Federalismo all’italiana

By Redazione

giugno 16, 2011 politica

Bella parola il federalismo. Prima però andrebbe spiegato alle Regioni italiane come produrre leggi che non siano dichiarate sistematicamente incostituzionali dalla Consulta. Solo nella giornata di mercoledì ben sei delle sette emesse (più precisamente le numero 187, 188, 189, 190, 191 e 192 depositate in data 15 giugno 2011).

E che il governo regionale sia di destra o di sinistra il prodotto della relativa incompetenza legislativa  non cambia: infatti a essere state censurate dalla Corte Costituzionale ci sono la Toscana, la Liguria, le Marche, la Lombardia, la Puglia e la Basilicata. E anche le normative sono le più eterogenee: dalla legge sul servizio idrico integrato della regione Marche alla normativa per le  elezioni del consiglio regionale in Puglia, passando per le norme sul conferimento delle funzioni dirigenziali in Basilicata e per quelle sulla caccia in Lombardia, Liguria e Toscana o quelle  per l’ambiente e l’edilizia in Liguria. Un disastro: è come se gli enti locali non riuscissero a partorire leggi che non siano incostituzionali.

E non è la prima volta. Da quando esiste il federalismo della legge Bassanini, l’unico presente in Costituzione, il contenzioso stato regioni davanti alla Consulta è aumentato del 400%, e nella maggioranza dei casi è sempre Roma ad avere ragione. A questo contenzioso va aggiunto quello della incostituzionalità delle leggi e si arriva a una vera e propria Caporetto. Se poi si va a vedere nel dettaglio le norme bocciate c’è da mettersi le mani nei capelli (per chi ancora ne possiede): ad esempio si scopre che la regione Marche è stata capace di concepire una legge che contrasta con le normative europee a proposito di “adeguamento e  realizzazione di impianti di depurazione delle acque reflue urbane e collettamento a impianti di depurazione”. E che nel contenzioso è entrata persino la possibilità di autorizzare in via provvisoria gli scarichi non a norma delegando il lavoro sporco alle province. Che adesso si capisce perché nessuno vuole veramente abolire.

Ma c’è, in tutto altro ramo dello scibile umano della politica, che è quello che è, anche il paradosso di una legge elettorale regionale come quella pugliese che permette alle liste circoscrizionali collegate al candidato presidente di beneficiare del premio di stabilità, anziché alla “lista regionale”, cui nella legge statale sono attribuiti i seggi aggiuntivi, con conseguente determinazione di un numero di consiglieri (78) superiore a quello fissato dallo statuto (70). Come se in Puglia finite le elezioni ci potessero essere più eletti che seggi. Degli altri che ne fanno? Li mettono in cantina?

Non parliamo del sistema di attribuzione di incarichi pubblici cogitato dalla regione Basilicata: in pratica si tratta del sistema lottizzatorio. Solo che anche lì si riescono a combinare casini inenarrabili. Come quello  di conferire nell’amministrazione regionale incarichi dirigenziali a personale “non in possesso della relativa qualifica, oltre i limiti percentuali previsti dalle norme statali”. O di avvalersi di “personale già assunto per prestare servizio nelle segreterie particolari degli amministratori regionali e poi transitato nei ruoli della Regione con contratto a tempo indeterminato”. Solo in un giorno la Consulta ha preso in castagna sei diverse regioni su altrettante leggine ad hoc che poi in gran parte servono solo per lo scambio elettorale: tot voti, tot assunzioni. Poi c’è tutto il resto dell’anno in cui il legislatore regionale mai si ferma dal compiere qualche sconcezza legislativa.

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