Il nodo Tremonti

By Redazione

giugno 22, 2011 politica

La polemica sull’ipotesi di trasferimento di alcuni ministeri al nord riattizzata a Pontida da Bossi e a Roma da Alemanno e Polverini, ad uso personale, e quella sul ritiro dalla missione libica rischiano di distrarre di nuovo l’attenzione da uno dei temi che più interessa all’elettorato di centrodestra, che alle amministrative ha lanciato un forte segnale di insoddisfazione, e che quindi alla maggioranza converrebbe mantenere al centro dell’agenda di governo nei prossimi dodici mesi: la questione fiscale. Che era ritornata in primo piano da alcuni giorni ed era stata al centro del discorso di Bossi a Pontida. Ministeri e ritiro dalla Libia specchietti per le allodole, insomma, mentre il dato politico più rilevante del raduno annuale leghista sono state le frecciatine al ministro Tremonti, che deve «ingegnarsi» a trovare i soldi per la riforma fiscale e a porre fine alle misure “vessatorie” di Equitalia («una cosa vergognosa che neanche la sinistra aveva fatto», ha ammonito Bossi). Sembrano lontani i tempi del “Tremonti non si tocca”, si sono aggiunti alcuni “se” e alcuni “ma”. Sarà compito del premier, nell’intervento alle Camere di oggi e domani, correggere il tiro, ricentrare l’agenda della maggioranza sulle riforme che interessano ai cittadini, e magari – in privato – richiamare all’ordine ministri, sindaci e governatori smaniosi di visibilità personale.

Della telenovela sui ministeri ho scritto ieri. Riguardo la Libia, è vero che è una guerra nata male, proseguita peggio: i ritardi e i tentennamenti della Casa Bianca; il protagonismo elettoralistico di Sarkozy; il solito atteggiamento ondivago italiano. E l’ipocrisia umanitaria ha fatto il resto: da una parte rendendo inefficace l’azione militare, al punto che ad alcuni mesi dall’inizio dei bombardamenti non si riesce ancora ad avere ragione di un indomito Gheddafi; dall’altro, dando vita al paradosso di una delle guerre più unilaterali e meno autorizzate dall’Onu che si siano mai viste negli anni recenti, che sta proseguendo bomba dopo bomba, non senza vittime civili, questa volta lontano dagli sguardi delle telecamere e dalle penne degli accigliati editorialisti occidentali. Alla faccia di quanti ci spiegavano che ormai bisogna fare i conti con la guerra-in-diretta-tv, e quindi con le opinioni pubbliche interne. E’ falso: è triste, ma i media e le opinioni pubbliche si “attivano” o meno se c’è un obiettivo di politica interna su cui riversare il biasimo per la guerra. E così l’Iraq era su tutti gli schermi per processare Bush e Blair; mentre la Libia, il Pakistan, lo Yemen, a nessuno interessano. A condurre, o ad aver avviato quelle guerre (senza nemmeno l’autorizzazione del suo Congresso) è il Nobel per la Pace Obama. Tutti contenti e sollevati.

La risoluzione Onu che autorizza l’uso della forza contro Gheddafi è molto meno ambigua rispetto a quella che autorizzava l’intervento militare contro Saddam Hussein. Quest’ultima minacciava «serie conseguenze», ma il regime iracheno da anni stava violando le condizioni dell’armistizio che pose fine alla prima guerra del Golfo. Dunque, violato l’armistizio, era legittimo riprendere esattamente da dove si era interrotto il lavoro oltre dieci anni prima: da Baghdad. La risoluzione sulla Libia invece limita esplicitamente l’intervento alla protezione dei civili, ma l’obiettivo manifesto della missione, esattamente come per l’Iraq, è il regime change, e la Nato in questi giorni ha dovuto ammettere di aver colpito dei civili. Eppure, i media hanno chiuso un occhio, anzi anche entrambi. Probabilmente perché non c’è un Bush o un Blair da biasimare, si preferisce fingere di credere all’alibi della guerra umanitaria.

Detto tutto questo, sarebbe semplicemente ridicolo ritirarci, come vorrebbe Maroni, perché non possiamo permetterci qualche migliaio di profughi, il cui flusso sulle nostre coste comunque non cesserebbe fermando gli aerei Nato, semmai aumenterebbe a causa della repressione di Gheddafi. E’ di interesse vitale per l’Italia essere in prima fila in Libia, per influenzare a nostro favore il corso degli eventi in un Paese che bene o male è nel nostro “cortile di casa”. Tra l’altro, la richiesta leghista di ridurre i nostri contingenti militari all’estero per tagliare le spese può essere soddisfatta su altre missioni: quella del Kosovo sta finalmente per concludersi per scadenza naturale; il ritiro dall’Afghanistan, da parte degli stessi americani, subirà probabilmente un’accelerazione; dal Libano si può andar via anche subito. Sarebbe un errore, tuttavia, ritirarci unilateralmente: avremmo dilapidato in un solo istante il capitale di credibilità internazionale costato tanti sacrifici ai nostri militari.

La questione fiscale al centro dell’azione di governo è dunque nell’interesse sia del Pdl che della Lega. Ed è emblematico che da Confindustria a Montezemolo, passando per Della Valle, quanti ieri criticavano la politica economica del governo – di cui Tremonti è riconosciuto “dominus” – perché carente sul lato della crescita, e in particolare del fisco, oggi che Berlusconi e Bossi sono in pressing sul ministro dell’Economia si ergono a strenui difensori del rigore tremontiano. Dal momento che appare ormai evidente a tutti o quasi che una riforma fiscale *non* in deficit, che punti primariamente ad una concreta semplificazione e sburocratizzazione, con un programma graduale ma certo di riduzione delle aliquote, si può fare, la questione è del tutto politica. Le chiavi della cassaforte infatti le ha Tremonti e bisognerà vedere se nel ministro alberga la volontà di fare questo “regalo” a Berlusconi e a Bossi, in modo che possano intestarsi parte dei meriti della riforma, così da poter andare di fronte ai propri elettori rivendicando “abbiamo abbassato le tasse”, oppure se intende tenersela nel cassetto finché i due anziani leader non saranno bolliti a puntino.

Da questo ormai dipende non solo la legislatura, ma il futuro del centrodestra. Se infatti nel 2013 il centrodestra potrà presentarsi ai propri elettori dicendo “abbiamo tenuto i conti in ordine durante la crisi e siamo riusciti anche a riformare il fisco, iniziando a ridurre le imposte”, allora avrà ancora qualche chance di rivincere le elezioni, con Berlusconi o qualcun altro candidato premier. Altrimenti il crollo, chiunque sia il leader, non sarebbe solo elettorale, ma anche culturale. Senza atti di governo concreti e politicamente qualificanti in cui identificarsi, il centrodestra rischierebbe di disintegrarsi come coalizione, nel Palazzo, così come nel Paese.

(dal blog “JimMomo“)

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