Referendum? No, grazie!

By Redazione

giugno 23, 2011 politica

Presentata in pompa magna lo scorso 16 giugno a Roma, la nuova campagna referendaria “Io firmo – Riprendiamoci il voto”, pare essere già caduta nel dimenticatoio. Eppure gli entusiasti sostenitori del Comitato per il Referendum sulla legge elettorale erano molti, a partire da Repubblica, da l’Unità e da un già ampio elenco di intellettuali della cosiddetta “società civile” di questo Paese, probabilmente ancora galvanizzati dall’esito dell’ultima consultazione referendaria.

Quale l’obiettivo dei promotori? Cancellare i punti più controversi della legge Calderoli, ormai più conosciuta come “il Porcellum“, a partire dalle liste bloccate e dal premio di maggioranza.

Peccato solo che i quesiti referendari proposti, nei testi ad oggi depositati presso la Corte di Cassazione e pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale n. 133 del 13 giugno scorso (Quesito 1, Quesito 2, Quesito 3), non “sbloccano” le liste, né tantomeno, come hanno sostenuto i promotori, mettono “un freno ai danni prodotti dal Porcellum: trasformismo, frammentazione, coalizioni disomogenee e ingovernabili”.

Occorre dare ragione a Mario Segni che ha immediatamente definito l’iniziativa una “cortina fumogena”, che porterebbe unicamente al “ritorno alla proporzionale, cioè alla Prima Repubblica tout court“.

Infatti, l’unico quesito che ha una qualche possibilità di superare il vaglio di ammissibilità da parte della Corte costituzionale porterebbe a introdurre, per la Camera dei Deputati, un sistema elettorale puramente proporzionale, con soglia di sbarramento al 4% e liste bloccate, senza la definizione preventiva delle coalizioni, senza indicazione del candidato alla Presidenza del Consiglio e senza neppure il deposito obbligatorio di uno straccio di programma elettorale, seppur solo indicativo.

Insomma, il ritorno a governi fatti e disfatti dai partiti dopo il voto, alle “mani libere”, il tradimento definitivo dello spirito dei referendum del 1993, già disattesi dal “Mattarellum” prima e dal “Porcellum” dopo.

Anche il costituzionalista Augusto Barbera (di area ex-Ds) sottolinea che “il risultato di questo strambo referendum sarebbe peggio ancora della legge elettorale della Prima Repubblica perché – prosegue – ci ritroveremmo con una legge elettorale proporzionale senza la facoltà di scelta dei cittadini né per i governo né per i candidati”. Nettamente contrari anche i Radicali, e quegli esponenti politici da sempre vicini ai temi della riforma elettorale, come Arturo Parisi e Stefano Ceccanti.

(da “Taccuino Politico“)

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Di seguito riporto una prima analisi dei tre quesiti referendari scritta assieme all’amico Emilio Colombo, con il quale, fin dai primi anni ’90, ho avuto il piacere di collaborare nel corso dell’esperienza presso i gruppi consiliari radicali in regione Lombardia nella V e VII legislatura. Con lui abbiamo scritto taluni quesiti referendari, anche in materia elettorale, imbattendoci, giocoforza, nei criteri di ammissibilità introdotti dalla giurisprudenza della Corte costituzionale nel corso di questi ultimi decenni. Infine potete trovare alcune delle più importanti sentenze della Suprema corte in materia ai ammissibilità di quesiti referendari.

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Referendum elettorali per la controriforma proporzionalista della partitocrazia? No, grazie!

Con tre distinte iniziative referendarie, di cui è stata data notizia nella Gazzetta Ufficiale del 10 giugno 2011, un comitato promotore si propone di ripristinare il sistema elettorale proporzionale puro per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica (con l’unico correttivo della soglia di sbarramento del 4 per cento per la sola Camera dei deputati) e di ripristinare anche il voto di preferenza per l’elezione della Camera dei deputati.

I quesiti sul Senato e sulle preferenze alla Camera presentano tuttavia notevoli difetti tecnico-giuridici e soltanto con qualche volo pindarico se ne possono prefigurare gli effetti.

La controriforma proporzionale della partitocrazia, a quasi vent’anni dal referendum maggioritario uninominale, parte perciò zoppa in partenza, ma certo troverà entusiasti sostenitori.

Passiamo senza indugio all’esame dei tre quesiti.

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Il referendum n. 1 colpisce la legge elettorale della Camera dei deputati, contenuta nel D.P.R. 30 marzo 1957, n 361, così come modificato dalla famigerata legge 21 dicembre 2005, n. 270 (cd. “Porcellum”).

