PD: mai una gioia

By Redazione

giugno 24, 2011 politica

“Auguro a me e a voi di non stare mai tranquilli, mai più tranquilli”, chiudeva così Don Luigi Giussani un suo intervento al Meeting di Rimini del 1985. Il messaggio del sacerdote, fondatore di Comunione e Liberazione, è risuonato negli anni, fatto proprio da migliaia di persone e, con le dovute storpiature, anche dal Partito Democratico che “tranquillo” non è mai stato sin dalla sua nascita coincisa con la fusione di Ds e Margherita (sì, c’era anche Rutelli).

In un paio di mesi le elezioni amministrative, il referendum e la crisi del Governo hanno dato nuova linfa al carrozzone democratico guidato da un Pier Luigi Bersani in grande spolvero. Tutti in piedi a dire che “il vento sta cambiando”, in quel di Napoli e pure a Milano, così anche nelle coscienze degli italiani che riscoprono il quorum, sul pratone di Pontida da cui Bossi lancia anatemi contro il Cav e in Parlamento dove la maggioranza scricchiola litigiosamente.

Davanti a tutto questo ben di Dio la pattuglia democratica ha alzato le braccia al cielo, allestendo palchi nelle piazze, affiggendo cartelloni in città per poi riversarsi festante nei salotti tv con lo scalpo degli avversari, finalmente senza l’etichetta di “perdenti”. Peccato però che l’aria di giubilo abbia retto solo per qualche giorno, subito inquinata dal fuoco amico ormai diventato prassi quotidiana nel centrosinistra.

Così è stato in occasione della vittoria alle amministrative dove Pisapia e De Magistris erano tutto meno che tesserati a via Sant’Andrea delle Fratte e il dettaglio non è passato sotto silenzio. Anzi, è stato sottolineato da più dirigenti dipietristi e non (in primis Matteo Renzi). Stesso copione all’indomani della tornata referendaria fortemente voluta da comitati e Antonio di Pietro, con un Pd che, sconfessando le propria vocazione riformista, ha fatto campagna per un paio di settimane saltando poi sul carro dei vincitori.

Lo stesso Di Pietro, nella sua metamorfosi da ultrà ad oppositore dialogante, ha cominciato a strigliare gli alleati democratici con audace insistenza. Forte del suo nuovo corso di “responsabilità nazionale”, li ha invitati a non strumentalizzare il risultato del referendum, rifiutandosi di chiedere le dimissioni a Berlusconi come invece aveva fatto Bersani. Che, però, è stato incalzato in Parlamento dove il leader Idv gli ha chiesto a gran voce una riunione per mettere a punto l’alternativa di governo. Un fiume in piena, questo Tonino che si è preso la scena pure sui quotidiani (venerdì intervistato da Corriere, Stampa e il Fatto) e ha simpaticamente definito il Pd “un pachiderma“.

Quasi impassibili, i vertici democratici si sono ritrovati ad osservare la conversione sulla via di Montenero di Bisaccia. Un cambiamento tanto clamoroso quanto scomodo per lo stesso partito di Bersani cui vengono chiesti chiarimenti anche da un altro alleato capriccioso: Nichi Vendola. Da settimane il leader di SeL punzecchia Pier sul tema caldo delle primarie e, nei giorni scorsi, lo ha pure bacchettato invitandolo a non aprire dialoghi con la Lega, ricevendo la risposta piccata del segretario (“non capisce davvero”).

Perché in fondo la leadership del centrosinistra, con uomini e programmi tutti da decifrare, è avvolta nel mistero, fa discutere tanti e li fa arrabbiare tutti. Per non farsi mancare nulla, il Pd si ritrova assediato dalle polemiche più o meno passeggere (e parecchio superflue) come quelle di chi accusa Pier Luigi Bersani di aver favorito l’uscita di Concita De Gregorio dall’Unità, salvo poi scoprire che il Pd stesso, qualche mese fa, aveva concesso un sostanzioso aiuto finanziario al giornale della bionda.

Dulcis in fundo, è piombata la bufera mediatica sui manifesti Pd che “offendono le donne”. Ebbene sì: una ragazza si tiene la gonna viola che rischia di sollevarsi e poco sotto campeggia lo slogan “cambia il vento”. Non l’avessero mai fatto, quei mascalzoni. Ci aveva già provato Concita con la campagna pubblicitaria dell’Unità firmata da Oliviero Toscani, beccandosi i rigurgiti femministi di mezza sinistra. Ora è il turno del Pd, colpevole di aver sconcertato addirittura il comitato nazionale “Se non ora quando”. Mai tranquilli, davvero. Mai una gioia, per carità.

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