Kong. E’ successo in data 24 giugno con una partenza timida e diffidente, poi rafforzatasi fino ad arrivare a lunedì con un rialzo del 6%.

“La Cina sarà uno dei più importanti mercati del lusso”, commentava in quelle ore Patrizio Bertelli, a.d. di Prada, marito di Miuccia e armatore di Luna Rossa. Parole, le sue, in linea con la tabella di marcia della maison: nella repubblica popolare viene infatti fabbricato il 20% delle collezioni Prada che, in Asia, ha visto lievitare il proprio fatturato del 48,7% (645,7 mln di euro), un motivo in più per piazzarci 25 degli 80 nuovi negozi previsti entro fine 2012.

La quotazione a Hong Kong ha fatto parecchio rumore, scatenando il dibattito tra gli stilisti nostrani e catalizzando intorno a sè l’attenzione dei media internazionali affrettatitisi a documentare con dovizia di particolari l’evento mediatico-finanziario di inizio estate. “Prada detta la moda in Cina”, titolava qualche giorno fa il Wall Street Journal, mentre New York Times e Financial Times davano ampio risalto a dati e numeri della discesa in campo nel lontano Oriente. Ma non è tutto oro quello che luccica soprattutto perché, nel giro di pochi giorni, sono arrivate le prime polemiche, ovviamente dall’Italia.

Un dettaglio è stato svelato dal ben informato noiseFromAmerika che, nel dar conto dell’esordio di Prada a Hong Kong, sottolinea un dato interessante: le richieste di sottoscrizione del titolo hanno superato l’offerta di sole cinque volte, dato non entusiasmante da ascrivere al fatto che “un investitore anche non residente in Italia quando compra azioni di una ditta italiana, anche su una borsa non italiana, debba pagare al fisco del Belpaese il 12.5% di imposta (o più, se ha una quota azionaria superiore al 2%) su dividendi e plusvalenze: non si sa bene in cambio di quali servizi a lui resi dallo stato italiano”.

Se non bastasse l’oscura burocrazia italica, è giunta la freccia avvelenata di Re Giorgio Armani. “Hong Kong è una borsa più facile delle altre, non facciamoci troppe illusioni – ha detto qualche giorno fa -. Le quotazioni servono per fare entrare dei soldi nelle casse di un’azienda. Io non ho debiti. Non ho il problema di restituire alle banche i soldi prestati per rendere forte il nome”. Il messaggio, forte e chiaro, è stato accolto dal più classico dei ‘no comment’ al quartier generale di Miuccia, salvo poi scatenare un vespaio di reazioni nel mondo della moda. A partire dal collega Diego Della Valle che ha scelto la strada dello scontro frontale: “Giorgio Armani si è arrampicato sugli specchi, dicendo cose che non hanno senso. Se un’azienda si quota bisognerebbe fare un applauso, altrimenti non possiamo pensare di costruire aggregazioni”.

A chiudere la questione si era comunque fiondato il pompiere Corrado Passera, Ceo di quella Banca Intesa azionista e creditrice della maison Prada, nonché sua partner nella quotazione ad Hong Kong dove ha conferito all’Ipo il 4% del capitale (ne deteneva il 5% dal dicembre 2006), incassando 360 milioni, 255 dei quali di plusvalenza. “Non si trattava di quotare Prada per pagare i debiti”, secondo il banchiere che poi ha precisato: “l’obiettivo è favorire lo sviluppo e fare del gruppo un polo di nuove aggregazioni”. D’altronde la moda, in Italia, non può che inserirsi nel connubio di genio e sregolatezza, burocrazia e banche. Ma la borsa, quella sì, rimane di Miuccia, a Hong Kong come in Montenapoleone.

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