Venere Nera

By Redazione

giugno 15, 2011 Cultura

Una storia terribilmente vera di razzismo e cinismo protrattasi dall’era del colonialismo ai giorni nostri. Un pugno allo stomaco dello spettatore che dura 150 minuti nelle sale a partire da venerdi prossimo , contro i 159 della versione vista nel 2010 al Festival di Venezia. “Venere nera” di Abdellatif Kechiche è tutto ciò e molto altro ancora. Ma è anche un bel film che va visto nonostante il fatto che la Lucky Red abbia deciso di distribuirla in tutta Italia in meno di 30 copie. L’epopea drammatica della sudafricana ottentotta Saartjie Baartman è terribile: una schiava post moderna nella Londra di primo ottocento e poi della Parigi della stessa epoca. Prima fenomeno da baraccone esibita come essere a metà tra l’uomo e la scimmia, poi prostituta nei bordelli, infine esemplare per la scienza positivista che deve determinare la esistenza di una differenza antropologica delle razze con la pretesa superiorità di quella bianca.

La pellicola si apre a Parigi nel 1817: di fronte al calco del corpo di Saartjie Baartman, l’anatomista Georges Cuvier è categorico. Un parterre di distinti colleghi della Accademia Reale di Medicina applaude la dimostrazione. Sembrano tanti piccoli Mengele ante litteram ma tant’è. Sette anni prima, Saartjie lasciava l’Africa del Sud con il suo padrone, Caezar, per andare ad offrire il suo corpo in pasto al pubblico londinese delle fiere e degli zoo umani. Donna libera e schiava al tempo stesso, la “Venere ottentotta” era l’icona dei bassifondi. Diciamo subito che il film è per stomaci forti: le scene di umiliazione di questa donna, anche sessuali, sono al limite della sopportazione umana. Non tanto per quel che si vede quanto per quel che si fa intendere.

Si prova un istintivo odio verso questi ridicoli scienziati precursori del Lombroso e si inorridisce allorchè nei titoli di coda si scopre che gli organi genitali, il cosiddetto grembiule delle ottentotte, cioè una forma pronunciata ed estroflessa della vagina tanto da fare pensare a una sorta di parannanza, di questa donna è stato esposto alla “ricerca” fino al 1974 e che solo nel 1982 i resti mortali di questa vittima del peggiore razzismo colonialita sono stati restituiti al Sud Africa. Al regista  Kechiche preme  sbattere in faccia allo spettatore una storia atroce e rimossa dall’inconscio collettivo. Questo può determinare un senso di soffocamento.  Che, per esplicità volontà del regista, deve  creare disagio nello spettatore. La disumana odissea della protagonista, il suo degradarsi fino alla terribile morte, è narrato dal regista  con un ritmo ossessivo  pensato  per logorare i nervi, disturbare gli occhi e appesantire il cuore di chi guarda impotente il compiersi dell’infame destino della Venere Nera.

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