Il Pd non fa sconti a chi legge

By Redazione

giugno 28, 2011 politica

Estate, tempo di mare e di libri sotto l’ombrellone, magari scontati, magari acquistati on-line, prima che un nuvolone fantozziano si abbatta su noi ignari lettori. A confezionarci la “perturbazione” sta provvedendo il Parlamento, dove è allo studio una proposta di legge dal sinistro titolo “Nuova disciplina del prezzo dei libri”.

L’iniziativa è stata promossa, al principio della legislatura, da Ricardo Franco Levi, esponente del Partito democratico ed ex sottosegretario del secondo governo Prodi. Per chi non lo sapesse, Levi è l’autore del famigerato disegno di legge cosiddetto “ammazzablog” che – per fortuna accantonato – avrebbe obbligato bloggers e co. ad iscriversi ad un Registro degli operatori di comunicazione.

Invece, in tema di libri, Levi, e con lui il Pd, appoggiato da tutte le altre forze politiche presenti in Parlamento, ha ben pensato di “sostenere” il mercato editoriale imponendo, per legge, un taglio agli sconti proposti ai consumatori.

Nella proposta di legge – ora al vaglio del Senato – viene infatti stabilito un limite massimo di sconto del 15% sul prezzo dei libri in vendita presso tutti gli esercenti (dalla piccola libreria alla grande distribuzione) e attraverso tutti i canali di vendita, online compreso; inoltre, lo sconto applicato potrà arrivare al 25% solo per campagne promozionali che non durino più di un mese (e comunque mai a dicembre).

La diatriba a cui cerca di rispondere la proposta-Levi è quella sorta negli ultimi anni tra piccoli e medi librai indipendenti da un lato e grandi distributori e megastore dall’altro, con i primi ad accusare i secondi di procedere a campagne promozionali “selvagge”, raggiungendo livelli di ribasso inarrivabili: non a caso l’Ali/Confcommercio (Associazione librai italiani) ha salutato favorevolmente il testo del Pd come “l’unica possibile mediazione tra opposte esigenze”.

Dunque, come spesso accade i propositi di una legge sono distanti da quelli dichiarati, basti pensare che il comma 2 del primo articolo della proposta recita: “Tale disciplina mira a contribuire allo sviluppo del settore librario, al sostegno della creatività letteraria, alla promozione del libro e della lettura, alla diffusione della cultura, alla tutela del pluralismo dell’informazione”.

Viene invece il legittimo dubbio che della “promozione del libro e della lettura” e della “diffusione della cultura” al legislatore si sia interessato poco, stando più attento a discriminare le scelte all’interno di una battaglia corporativa e di retroguardia.

Chi acquista libri on-line, chi vive i grandi bookstore come luoghi di nuova fruizione culturale, viene visto da questa proposta del Pd come un consumatore a cui mettere un freno, nell’illusione di proteggere dal mercato chi sul mercato non sa più stare, a prescindere dalle dimensioni aziendali.

E spiace, infine, che il Partito democratico confermi con questa proposta una mentalità dirigista e un po’ retrograda, un “piccolo è bello” che non fa che assecondare gli storici ritardi del Paese, che semmai proprio di aperture ed innovazione dei mercati e di legislazione consumer-oriented ha bisogno.

(da QDR Magazine)

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