Chi fermerà Asad?

By Redazione

giugno 21, 2011 Esteri

There is no going back in Syria“. Con queste parole il Segretario di Stato Americano Hillary Clinton ha reso evidente che il presidente Bashar al-Asad, dopo la sanguinosa repressione delle proteste, non potrà più fare alcuna “marcia indietro”, avendo “mandato in frantumi ogni pretesa di presentarsi come un riformatore”. Il dubbio è che ad Asad non interessi assolutamente tornare sui suoi passi, per una serie di ragioni che spingono il dittatore di Damasco a dormire sonni tranquilli.

Dall’inizio delle sommosse popolari nel marzo 2011 sull’onda della Primavera Araba, si calcola che più di 1000 persone abbiano perso la vita negli scontri con i lealisti del Presidente, con focolai di protesta puntualmente soffocati nel sangue dall’esercito siriano. Tuttavia, nonostante il monito di Mosca che prevede una situazione fuori controllo qualora Asad non si impegni nell’attuazione di riforme, vi sono ragioni per credere che il Presidente siriano rimarrà saldo al suo posto.

Al di là delle dichiarazioni di circostanza dei vari leader mondiali, soprattutto di un Occidente pronto a bombardare senza indugi l’ex alleato Gheddafi ma restio ad intromettersi negli affari interni siriani, la condanna unanime di Asad si perde nei comunicati ufficiali, non spostando di un centimetro il Presidente. La Siria è un Paese strategicamente determinante nel mosaico geopolitico del Medio Oriente ed auspicare la caduta del suo presidente potrebbe rivelarsi un boomerang. Il più diretto interessato nell’area è Israele, ufficialmente in stato di belligeranza con Damasco dal 1948, ma senza che tra i due Paesi sia mai stata usata la forza per questioni di confine, vedi Alture del Golan. Tel Aviv è preoccupata che un cambio di regime in Siria possa concludersi con la presa del potere degli islamisti. Inoltre, teme che le proteste popolari in Siria possano espandersi ad “effetto domino” nelle regioni confinanti con Israele, Libano in primis; timori fondati visti gli scontri a Tripoli tra alawiti pro-Asad e sunniti vicini ideologicamente ai manifestanti siriani anti-governativi.

Se quindi Israele non muoverà un dito per fermare le repressioni di Damasco, certamente non interverranno militarmente gli Stati Uniti, fermi ad una condanna di facciata per coerenza con quanto sta avvenendo in Libia. Va poi considerato che spodestare Asad significherebbe fare i conti con i suoi alleati, Iran, Russia e Cina su tutti. Teheran si opporrebbe con forza al venir meno di una pedina fondamentale per i suoi interessi nell’area, così come Mosca che considera la Siria il suo alleato più importante nel mondo arabo.

Possiamo sorvolare sull’Europa, già impegnata sul fronte libico con risultati al momento ben poco positivi, soprattutto da un punto di vista militare e diplomatico, visto che i bombardamenti che ormai si prolungano da mesi non sono riusciti a scalzare Gheddafi. Condanne e minacce di sanzioni a Damasco, ma niente più.

Si prospettano quindi due soluzioni alla crisi siriana: una repressione sempre più violenta che sancirà la vittoria di Asad (che porterà al massacro di migliaia di civili), oppure una pressione diplomatica internazionale sempre più forte che spingerà il Presidente siriano a concedere riforme, calmierando la popolazione, ma permettendogli di rimanere ben saldo al potere. Escluso un intervento militare esterno per le ragioni appena analizzate, appare inverosimile anche una vittoria del fronte democratico interno che porti alla caduta del presidente siriano.

In questo contesto potrebbe giocare un ruolo fondamentale la Turchia, dettato dal desiderio dei propri vertici di elevare il Paese a principale attore geopolitico nella regione. La delicata posizione di Ankara, membro NATO e direttamente coinvolta nelle dinamiche regionali, potrebbe spingere Recep Erdogan ad effettuare pressioni su Damasco; infatti, chiudere un occhio sui massacri in Siria potrebbe avere risvolti negativi sulla credibilità di Ankara nell’area. Gli stretti rapporti tra Turchia e Siria, soprattutto di carattere commerciale, possono costituire una speranza in direzione di una cessazione dei massacri, se Erdogan deciderà di agire in nome dell’interesse nazionale. Vi sono infine ragioni di carattere umanitario che stanno causando preoccupazioni ad Ankara, dal momento che migliaia di profughi siriani, incalzati dall’esercito di Damasco attraverso operazioni di pulizia etnica, stanno attraversando il confine con la Turchia; se il flusso dovesse continuare è verosimile che il Primo Ministro turco, appena rieletto alla guida del Paese, alzi la voce con Asad.

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