Pon­ti­da, il gior­no del­la mar­mot­ta /2

By Redazione

giugno 21, 2011 politica

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La domenica, il piatto forte. Quanto accade a Pontida in questo periodo dell’anno – il cui impatto sul piccolo paesino è paragonabile a quello del Festival a Sanremo – per la sua unicità ed esclusività, è qualcosa di difficilmente descrivibile secondo i canoni giornalistici utilizzati per altre manifestazioni politiche, e di assolutamente incomprensibile per chi ne è al di fuori e non ne vive, almeno una volta nella vita, l’esperienza. L’annuale raduno del popolo padano contiene in sé elementi riconducibili a decine di altre realtà: al tempo stesso, è una sorta di Oktoberfest a sfondo politico e identitario; una enorme sagra lombarda a connotazione partitica; una versione riveduta e corretta della Festa dell’Unità (nulla a che vedere con l’odierna, e un po’ poco attraente, “Festa Democratica”, un nome che, adattato a una sagra, sembra voler specificare che tutti godono degli stessi diritti, in coda alle casse, in attesa che vengano loro servite la porchetta o le lasagne), con il verde al posto del rosso; una piccola Woodstock bergamasca, con anziani e famiglie in sostituzione degli hippy; gli stati generali di un partito, aperti al pubblico; la celebrazione di un rito, pagano ma con elementi mistici (“un luogo dove il Dio della Libertà vive da sempre”, dichiarò Bossi nel 1992),  dove i fedeli si ritrovano per ascoltare il creatore della Lega Nord; una sorta di Angelus laico, con il prato al posto di Piazza San Pietro, dove i fedeli vengono aggiornati sulle linee e sulle dottrine ecclesiastiche. Pontida è tutto questo, e molto altro ancora. E Pontida è stata, almeno per qualche ora, l’ombelico del mondo politico italiano: il prato di un comune di poco più di tremila anime, capace di condizionare la vita di un intero Paese.

Non è facile, riuscire a trovare un momento, in cui non vi è nessuno, ma proprio nessuno, a calpestare quel prato. Figuriamoci la domenica, quando l’area inizia ad affollarsi fin dalle prime ore del mattino, tra volontari, organizzatori, croce rossa (pardon, verde), forze dell’ordine, standisti, venditori ambulanti e semplici curiosi. Poi è la volta dei sostenitori e dei simpatizzanti, che arrivano a frotte, a getto continuo, con un viavai infinito di autobus da ogni parte d’Italia, isole comprese. Quindi, dei giornalisti, “quegli stronzi dei giornalisti”, relegati in un tendone bianco chiamato sala stampa, circondato dal fango, e dai politici, naturalmente, da una parte quelli più importanti, accreditati e abilitati a salire sul palco, dall’altra l’esercito di sindaci, consiglieri regionali, provinciali, comunali, segretari di sezione, mescolati nel popolo verde. Verso la metà della mattinata, è già quasi impossibile riuscire a effettuare spostamenti con facilità, tanta è la gente. E già per quell’ora, iniziano a diffondersi le voci, incontrollate e variegate, su quello che annuncerà il Senatur: “Darà il benservito a Tremonti”, dicono alcuni; “Sarà la volta buona che manda a quel paese Berlusconi”, dicono altri; “Lascerà il posto a Maroni”; “No, Maroni non lo farà neppure parlare”, e avanti così, sotto un sole cocente, tra la vendita di gadget padani e di deliziosi panini con la salsiccia.

Per ingannare l’attesa, i due grandi schermi posti al fianco del palco iniziano a trasmettere, due o tre volte, la scena prima del combattimento del film Braveheart, facendo leva sul senso di appartenenza del popolo padano, come William Wallace (nel caso, Mel Gibson) con gli scozzesi, popolo che si guadagnò sul campo la propria libertà nonostante il netto divario di forze con l’impero britannico. Il tutto, naturalmente, sorvolando sul fatto che Wallace fu catturato e quindi decapitato dagli Inglesi, ma anzi sottolineando la similitudine tra coscienza scozzese e padana. All’ombra della grande statua bronzea di Alberto da Giussano, i potenti bassi delle casse acustiche, facendo risuonare la colonna sonora incalzante del pluripremiato film, infervorano gli animi e fanno quasi tremare la terra.

Messi da parte i riferimenti storico-identitari, lo speaker, verso l’avvicinarsi del mezzogiorno, dopo aver attirato l’attenzione delle folle con alcune frasi ad effetto, dà inizio alla cerimonia ufficiale. Il prato è gremito, con ormai pochi spazi liberi delle dimensioni di un francobollo. Un tripudio di bandiere, con musica evocativa di sottofondo, accoglie innanzitutto il consueto “giuramento dei sindaci” che, sulla falsariga del celebre giuramento del 7 Aprile 1167 che sancì l’alleanza dei Comuni Lombardi contro il Sacro Romano Impero di Federico Barbarossa (altra iniezione di senso di identità storica), vede tutti i neo-eletti primi cittadini della Lega Nord prestare fedeltà ai valori della Padania. Quindi, a giuramento avvenuto, l’estemporaneo saluto ai ciclisti padani – nei quali milita anche Renzo Bossi, alias il Trota, messo un po’ in secondo piano nella manifestazione – e, finalmente, il momento che tutti – presenti e non – aspettavano, la salita sul palco dei vertici del partito e della compagine leghista di governo, i governatori, sottosegretari, ministri che accompagnano il segretario nazionale, “il capo” come lo chiamano i militanti, Umberto Bossi.

Ci si aspetta di tutto, dopo le centinaia di voci e di finte anticipazioni circolate nei giorni precedenti, e c’è chi persino teme una possibile (e mai avvenuta prima d’ora) contestazione di una minoranza dei sostenitori al leader, e addirittura lanci di uova, pomodori et similia. Niente di tutto ciò: all’apparire dell’Umberto sul palco, un boato, con migliaia di persone che inneggiano al suo nome. Bossi, Bossi, Bossi. “Chi è la nostra unica guida?” incalza la voce – senza volto – del presentatore. Bossi, Bossi, Bossi. E così inizia il comizio, trasmesso e ritrasmesso dalle reti locali, nazionali e internazionali, analizzato passo per passo dagli opinionisti della carta stampata, rilanciato su Internet, e commentato, ricommentato e arcicommentato da pressoché ogni personaggio politico italiano, da Cicchitto alla Bindi, da Bocchino a Casini. I temi trattati, forse intercettando le esigenze di una base sempre più nervosa, sono alcuni cavalli di battaglia di sicuro successo, evergreen liberali da sempre richiesti ma mai messi in pratica dal mondo politico italiani, quali minore pressione fiscale, meno spesa pubblica, taglio dei costi della politica, stop alle auto blu, riduzione del numero dei parlamentari e degli stipendi dei parlamentari. Non fosse per la proposta estemporanea dei ministeri al nord (di cui uno a Milano e tre, chissà poi perché, a Monza, con buona pace di Torino, Venezia, Genova, per dirne alcune), sembrerebbe un discorso di un Ron Paul in salsa padana (con il quale condivide peraltro la proposta isolazionista e il ritiro da tutti i fronti, ma solo per motivi fiscali), quasi un leader di Tea Party, non fosse che la Lega, da anni, ormai obbligata ad essere anche partito di governo, titolare di centri di potere, sia ormai diventata una parte del sistema.

La folla apprezza quella che è più una dichiarazione di intenti che una vera e propria linea politica, alla quale è allegata la minaccia di non puntare più su Berlusconi alle prossime elezioni. Qualcuno, delle migliaia presenti, forse perché si aspettava l’annuncio del benservito al PdL e la conseguente caduta del Governo, non sembra però entusiasta delle parole dei capi del movimento. E così ecco che, ripetutamente, e sempre più convintamente, parte dal prato il grido di “secessione”. Una parola ormai diventata proibita, da quando la Lega Nord è al governo e occupa uffici nella capitale, ma che sembra essere rimasta nel cuore di molti fedelissimi. Bossi prova prima a ignorarli, ma lo slogan viene ripetuto ad nauseam, accompagnato da “Via da Roma!” e altri poco eleganti commenti su Berlusconi. Il Senatur prova a serrare i ranghi, con il suo “Padania…” a cui rispondono tutti in coro “Libera!”, per ben tre volte, per far tornare l’attenzione sul suo discorso e fermare la deriva secessionista. Ma loro non ci stanno, e ogni volta che viene menzionata qualcosa che non va, tornano alla carica. Secessione, secessione, secessione. Il partito non è spaccato, questo è vero, ma un certo distacco tra vertici e base inizia a farsi sentire, dopo anni di difficile equilibrismo (riuscitissimo, peraltro) tra partito di lotta e di governo, di piazza e di potere, di maggioranza e opposizione. Il partito non è spaccato, questo è vero, ma l’accoglienza a Roberto Maroni, volto istituzionale della Lega, è un applauso fragoroso, a dimostrazione che il ministro dell’interno gode di una stima elevatissima tra i suoi, senza per questo dare necessariamente adito a voci sulla successione di Bossi. Il partito non è spaccato, questo è vero, ma l’impressione, alla fine della giornata, è che tanti si aspettassero molto di più, un messaggio più forte. Va pensiero.

 

Proprio mentre il fango inizia ad asciugarsi, a cerimonia terminata, il grande prato verde si svuota, e prende vita il consueto grande esodo, tra enormi folle di omini verdi diretti ai rispettivi autobus, parcheggiati pressoché ovunque, cavalieri templari con lunga barba e zampogna, e auto incolonnate in entrambi i sensi di marcia. Alcuni restano, vuoi per poter fare qualche acquisto in tranquillità presso le bancarelle presenti, fino a poco prima prese d’assalto, vuoi per nutrirsi con spettacolari panini con la porchetta, vuoi per tirare le somme politiche sulla giornata. C’è chi si interroga sul vero significato delle parole di Bossi (“Ha fatto così perché sa che Berlusconi non gli darà nulla di ciò che ha chiesto, quindi staccherà la spina”), chi tenta di decifrare le manovre interne alla maggioranza (“Berlusconi ora inserirà le proposte di oggi nel suo discorso al Parlamento, così che Bossi possa tornare da noi presentandosi come vincitore”), e c’è chi ci crede davvero, alla lettera, dalla prima all’ultima parola, perché Bossi è il capo, e le parole del capo non si discutono. Per capire l’effetto e le dirette e indirette conseguenze di questa domenica lombarda, sarà necessario attendere, e vedere se alle parole, come vuole il copione, seguiranno azioni concrete, quelle che gli elettori si aspettano, anzi pretendono. L’impressione iniziale, tuttavia, è che si sia celebrata una versione tutta padana del Giorno della Marmotta. Con gli occhi dell’Italia puntati sul pratone, dove splendeva un caldissimo e luminosissimo sole, la marmotta è uscita allo scoperto, ha visto la propria ombra, ed è tornata nella sua tana. La fine dell’inverno politico, almeno per ora, è rimandata.

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