Com’è noto, il D.P.R. n. 361 del 1957 prevede attualmente che la Camera dei deputati sia eletta con metodo elettorale proporzionale con premio di maggioranza scientifico, che comporta l’attribuzione della maggioranza (assoluta o qualificata) dei seggi alla lista o coalizione di liste che alle elezioni abbia ottenuto la maggioranza relativa dei voti espressi.

Il quesito intende abrogare:

– il meccanismo del premio di maggioranza (che dispone l’attribuzione di almeno 340 seggi al partito o coalizione che abbia ottenuto la maggioranza relativa dei voti);

– la possibilità per i partiti di raggrupparsi in coalizioni;

– l’obbligo di indicare il candidato presidente del Consiglio dei Ministri;

– le deroghe alla soglia di sbarramento del 4 per cento nazionale per poter accedere alla ripartizione dei seggi, previste in favore dei partiti minori presenti nelle coalizioni.

Il quesito referendario ha una matrice razionalmente unitaria, consistente nell’abolizione dei correttivi a tendenza maggioritaria del metodo elettorale proporzionale cui si ispira la legge elettorale.

L’esito referendario è chiaro: i 618 deputati eletti in Italia sarebbero distribuiti con metodo proporzionale, in sede di collegio unico nazionale, tra le liste che abbiano riportato almeno il 4 per cento dei voti validi a livello nazionale. I deputati continuerebbero a essere nominati dalle segreterie dei partiti, sulla base dell’ordine di presentazione in lista.

Quale inconveniente tecnico resterebbe la possibilità di candidature multiple, che esporrebbe peraltro le liste al rischio di carenza di candidati (soltanto il secondo quesito abolirebbe questa possibilità, ma, come vedremo, il testo presenta notevoli problemi tecnici).

Si noti come anche il sistema elettorale tedesco sia plasmato sul modello proporzionale con soglia di sbarramento al 5% nazionale: tuttavia, in Germania, la metà dei deputati del Bundestag sono eletti in collegi uninominali, con scorporo totale dei seggi così ottenuti da quelli conquistati in quota proporzionale.

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Il referendum n. 2 interviene anch’esso sulla legge elettorale per l’elezione della Camera dei deputati.

Sembrerebbe voler colpire le norme che vietano l’espressione del voto di preferenza.

Occorre tuttavia ricordare che, soprattutto in materia elettorale, il referendum può comportare l’espansione del campo di applicazione di norme esistenti, ma non crearne di nuove e che, in ogni caso, il fine abrogativo deve emergere con chiarezza dal quesito referendario.

Va detto subito che poiché il testo unico per l’elezione della Camera dei deputati non contempla più, dal 1993, la possibilità di esprimere voti di preferenza, nessun tipo di abrogazione può avere l’effetto di reintrodurre il voto di preferenza. La reviviscenza di norme giuridiche può infatti essere disposta soltanto dal legislatore e in modo espresso.

Il quesito referendario si apre con l’abrogazione parziale del comma 3 dell’articolo 18 del dpr n. 361 del 1957 e precisamente delle parole “presentati secondo un determinato ordine”, riferite all’“elenco di candidati” di cui è composta ogni lista.

Che cosa possa cambiare, per effetto dell’abrogazione, nel fatto che i candidati siano inclusi in un elenco è un vero mistero.

Il quesito vieta inoltre le candidature in più circoscrizioni e prosegue abolendo le modalità d’espressione del voto, di cui al comma 2 dell’art. 58: “tracciando, con la matita, sulla scheda un solo segno, comunque apposto, nel rettangolo contenente il contrassegno della lista prescelta. Sono vietati altri segni o indicazioni”.

Può da tale abrogazione conseguire la reintroduzione del voto di preferenza? E che significato può avere l’abolizione dell’uso della matita copiativa o quella della previsione che si voti tracciando un solo segno sul rettangolo contenente il contrassegno della lista prescelta?

Il quesito si conclude abrogando la previsione per cui i candidati presenti nella lista sono proclamati eletti, nei limiti dei seggi spettanti alla lista, “secondo l’ordine di presentazione”.

Se ne dovrebbe forse dedurre che i candidati debbano essere invece proclamati eletti in ordine inverso di presentazione, oppure secondo una graduatoria di preferenze che, per la formulazione di legge e quesito, è rimasta nelle penne dei promotori?

