Se salta il tappo Tremonti

By Redazione

giugno 28, 2011 politica

Fin dai primi passi della legislatura avevamo ben presente quale fosse il rischio del prevalere, nella compagine governativa, delle spinte anti-tremontiane. Da critici della prima ora del tremontismo avvertivamo tuttavia che non tutte le forze che si oppongono all’immobilismo rigorista del ministro erano volte al “bene”. Ci sono quanti – e sono purtroppo minoritari – rimproverano al ministro di aver represso con la scusa della crisi lo slancio riformatore dell’Esecutivo, ritenendo invece che proprio la crisi economica nel 2009, così come oggi la crisi dell’eurodebito, offrivano l’occasione per far digerire al Paese riforme profonde sia per mettere in sicurezza i conti pubblici che per favorire la crescita. Ma molti degli avversari di Tremonti, forse la maggior parte, si nascondono dietro la necessità delle cosiddette politiche per lo sviluppo al solo scopo di proteggere dai tagli il proprio portafoglio ministeriale o la propria fetta di spesa pubblica.

Per questo oggi far saltare il tappo Tremonti presenta molte incognite, qualche opportunità ma anche molti rischi. Ripeto: è ciò che, da critico di Tremonti, l’onestà intellettuale mi impone però di riconoscere. Non so come andrà a finire il braccio di ferro tra Berlusconi e Bossi da una parte e il ministro dall’altro. Il rigore, più che necessario, rischia di essere fine a se stesso, se il Paese continua a crescere dell’1% annuo (quando va bene), e quindi potremmo svegliarci non tra qualche anno, ma tra qualche mese, e scoprire che tutti i sacrifici fatti non sono serviti a nulla. Ma d’altra parte, se il pressing sul ministro, o addirittura il suo allontanamento, portassero ad allentare i cordoni della borsa, o a non tagliare la spesa nella misura necessaria, allora sarebbe una catastrofe.

Occorre invece essere più coraggiosi nei tagli alla spesa per poter essere più coraggiosi nel tagliare le tasse. Lo Stato va ridotto. Di più. Va sottoposto ad una spietata cura dimagrante. E restituire ai cittadini, alle imprese e alle famiglie, una parte dei loro guadagni oggi vampirizzati dal fisco è l’unico modo per incoraggiare le attività produttive. A meno che non si ritenga, come Bersani, che per incoraggiarle occorra prelevare «soldi freschi» dalle tasche dei cittadini per redistribuirli in modo dirigistico alle attività che una cerchia di “illuminati” ritiene più produttive (alla fine secondo le proprie convenienze politiche). E’ ciò che intendono quanti parlano di una “politica industriale”.

Molta demagogia si è fatta sui cosiddetti tagli lineari, quando tutti sappiamo che in Italia, appena ci si chiede dove tagliare selettivamente, dal presidente della Repubblica fino all’ultimo degli editorialisti nessuno indica con precisione dove tagliare, tutti però sono bravissimi ad indicare i settori che non solo meritano di non subire tagli, ma persino di ricevere investimenti ulteriori. Un’ipocrisia francamente insopportabile di fronte alla quale appaiono di gran lunga più onesti i tagli lineari di Tremonti.

A due condizioni a mio avviso si possono rendere politicamente sostenibili misure impopolari ma certo non antipopolari: 1) dalla politica deve giungere un esempio concreto – e tra i tagli che vengono ipotizzati, il livellamento dei compensi pubblici alla media europea è una misura dal valore non soltanto simbolico. Certo è che il modo in cui Tremonti ha fatto filtrare le sue proposte anti-casta non è stato dei più limpidi e desta qualche sospetto che si prepari a giocare la carta demagogica in chiave tutta personale (“mi hanno fatto fuori perché volevo tagliare i privilegi della politica”), presentandosi tra qualche mese come salvatore della patria. 2) che a fronte della minaccia di finire come la Grecia, si offra agli italiani una prospettiva incoraggiante: stiamo riducendo lo Stato per rendervi più ricchi e più liberi. Per questo è fondamentale che quella fiscale sia una vera riforma.

La riduzione effettiva della pressione fiscale può anche essere minima in questa fase, ma dev’esserci. Naturalmente non in deficit, ma prelevare le risorse da qualche altra “tasca” sarebbe un inganno, oltre che probabilmente dannoso per l’economia. Un punto percentuale in più di Iva – in Italia già alta e altamente evasa – potrebbe essere facilmente eroso da ulteriore evasione, nonché fornire un alibi per aumenti ingiustificati dei prezzi, mentre l’aliquota sulle rendite finanziarie dovrebbe restare competitiva per non scoraggiare gli investimenti nel settore privato. Piuttosto, disboscare il sistema di deduzioni e detrazioni, semplificare, e tagliare ulteriormente la spesa. Se per centrare l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2014 servono 40 miliardi, perché non si taglia la spesa di 50 per destinarne 10 alla riduzione della pressione fiscale complessiva?

La Lega ha ragione quando chiede che il patto di stabilità interno sia più clemente con i comuni virtuosi, ma ha torto quando rifiuta l’allungamento dell’età pensionabile. Dev’essere chiaro a tutti i cinquantenni che lavorare qualche anno di più è un sacrificio non fine a se stesso, o peggio un regalo al governo, ma a beneficiarne saranno i propri figli. E sarebbe delinquenziale se, esattamente come ha fatto il governo Prodi, per non mandare in pensione i cinquantenni qualche anno più tardi si aumentassero di nuovo i contributi ai lavoratori parasubordinati, i cosiddetti precari, che oltre a sopportare sulle proprie spalle tutto il peso della rigidità del mercato del lavoro, si ritrovano già buste paga piuttosto leggere.

(dal blog “JimMomo“)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *