A pranzo con il dottor Gambino /1

By Redazione

giugno 26, 2011 politica

Non si dovrebbe mai fare nulla di cui non si possa parlare dopo pranzo. (Oscar Wilde)

A Roma inizia a fare caldo. La gente scende accaldata dall’autobus, ai bar i tavolini al sole rimangono deserti nonostante la ressa, sui cartelloni pubblicitari a mettere in discussione l’impero di Harry Potter ci prova solo la Freemont, il primo tentativo di Marchionne di trasformare Torino in Detroit. Con il dottor Attilio Gambino, uno dei meglio inseriti insider del Palazzo, prendiamo posto alle Due Fontanelle, ristorantino appena dietro il Palazzo di Giustizia. “Non fa mai male, di questi tempi, venire a salutare qualche vecchio amico in Cassazione”, osserva Gambino, prima di ordinare del salmone alle erbe e una spigola all’acqua pazza, che bagna con un Erice moscato che profuma di Sicilia.

Gambino è molto preoccupato della piega che stanno prendendo gli avvenimenti in questi ultimi giorni. “La P4 è un’invenzione giornalistica” – conviene l’analista – “che poco c’entra con Gelli e con la P2”. Rimane a suo avviso il fatto che la mescolanza di un certo modo sbrindellato di trattare la cosa pubblica, una magistratura arrembante che guarda con bramosia ai fasti del ’94, e una stampa che non riesce a filtrare con pazienza e sapienza le notizie isolandole dai pettegolezzi, sta indebolendo l’intelaiatura sociale, politica e culturale di un Paese già in difficoltà.

“L’altro giorno mi sono trovato in un consesso di medi e grandi imprenditori. Gente che fino a qualche anno fa non è che amasse Berlusconi, ma lo preferiva a qualunque altra opzione sulla piazza. Sentir parlare di Letta o Fioroni come possibili interlocutori, e sul piano degli interessi reali, attenzione, non sulla bella politica. Cioè, Letta e Fioroni!”. Non ci sono più possibilità di ripartire: “L’unica exit-strategy possibile è quella di guardare al futuro, trovare un modo di uscire da questa densa nebbia appiattente che sta avviluppando tutto”.

E come farlo? “Non saprei, non è di questo che mi occupo. Però prenda Bisignani. Una persona squisita a parlarci, non ho nessun problema a dire che l’ho conosciuto e ho avuto spesso a che farci. Nelle intercettazioni scoperchiate dalla vicenda che lo riguarda, al di là della irrilevanza giuridica, si legge di una classe politica che concepisce il proprio futuro unicamente come tentativo di mantenere la propria poltroncina. È lì che bisognerebbe fare un salto di qualità. Se no, mi consenta il termine, fra qualche anno saranno cazzi amari per tutti”.

Nessuno escluso: “È un problema di classe politica globalmente intesa. Prenda Di Pietro, per esempio. Persona gioviale, fustigatore dei corrotti e dei corruttori. Provi a farsi un giro nel gruppo parlamentare dell’Idv. Sentirà voci insistenti sul fatto che la correzione di linea del leader sia strumentale a certe intercettazioni che girano su di lui. Che poi Bisignani mica era Riina, è uno normale, se ti chiamava tu comunque rispondevi”.

Ma se proviamo a spingere l’acceleratore sui documenti che riguardano Di Pietro, Gambino frena: “Non sto dicendo che esistono. Il fatto è che se pure all’interno di un partito leaderistico come quello, che ha fatto di battaglie giustizialiste la propria ragione di vita, si insinuano dubbi come questo al primo accenno di scostamento dalla linea, la situazione assume veramente i tratti di una roba gravissima ma non seria”.

Come si concluderà l’estate di Bisignani? “È la città sbagliata per porre questa domanda”, risponde Gambino sorridendo. Che ha già pagato il conto e, alludendo a qualcosa che ci è evidentemente sfuggito, ci congeda cortesemente.

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