Agli elettori non si propone dunque nessuna reale alternativa tra la normativa vigente e la normativa di risulta (eccezion fatta per l’abolizione delle candidature plurime). Il quesito dovrebbe dunque essere dichiarato inammissibile dalla Corte costituzionale per assenza di evidenza delle finalità abrogative.

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Il quesito n. 3 colpisce il d.lgs. 20 dicembre 1993, n. 533, recante il testo unico delle leggi per l’elezione del Senato della Repubblica.

L’attuale legge elettorale per il Senato traspone a base regionale il sistema elettorale detto “Porcellum”, con una soglia di sbarramento incoerente con quella della Camera, perché fissata all’8 per cento regionale.

Il referendum abolirebbe:

– la previsione del premio di coalizione regionale;

– la possibilità per i partiti di riunirsi in coalizioni;

– le parole “presentati secondo un determinato ordine”, riferite all’“elenco di candidati” di cui è composta ogni lista.

Il meccanismo principale del referendum consisterebbe nel tentativo di reintrodurre i collegi uninominali, mediante la manipolazione delle norme previste per l’elezione dei senatori nella regione Trentino Alto-Adige e, in particolare:

– la creazione di un comma 4 dell’art. 1 di risulta così strutturato: “in collegi uninominali”;

– la soppressione del principio maggioritario attualmente vigente per il solo Trentino Alto-Adige e l’estensione alle restanti regioni del principio proporzionale così creato.

L’effetto del referendum sarebbe quello di ripristinare il sistema elettorale sostanzialmente vigente prima del referendum del 18 aprile 1993, ovvero proporzionale organizzato territorialmente in collegi uninominali.

La circostanza che si cerchi di ripescare i collegi uninominali, soppressi dal “Porcellum” nel 2005, non fa che complicare le cose.

Principio costante della giurisprudenza costituzionale in tema di referendum elettorali è infatti quello dell’indefettibilità del sistema elettorale, che significa che il sistema elettorale deve poter funzionare immediatamente dopo l’abrogazione referendaria e che pertanto il referendum deve essere autoapplicativo.

Difficile riscontrare tale requisito, così come – tra gli altri – quello della chiarezza del fine abrogativo, in un quesito che, di manipolazione in manipolazione, riesuma il principio del collegio uninominale, sia pure in chiave proporzionale, ma contestualmente non reistituisce – non potendo – i collegi uninominali necessari per il funzionamento del nuovo (ma antico) metodo elettorale.

Mancando del requisito dell’autoapplicatività, difficilmente il quesito potrebbe superare lo scrutinio di costituzionalità. I profili di inammissibilità si aggiungono dunque ai dubbi di merito sul tentativo di controriforma.

Indipendentemente dalla condivisione dell’obiettivo referendario, il quesito presenta altri difetti tecnici, tra i quali svettano:

– il fatto che il comma 4 dell’art. 1, nel testo risultante a seguito del referendum, non abbia alcun senso compiuto;

– la contemporanea previsione di “liste di candidati” e di “gruppi di candidati” uninominali;

– il fatto che le candidature dei “gruppi di candidati” di tutt’Italia debbano essere presentate alla corte d’appello di Trento (art. 20, comma 1, lettera b), ultimo periodo), mentre le “liste di candidati” continuerebbero a essere presentate presso i competenti tribunali o corti d’appello;

– il fatto che, in caso di sopravvenuta vacanza del seggio senatoriale, la legge preveda sia le elezioni suppletive sia il ripescaggio del candidato dello stesso gruppo con la maggiore cifra individuale (art. 21-bis).

Viareggio-Roma, li 17 giugno 2011

Emilio Colombo

Federico Fischer

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Alcune sentenze della Corte Costituzionale in materia di ammissibilità di quesiti referendari:

  • Funzionamento di organi costituzionali o aventi rilevanza costituzionale

Sentenza n. 29 del 1987

Sentenza n. 47 del 1991

Sentenza n. 32 del 1993

Sentenza n. 05 del 1995

Sentenza n. 26 del 1997

Sentenza n. 13 del 1999

Sentenza n. 15 del 2008

Sentenza n. 16 del 2008

Sentenza n. 17 del 2008

  • Chiarezza, univocità, omogeneità e struttura del quesito referendario

Sentenza n. 25 del 1981

Sentenza n. 26 del 1981

Sentenza n. 27 del 1981

Sentenza n. 28 del 1981

Sentenza n. 63 del 1990

Sentenza n. 64 del 1990

Sentenza n. 65 del 1990

Sentenza n. 02 del 1995

Sentenza n. 36 del 1997

Sentenza n. 45 del 2005

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