La banca dei pirati

By Redazione

giugno 17, 2011 Esteri

D’Alema e Fassino alla fine non ci sono riusciti ad avere una banca. E tanto meno una vera e propria borsa. Come invece è stato possibile ai pirati somali. Che possono contare su una “stock exchange”, dove si vendono e si comprano le azioni dei vari movimenti armati, si mettono insieme i soldi per organizzare rapimenti, traffici di armi e droga in grande stile o lo “smuggling” di esseri umani. Nei primi tre mesi del 2011 i pirati della Somalia hanno condotto 142 attacchi armati monitorati, oltre a quelli di cui nulla si è saputo sui media, circa 67 in più di quelli portati a termine in tutto il 2010.

Fuori dalle acque somale sono stati ben 97, contro i 35 dell’anno scorso. E ormai per il commercio mondiale questo scherzetto dei pirati, tutti fondamentalisti islamici tra l’altro, costa qualcosa come 12 miliardi di dollari. La linfa che tiene in vita il sistema è nell’entroterra somalo. La Borsa dei pirati infatti sta nella città di Harardheere, 250 miglia a nord est di Mogadiscio. E’ aperta 24 ore al giorno e sette giorni a settimana e gestisce scambi di merci illegali per 10 milioni di dollari al giorno. Tutto grazie ai profitti derivanti dai riscatti dei sequestri di imbarcazioni occidentali grandi o piccole che cadono nelle trappole di questi Sandokan post moderni. Pare che ben 70 “entità”, chiamarle società per azioni forse è un po’ troppo, siano quotate in questa borsa. E la dinamica degli scanbi funziona così: quando un’operazione di pirateria viene portata a termine con successo vengono ripagati gli investitori con un vero e proprio shareholding proporzionato all’investimento iniziale.

In pratica esiste gente che senza prendere parte agli attacchi di pirateria li finanzia costituendo società criminali. E dopo che le azioni sono andate in porto, il rischio pare essere sicuramente minore a quello del fluttuare azionario in qualunque borsa mondiale, vengono pagati i dividendi. Il “big player” del tutto sarebbe Mohammed Hassan Abdim, un pirata, conosciuto con il nick name di Afweyne, o “padre della pirateria”. Di questa cosa ha parlato tra gli altri Avi Jorisch sul Wall Street Journal. Un uomo delle forze di sicurezza somale, interpellato dalla Reuters, non si è dimostrato affatto stupito: “noi locali viviamo grazie ai pirati”. E anche le quattro banche somale, la Central bank, la Commercial and savings bank of Somalia, la Somali development bank e la Universal bank of Somalia  sembrano non guardare tanto per il sottile a questo giro di soldi. Tanto che il Tesoro a Washington ha deciso di metterle sotto stretta osservazione.

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