Peace & Love 2.0

By Redazione

giugno 24, 2011 Cultura

Uno dei parametri per determinare la democraticità di un paese è di valutarne la libertà d’informazione. La rielaborazione, l’uso e la sua distribuzione sono gradi di libertà importanti che descrivono le relazioni che esistono tra la fonte dell’informazione ed il suo utente finale. Risulta lapalissiano come laddove tale libertà sia inesistente questa rete di relazioni diventi elementare ed univoca. Una rapida occhiata alla costituzione nordcoreana aiuta a chiarire meglio il concetto. Nonostante l’informazione sia dichiarata libera, il ruolo della stampa è quello di “rafforzare la dittatura del proletariato aumentando l’ unità politica e la conformità ideologica del popolo, unendoli alla base del partito e del Grande Leader per la causa della Rivoluzione“. Una fonte -lo Stato- ed un utente finale -il popolo.  Nessuna rielaborazione ammessa, nessuna rete d’informazione, nessun grado di libertà.

Diametralmente opposta è invece la situazione di quei paesi che assicurano e proteggono questa libertà: più fonti forniscono diverse informazioni che vengono rielaborate ed integrate a vari livelli – televisioni, stampa, internet.  Una vivace interazione tra le parti, una complessa  rete informativa che fornisce all’utente finale una quantità potenzialmente infinita di dati con cui confrontarsi.

Queste reti di distribuzione, “networks” per dirla all’americana, non sono prerogativa né dei singoli Stati né solamente umana. Ne è invece interamente costituito il mondo reale  e le modalità con cui questi networks sono sfruttati e modellati possono tradire molto della natura intima dei sistemi che li utilizzano.

Alla Yale University, il gruppo di Mark Gerstein conosce bene le potenzialità di questo nuovo terreno di studi e così, a mo’ di giro di riscaldamento scientifico, ha deciso di analizzare batteri e computer sotto una luce nuova. A pensarci, si devono essere detti i ragazzi, le differenze tra un genoma ed un software non sono molte. Entrambi sono networks, “sistemi complessi caratterizzati da interazioni tra un altissimo numero di componenti“, entrambi veicolano informazioni ed entrambi si evolvono nel tempo. Il genoma attraverso la selezione naturale, il software a causa dell’ architettura dell’hardware e delle richieste del consumatore.

L’ipotesi scientifica a questo punto deve essere sembrata ai più assai allettante e le cavie per lo studio, il batterio Escherichia coli ed il kernel di Linux, erano sin troppo economiche per non giustificare un tentativo. Così, in un batter d’occhio e di tastiera, ogni elemento dei due networks, che fosse gene o comando informatico, è diventato “nodo” e i dati hanno iniziato a prendere forma.

Cominciamo col dire che non tutti i nodi sono uguali. Al primo posto ci sono nodi “master” il cui compito è quello di fornire l’informazione (la fonte);  poi vengono i “menagers” che la rielaborano e la distribuiscono (televisioni, stampa ed internet); infine troviamo i “workhorses”, le bestie da soma, che ricevono il tutto ed agiscono di conseguenza (l’utente finale). A questo punto per capirci qualcosa basta solo unire i puntini.

In E.coli i workhorses superano di gran lunga in numero i masters ed i menagers. La struttura generale del network batterico ricorda, a volerla rappresentare visivamente, quella di un triangolo. Alla base, larga, una miriade di utenti finali (il popolo, i workhorses) ed al vertice poche fonti (i masters o il Grande Leader). Tra i due una rielaborazione dell’informazione molto ridotta (i menagers del “Partito”). Praticamente la Korea del Nord formato procariote.

Il kernel di Linux si mostra invece molto più democratico. Gli utenti finali  sono pochi e la base molto ristretta. La classe più numerosa è quella intermedia dei menagers che surclassa di poco quella dei masters. Geometricamente, una sorta di un pentagono rovesciato. Tutti comunicano. La democrazia due punto zero

Ma una analisi più approfondita, e meno di parte, svela altri aspetti molto interessanti.  Ad esempio che il network del kernel di Linux possiede una struttura tipicamente antropica. Cosa c’entra l’uomo, direte voi. Il codice del kernel è ancora scritto da programmatori umani; e fortunatamente, sarebbe il caso di aggiungere, poichè in caso contrario la probabilità di trovarsi Terminator nel giardino di casa risulterebbe  abbastanza elevata. Per facilitarsi il compito, i programmatori dividono il codice in numerosi elementi, i nodi di cui abbiamo parlato sin’ora. Ogni nodo è poi usato come se fosse una lettera dell’alfabeto. Così pochi nodi possono veicolare un numero molto grande di informazioni nello stesso modo in cui ventuno lettere formano tutte le parole della lingua italiana.

Il network che ne deriva è molto flessibile ed economico, ma al tempo stesso fragile. Perdendo un nodo si perde molto più di un singolo elemento; l’alfabeto senza la lettera “a” sarebbe completo al novantecinque per cento ma risulterebbe ai fatti difficile da usare.

E.coli invece il codice se l’è dovuto scrivere da solo in un mondo dove perdere una lettera per strada significava spesso beccarsi una mutazione letale nel singolo nodo. Non una bella cosa. Per questo motivo le informazioni in Escherichia corrono su binari solitari. I nodi sono raramente condivisi ed i loro interazioni tendono a lavorare indipendentemente. Non c’è spazio per la sperimentazione linguistica, qui si cerca solo la solidità della rete.

Che Escherichia e Linux fossero molto distanti tra loro non ci voleva certo un gruppo testoni di Yale per dircelo. Del resto stiamo pur sempre paragonando un self-made batterio ad un man-made programma, milioni di anni di selezione naturale contro vent’anni di codice informatico. Vivente versus non vivente. Eppur qualcosa  si muove e forse li avvicina

Se si paragona il network di Escherichia con quello umano, o con modelli biologici più complessi, le differenze sono incredibilmente le stesse (3). Pare che i nodi dei networks degli organismi superiori non possano fare a meno di condividere, rielaborare e redistribuire l’informazione proprio come fa il software del computer. Come se la vita, ad un certo punto, avesse capito che lasciarsi andare un po’ poteva far bene, poteva renderla “migliore”.

Il messaggio è lì, cristallino, ed è ora di provare a capirne il significato. È tempo per l’umanità di fare il salto di qualità,  di lasciarsi andare ed avere un po’ più di fiducia in sé stessa e nei nodi che la compongono. Condivisione, flessibilità e collaborazione. Pentagoni,  non triangoli.

Altrimenti faremo la fine di Escherichia coli e come il piccolo procariote rimarremo per sempre nella merda.

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