In carcere si crepa

By Redazione

giugno 17, 2011 politica

Sta accadendo qualcosa in Italia che partiti e organi di informazione si ostinano a non voler vedere e a non far sapere. Il mondo delle carceri italiane e quello che gli sta intorno, è in fermento: più di 7000 detenuti e oltre 2000 loro familiari, direttori di penitenziari, agenti di custodia, volontari e psicologi carcerari si sono uniti all’iniziativa non violenta dello sciopero della fame che Marco Pannella conduce dal 20 aprile, cui, come ha preannunciato in queste ore, si aggiungerà quello più duro dello sciopero della sete.

Pannella denuncia la disumanità delle condizioni carcerarie e chiede un provvedimento di amnistia che consenta di superare il collasso del sistema penitenziario. Nell’indifferenza assoluta del ‘mondo di fuori’, la situazione degli istituti di pena ha raggiunto soglie drammatiche di insostenibiltà: l’aumento progressivo degli ingressi che ha già superato di oltre il 50% le capacità strutturali si unisce al degrado degli ambienti contro il quale possono ormai poco anche l’impegno e l’abilità dei migliori direttori di carcere e che costituisce la concreta e più visibile violazione del principio costituzionale della finalità rieducativa della pena. Il segnale dell’estrema gravità delle cose è dato, poi, in modo eloquente, dalla crescita esponenziale del numero dei suicidi tra i detenuti.

Mettere all’ordine del giorno dell’agenda politica un’urgenza che la politica non intende, è prerogativa storica del leader radicale, costantemente giocata contro il muro del silenzio dei media e dell’indifferenza del Palazzo, abituato a intervenire solo quando le cose hanno le forme ultime dell’emergenza e con misure altrettanto emergenziali.Ed allora, l’appello volterriano a non parlare degli ‘archi’ ma a dire delle ‘galere’, è rimasto finora inascoltato da parte degli attori della politica istituzionale affannati in ben altre imprese e questioni di giustizia, dalle elezioni amministrative ai referendum, dalle spallate al premier in carica alle operazioni di tenuta e di rimpasto del governo, dalla qualificazione del diritto-dovere di voto alla integrazione del reato di induzione all’astensione.

Tutte imprese e questioni che superano, s’intende, la dimensione ristretta dell’altro mondo, quello del carcere.E dire che la partita in gioco, invece, è davvero grossa perché investe non soltanto l’attualità dello stato delle carceri che, già da sola, meriterebbe l’attivazione immediata del legislatore, ma anche l’intero sistema sanzionatorio del nostro codice penale, l’uso della custodia cautelare e, in definitiva, il funzionamento della giustizia. Talmente grossa che, per la prima volta nella loro storia, anche gli avvocati dell’Unione delle camere penali italiane hanno deciso di dare corpo con il proprio corpo alla protesta non violenta di Pannella, «che si inserisce a pieno titolo nel solco delle battaglie storiche dell’Unione delle camere penali e ne costituisce una nobile realizzazione» (delibera giunta Ucpi 29 maggio 2011) e hanno proclamato l’adesione allo sciopero della fame con le modalità della staffetta.

Dal primo giugno, giorno in cui ha dato il via all’iniziativa il presidente Valerio Spigarelli, fino alla metà del mese di agosto (per il momento), osservano una giornata di digiuno tutti i componenti della giunta, quelli dell’Osservatorio carcere e della Commissione carcerazione speciale e diritti Umani, i componenti dell’ufficio di presidenza del Consiglio delle camere penali, presidenti e componenti del direttivo di diverse camere penali. E la staffetta si sta caricando di partecipazioni al punto da programmare digiuni congiunti di più persone in un’unica giornata.Ora, che un tale numero di avvocati, esponenti del soggetto politico dei penalisti, faccia uno sciopero della fame predisponendone la durata per almeno tre mesi, è cosa che dovrebbe attirare l’attenzione del destinatario della protesta persino in un Paese come il nostro, abituato a tutto e in cui la politica istituzionale stenta a riconoscere qualcosa che non venga da sé stessa.

Certo, l’amnistia è considerata generalmente una resa dello Stato rispetto all’esercizio della sua potestà punitiva, come la maturazione della prescrizione. Mentre questa, però, è un elemento patologico endogeno del meccanismo di amministrazione della giustizia, l’amnistia proviene da una determinazione esterna, squisitamente politica, normalmente finalizzata a restituire vitalità al lavoro giudiziario collassato dai carichi pendenti. È una determinazione di cui nessun partito vuole prendere la paternità di fronte a un elettorato nutrito, con il pane della penalizzazione di tutti i comportamenti umani e della carcerizzazione come strumento primo e unico di soluzione di tutti i fenomeni cui non si danno le risposte adeguate nelle sedi competenti. Una classe politica che fa del numero degli arresti, dell’applicazione rigida del 41 bis, dell’invenzione di fattispecie di reato per ogni emergenza sociale, vera o percepita, di nuove regole restrittive nell’applicazione delle misure cautelari, il fiore all’occhiello e il terreno di gara della propria azione nel campo della giustizia, fa fatica, poi, a intraprendere e far comprendere una inversione di tendenza.

Ma l’amnistia è lo strumento di riorganizzazione del lavoro giudiziario che ha sempre accompagnato le riforme organiche, più o meno epocali, del nostro sistema giudiziario. È giusto a quelle e, in particolare, alla riforma del codice penale, che pensano i penalisti che digiunano e che ne discuteranno i prossimi 24 e 25 giugno a Pisa, nel convegno intitolato «Per un nuovo codice penale», cui parteciperanno i presidenti delle tre commissioni ministeriali che hanno (vanamente) elaborato la riscrittura del codice, Carlo Federico Grosso, Carlo Nordio e Giuliano Pisapia. Il primo di tre appuntamenti destinati a disegnare le linee del nuovo ordinamento sostanziale che l’Ucpi si predispone a proporre. Confidando che l’interlocutore distratto si accorga dell’urgenza.

(da “Processo Mediatico”)

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