Diario di uno schiavo hi-tech

By Redazione

giugno 29, 2011 Cultura

La tecnologia ha rivoluzionato la nostra vita. Le abitudini si adattano alla disponibilità di nuovi gadget. La produttività individuale cresce in funzione dello sviluppo di device sempre più sofisticati. La “libido casalinga” aumenta esponenzialmente insieme all’entertainment digitale. La comunicazione quotidiana è più semplice ed alla portata di tutti.

Tutto questo “benessere” che ci circonda, però, alimenta anche in modo esponenziale la pigrizia individuale. E spinge a diminuire drasticamente il tempo da dedicare al fisico ed agli affetti personali, finendo a volte per inibire la nostra creatività. Se per molte persone, infatti, gli apparecchi tecnologici sono “mezzi” (per svolgere alcune attività, per migliorare il proprio stile di vita, per avere più tempo a disposizione), per alcuni di noi rappresentano una continua rincorsa alla conquista del prodotto più innovativo, dello status symbol del momento. Poi, però, una volta conquistato il trofeo da esporre per amici, parenti e colleghi di lavoro, arriva il difficile. Catapultati tra le mura casalinghe e protetti dal mondo esterno, ci concentriamo sull’ultimo smartphone (o tablet, o netbook) acquistato. E inizia il lungo viaggio alla scopertà di tutte quelle funzionalità che – ci hanno detto – lo rendono il migliore del momento. Arriva lo stress.

Non possiamo uscire a mangiare una pizza con la famiglia perché siamo indebitati fino al collo a causa delle rate per l’ultimo acquisto. Non abbiamo il tempo giocare con i nostri figli perché dobbiamo capire come sfruttare al meglio l’ultimo gioiello arrivato in casa. E ci nascondiamo dietro “problemi molto seri” che dobbiamo assolutamente risolvere. Proviamo invano a coinvolgere gli atri, cercando in loro quelle soddisfazioni che, nel nostro intimo, non riusciamo a trovare. Così, in un batter d’occhio, ci troviamo in una situazione in cui ogni momento libero è dedicato all’utilizzo dei nostri oggetti hi-tech. Intanto la vita va avanti: noi invecchiamo, i nostri figli crescono e le mogli… chissà. Ma è solo l’inizio dell’incubo.

Dopo qualche mese dall’acquisto dei nostri sogni, all’improvviso ci troviamo in mano un ferrovecchio surclassato dall’ultima perla presentata all’Apple Event o all’ E3 Expo. Arriva la depressione. Iniziamo a pensare, anche di notte, al prodotto appena uscito. E’ meglio del nostro? Ci serve davvero o possiamo farne a meno? Meditiamo senza sosta, accompagnati da una voce – sempre più flebile – che continua a ripeterci che sarebbero soldi buttati. Sul posto di lavoro usiamo internet di nascosto per cercare informazioni sulla novità appena uscita sul mercato. Controlliamo in continuazione, sempre on line, lo stato di salute del nostro conto corrente ormai allo stremo. E’ ufficiale: sono sicuramente soldi buttati. Ma non abbiamo ancora deciso.

Iniziamo a spargere la voce che siamo soddisfattissimi del gadget in nostro possesso, ma che forse abbiamo deciso di venderlo perché il nostro operatore telefonico ce ne regala uno identico. E’ un affare. Proviamo a dare il nostro “vecchio” gioiello in mano a tutti i figli piccoli dei nostri amici o parenti, nella speranza che qualcuno di loro lo distrugga, lo disintegri irrimediabilmente. Lo sappiamo: sono sicuramente soldi buttati. Ma non abbiamo ancora deciso.

Poi, all’improvviso, decidiamo. Vendere il prodotto usato non conviene. Meglio acquistare direttamente l’ultimo modello: il vecchio lo regaleremo a nostro figlio, che lo ammira da tempo, per la promozione. Come siamo generosi. Naturalmente nostro figlio, dopo qualche minuto di estasi, lo nasconderà in un cassetto senza adoperarlo mai. Meglio, sarà il nostro gadget di riserva.

Magicamente, depressione e stress scompaiono. Riusciamo a riposare, andiamo a mangiare la pizza con la famiglia e portiamo la moglie a fare un po’ di shopping. Poco, per carità. Riusciamo a convincerla che per noi l’acquisto è assolutamente necessario, che risolverà una montagna di problemi apparentemente insormontabili. Gli stessi problemi che, negli ultimi mesi, ci hanno tenuti lontano da tutto e da tutti nel tentativo di risolverli. Siamo finalmente sereni.

E nostro figlio? Quel tesoro di ragazzo, che nel frattempo è stato promosso a pieni voti e che si è già dimenticato del fantastico regalo che avrebbe dovuto farlo sentire un privilegiato tra i suoi compagni di scuola non possono permetterselo, ci vede stare meglio ed è contento.

Alla fine il giorno arriva. E’ domenica e i negozi sono tutti aperti. Ma il nostro pargolo, evidentemente rasserenato dal miglioramento del nostro stato d’animo, si fa coraggio e spara la domanda: “E’ una bellissima giornata, andiamo a giocare a pallone?”

“Figliolo, oggi fa caldo, ma al centro commerciale c’è l’aria condizionata e si sta proprio bene. Anzi, perché non accompagni papà a comprare una cosa? Poi ti prometto che, se non fa caldo, quanto torniamo giochiamo insieme fino a stasera”. E’ una domenica d’estate. E fa molto, molto caldo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *