Un guru per tutte le stagioni

By Redazione

giugno 16, 2011 Cultura

Dalla rivista statunitense City Journal, edita dal think tank newyorkese Manhattan Institute for Policy Research e diretta da Brian C. Anderson, pubblichiamo la traduzione – curata da Irene Selbmann – dell’articolo “A Guru for All Seasons” scritto dallo storico Guy Sorman.

La nuova biografia del Mahatma Gandhi, Great Soul (“grande anima”: questo significa ‘Mahatma’, un nome che a Gandhi fu dato dal poeta bengalese Rabindrahath Tagore), dell’ex redattore esecutivo del New York Times, Joseph Lelyveld, ha attirato l’attenzione dei media per alcune ragioni negative. La minuziosa ricerca di Lelyveld sulla vita di Gandhi accenna alla relazione ambigua tra questo grande indiano, paladino della libertà, e un architetto ebreo di Riga, Hermann Kallenbach. Si incontrarono in Sudafrica, dove Gandhi passò la prima metà della sua vita adulta. Kallenbach era indubbiamente il miglior amico di Gandhi, forse il suo unico vero amico.

Insieme fondarono la Tolstoy Farm, vicino Johannesburg, una comunità autosufficiente che più tardi ispirerà le comuni di Gandhi in India e la decisione di Kallenbach di unirsi ad un movimento kibbutz, in quella che poi sarebbe stata chiamata Palestina. Lelyveld dimostra come il concetto gandhiano e quello kibbutziano dell’autosufficienza economica abbiano un’origine comune con la religione tolstoyana di pace e di amore. Rivela anche che la corrispondenza tra Gandhi e Kallenbach era piena di allusioni sessuali, in un periodo in cui Gandhi aveva rotto con la moglie e si aveva dichiarato pubblicamente  l’astinenza sessuale. Lelyveld ammette che non sapremo mai la verità sulla questione, ma il governo di Gujarat, dove Gandhi nacque, ora ha proibito la vendita del libro, che ha danneggiato la reputazione di santo che accompagna il ricordo di Gandhi  in India.

Ad ogni modo, molto più affascinante della vita sessuale di Gandhi, o dell’assenza di essa, è il sincretismo che ha ispirato la sua visione. Il fascino esercitato da Gandhi su leader non indiani, da Nelson Mandela e Martin Luther King a Vaclav Havel, Aung San Suu Kyi e Liu Xiaobo, potrebbe avere qualcosa a che fare con l’universalismo delle sue fonti. Gandhi trovò la sua ispirazione e consolazione nella cristianità, nell’Islam e nella New Age tolstoyana, così come nelle sacre scritture della religione induista. Il suo universalismo lo portò alla fine: i nazionalisti induisti accusarono Gandhi di non essere pienamente indiano. Fu ucciso a Nuova Delhi da uno di quei militanti – che pare si trovi ancora in India – che lo considerava troppo ossequioso verso gli indiani mussulmani.

Ad li là dei minuziosi dettagli di una lunga vita pubblica e ora, grazie a Lalyveld, anche una vita privata molto esposta, colpisce la contraddizione tra gli effettivi fallimenti politici di Gandhi e la sua duratura influenza sul presente. Dopo gli anni 30, Gandhi aveva perso qualunque ruolo politico nella battaglia per l’indipendenza indiana e non partecipò effettivamente al suo raggiungimento finale. Si dimostrò incapace di realizzare lo scopo ultimo di mantenere l’India unita come nazione multietnica e multiconfessionale. Fallì anche nel trasformare l’India in un’utopia di villaggi autosufficienti, un’alternativa al capitalismo occidentale e al socialismo sovietico. Gandhi abbracciò un’ideologia non secolare di redenzione collettiva. Rifiutò ogni ‘ismo’, fosse esso socialismo, capitalismo o gandhismo. Il suo unico programma politico era l’esempio della sua stessa vita, basata sulla completa onestà, umiltà, tolleranza e amore per i poveri. Non sorprende, allora, che lo scrittore francese Romani Rolland, che pubblicò la prima biografia di Gandhi nel 1924, lo chiamò il Gesù Cristo dell’Oriente. Si dice che Gandhi disse a Rolland: “Non solo mi hai reso famoso, hai anche inventato un uomo chiamato Gandhi”.

Come fa un personaggio così goffo, persino esotico, a mantenere l’appeal nel nostro mondo contemporaneo? La ragione principale è probabilmente anche il potere di un nuovo strumento politico di cui Gandhi fu precursore: la nonviolenza, o il Potere della Verità (‘Satyagraha’ in sanscrito). Fu Gandhi a concepire la non-resistenza all’aggressione politica o militare e il digiuno, anche fino alla morte, per una giusta causa. Il Satyagraha alla fine avrebbe convinto l’opinione pubblica inglese che l’imperialismo in India era ingiusto e, qualche decennio dopo, avrebbe spezzato l’apartheid in Sudafrica. Il suo potere è stato messo alla prova da uomini come King, Mandela e Havel. Allo stesso modo, la sua efficacia è stata sovrastimata, un fatto forse non pienamente compreso dallo stesso Gandhi.

Il Potere della Verità funziona solo quando l’avversario condivide gli stessi principi etici della vittima. Rivolgendosi agli americani, King, ad esempio, parlò da cristiano ad altri cristiani: gli fece scoprire la loro miseria morale. Gandhi avrebbe potuto avere più sostegno tra i timorati inglesi che non tra i nazionalisti indiani. Oggi le rivoluzioni egiziane e tunisine hanno avuto successo con il minino della violenza necessaria, fino ad ora, in parte perché i militari non hanno voluto sparare ai loro fratelli mussulmani. Ma i limiti del Satyagraha di Gandhi furono dimostrati dal suo stesso tempo, quando scrisse ai leader della comunità tedesco-ebraica che avrebbero potuto sconfiggere Hitler con la resistenza passiva. Ai rappresentanti sionisti che chiedevano il suo sopporto prima della creazione dello stato di Israele, suggerì di persuadere gli Arabi in modo pacifico della correttezza delle aspirazioni degli ebrei.

Gandhi sembrava incapace di vedere il male nel mondo. Faticava a capire la violenza tribale senza limiti, il settarismo religioso e ideologico. Immaginava che i lupi potessero diventare vegetariani. A dispetto di questi limiti, che a volte rasentavano l’assurdità, si può capire come l’infinita fiducia di Gandhi nel genere umano rimanga attraente e, a volte, efficace. Dopo tutto, è l’unico grande politico del ventesimo secolo che non abbia le mani sporche di sangue – il che non è poco.

Un’altra controversa eredità di Gandhi è la sua idea di progresso. Molti discorsi di Gandhi suonano come deliri luddisti. Sappiamo che si cuciva i vestiti da solo e voleva che i suoi discepoli facessero lo stesso. Il suo sogno di un’India indipendente era costruito sulla ‘Swaraj’, o autosufficienza. Chiedeva spesso agli indiani di bruciare i loro vestiti se questi erano di importazione. Vedeva capitalismo e libero commercio come manovre imperialiste per rendere schiavi gli indiani. Però, fu lo stesso Gandhi a chiamare un chirurgo inglese quando dovette fare un’appendicectomia. Viaggiò in lungo e in largo per l’India su ferrovie costruite dagli inglesi, non su carri trainati da buoi. È stato probabilmente il primo attore politico del ventesimo secolo ad usare i media con grande sapienza, utilizzando il cinegiornale per raggiungere il pubblico occidentale. Lalyveld descrive la famosa Marcia verso il Mare nel 1930, quando Gandhi ruppe il monopolio che la Gran Bretagna aveva sul sale raccogliendo un pizzico di sale sulla spiaggia. Ma l’autore non rivela che Gandhi camminò con passo deciso solo quando una troupe lo seguiva passo passo; quando le telecamere furono spente, iniziò a camminare più lentamente.

Ma allora Gandhi era un ipocrita? L’accusa è piuttosto comune tra i nazionalisti di destra nell’India odierna, sebbene sia loro sia il Partito del Congresso siano del tutto impegnati nel capitalismo e nella crescita economica. L’idea di progresso di Gandhi era in qualche modo subdola. Non si inserisce nelle stesse categorie degli odierni sostenitori dello ‘slow food’ o i fanatici della crescita zero. Gandhi ha riassunto il suo pensiero in un noto aforisma, citato da Lelyveld, sulla misura del progresso: “Pensa al viso dell’uomo più povero e debole che tu abbia mai incontrato e domandati sempre se l’azione che stai per intraprendere sarà per lui di qualche utilità “. Nell’India contemporanea, molti seguaci di Gandhi ancora si attengono a questo consiglio.

Il più rispettato tra loro è M. S. Swaminathan, soprannominato il Padre della Rivoluzione Verde. Nei primi anni 70 introdusse nuovi semi ibridi di frumento, che hanno aumentato la produzione in India e l’hanno fatta restare al passo con la crescita della popolazione. Grazie al lavoro di Swaminathan con l’agronomo americano Norman Borlaug, vincitore del Premio Nobel, gli indiani hanno evitato le carestie del passato e adesso accumulano surplus di frumento e riso. Quando gli venne chiesto delle biotecnologie, Swaminathan, ora ultraottantenne, ha risposto che gli organismi geneticamente modificati sono i benvenuti in India se “sono utili alla più povera donna indiana“, estendendo così l’affermazione originale di Gandhi anche alle donne.

Il gandhismo non sarà il motore dell’economia indiana attuale, ma effettivamente agisce come un freno sulla corruzione e la disuguaglianza, i due flagelli di questa nazione in rapida crescita. Il Partito del Congresso, che Gandhi ha presieduto negli anni 20, è totalmente impegnato in una strategia capitalista attiva. Ma il nuovo benessere in India non si è diffuso in modo capillare. Questo ha portato il presidente del Partito del Congresso, Sonia Gandhi (nessuna parentela con il Mahatma) ad implementare i programmi di aiuto alla povertà nei villaggi più poveri nel nome del Mahatma – un nome che continua a turbare le coscienze della benestante élite indiana.

Gandhi è anche una vivida fonte di ispirazione per le migliaia di organizzazioni non governative in tutta la nazione. Le ONG straniere non si sentono benvenute in India, perché tantissime ONG indiane stanno già lavorando sul campo. Molte lavorano per i servizi igienici, seguendo la battaglia iniziata da Gandhi contro la ‘defecazione all’aperto’, che lui giustamente considerava una delle minacce più concrete alla salute della nazione.

All’inizio di quest’anno, una veterana gandhiana dell’attivismo sociale, Anna Hazare, che stabilì un villaggio modello a Maharashtra, ha iniziato uno sciopero della fame contro la corruzione. Sonia Gandhi non ha avuto altra alternativa che viaggiare fino alla capanna di paglia della Hazare e pregarla di rompere il digiuno, in cambio della creazione di un comitato anti corruzione ad alti livelli a New Delhi, che valuterà l’onestà dei ministri in carica e degli ufficiali governativi. Swaminathan e Hazare saranno pure briciole nel vasto panorama dell’India di oggi, ma mostrano come il potere del Mahatma non sia confinato ai libri di storia.

[traduzione di Irene Selbmann, clicca qui per leggere l’articolo originale]

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