Ballkan Bazar

By Redazione

giugno 26, 2011 Cultura

Imperdibile questo “Ballkan Bazar”, film di un regista albanese Edmond Budina, che potrebbe essere la risposta locale a Kusturica in salsa vagamente macabra. La trama infatti parte dal mancato rientro di una bara di un cittadino francese e si dipana in mille disavventure in un paesino ai confini con la Grecia, dove gli abitanti vivono con pensioni pagarte dal governo greco e  dove ci sono finti preti ortodossi che riempiono il cimitero dissotterrando cadaveri di albanesi e  facendoli poi passare per greci.

Insomma le ragioni dei conflitti etnici dei Balcani prese molto, ma molto, per i fondelli con effetti più che esilaranti. Visto con gli occhi di un ufficio stampa il film può anche essere raccontato così: “Julie, affascinante quarantenne, dopo il divorzio dal marito italiano, decide di tornare a vivere in Francia. Vuole portare con sé anche le spoglie di suo padre, un ex ufficiale morto alcuni anni prima in Italia. Ma la bara è scomparsa, per errore è  stata spedita in Albania. L’inaspettato viaggio di Julie e sua figlia Orsola, prima a Tirana, poi in un paesino sperduto del sud dell’Albania, si muove dentro il perimetro reale di un contenzioso tra Greci e Albanesi per il possesso di luoghi di culto per i defunti, disseppellimento, vendita di ossa e mausolei da costruire. Il contrasto tra il mondo ancora arcaico degli abitanti del luogo e quello moderno di Julie e Orsola genera frizioni drammatiche e, al tempo stesso, comico-grottesche. Complice l’amore, i due mondi si contamineranno.”

La morale è ancora più semplice: In tutto il mondo si costruiscono cimiteri monumentali, si riesumano i morti, si profanano  tombe per cancellare la memoria degli altri.  E quello che è narrato in maniera romanzata e con un presunto lieto fine nel film pare che sia veramente accaduto negli anni ’90. E’ risaputo che i Greci avanzano pretese territoriali nei confronti dell’Albania del sud, da loro chiamata Epiro del nord. Allo stesso modo, gli Albanesi rivendicano zone della Grecia del nord dove giacciono tombe dei loro antenati. Quasi sempre queste dispute generano  guerre. Che si nascondono dietro idee, dottrine, ideologie, religioni, e si manifestano con lo sventolio delle rispettive bandiere. Il regista, oltre a fare ridere di gusto gli spetattori nel tempo molto contenuto di 88 minuti, vera rarità di questi tempi, ha il merito di dissacrare questi conflitti etnico-religiosi, deridendo ortodossi, cattolici e musulmani e facendo vedere la gente di quei posti per quello che è nella vita reale: persone mediocri che usano la religione non come tanto come scelta identitaria ma per trovarsi un mestiere che li aiuti a tirare a campare. Così come in Italia ci sono tanti convertiti che fanno di mestiere “gli islamici”.

In questa ottica si diventa preti, profanatori di tombe o guardiani di cimiteri. E invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia. Curiosità: il regista dal 2000 al 2002 ha partecipato anche al cast della telenovela “Un posto al sole”, e quindi conosce l’Italia e i suoi polli spettatori benissimo. E questo si capisce anche dal prodotto-film che ha loro venduto, girato sicuramente in economia.

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