Il socialismo del Terzo Millennio

By Redazione

giugno 15, 2011 politica

La vittoria del Sì ai referendum è la seconda grossa sberla in due settimane presa dal governo. La prima è stata la sconfitta simultanea a Napoli e Milano, seguita a sua volta dalle altre batoste alle amministrative. Ce ne saranno molte altre di “sberle” simili, finché non verrà capita la causa di lungo periodo della crescita della sinistra e di calo di consensi della destra.

Perché si può dire quello che si vuole sul popolo cattolico inorridito dal “bunga bunga”, sulla scarsa presa dei potentati locali del PdL, sull’inadeguatezza della classe dirigente, ma queste sono cause contingenti. Quel che resta è l’inversione di tendenza culturale che si sta consolidando, e che provocherà una crescita di lungo periodo di ogni partito che proporrà un programma socialista (e, all’interno di ciascuno, delle correnti più massimaliste). Questa tendenza era già ben visibile nel 2001, ora è dominante, nei prossimi anni dobbiamo aspettarci che sia totalizzante.

Il centro-destra ha cercato di cavalcare l’onda per tutti gli anni 2000, abbandonando il liberalismo degli anni ’90 e adottando un socialismo riformista moderato. Ed è questa la sua condanna, perché la gente, tra l’originale e la copia, preferisce votare i socialisti veri, possibilmente massimalisti, trascurando quelli più annacquati. Lo ha capito il PD, che dopo le fallite liberalizzazioni di Bersani e dopo il fallito riformismo di Veltroni, ora si appiattisce sui programma di Di Pietro e di Vendola. Quella di Milano è una vittoria di Vendola, che ha imposto programma e candidato. Quella di Napoli e dei referendum è una vittoria di Di Pietro, che ha scelto il candidato nel primo caso e il campo di battaglia nel secondo.

La destra perde, in questo confronto, perché non propone un’agenda alternativa. Tremonti, che detta la linea del governo in tutte le scelte fondamentali, è un socialista riformista, ben assecondato da altri socialisti (Sacconi, Brunetta, Frattini) pragmatici e moderati.

Il ministro dell’Economia, se lasciato a briglia sciolta, non sarebbe neppure tanto moderato. In una conferenza a Milano, nel 2005, si disse a favore del “fair trade” (mercato regolamentato dallo Stato) contro il “free trade” (mercato libero), difese il sistema pensionistico statale contro la proposta di riforma “cilena” (pensioni individuali e volontarie), si pronunciò a favore del protezionismo contro il libero scambio, a favore di politiche economiche per lo sviluppo del meridione (la Banca del Sud), contro l’idea di una defiscalizzazione del Mezzogiorno. Non stupisce che oggi si opponga al taglio delle tasse: le tasse servono per mantenere in piedi l’apparato statale che egli vuol difendere e, se possibile, espandere. La sua agenda (fatta propria dal premier Berlusconi) è una copia stinta dei programmi di Bersani e D’Alema, a loro volta copia diluita e moderata della politica proposta da Di Pietro e Vendola.

Chi realisticamente chi in modo più utopistico, Tremonti, Bersani e Vendola condividono tutti i principi fondamentali del socialismo: il primato della politica sull’economia e dello Stato sul cittadino, la conservazione dello stato sociale, la necessità di reperire fondi tramite tasse per mantenerlo, il primato del collettivo sull’individuale. Vendola è attualmente il proponente più rigido di questa politica: è ovvio che l’elettorato inizi a pendere dalla sua parte, poiché è il più coerente.

Se il centro-destra proponesse una radicale alternativa liberista, vincerebbe? Al momento no. Perché il socialismo non è adottato dai politici solo per loro convinzioni ideologiche. E’ l’espressione della maggioranza dei cittadini, per una serie di motivi.

Dall’attacco alle Torri Gemelle del 2001 in avanti abbiamo vissuto sempre in uno stato di crisi permanente o latente (terrorismo prima, crisi economica poi, a partire dal 2008), e il collettivismo si nutre appunto di crisi. In caso di attacco esterno, di solito, prevale l’istinto di aggrapparsi alle istituzioni per chiedere protezione.

Inoltre, tutte le guerre seminano dubbi di legittimità sul capitalismo e sul proprio governo, accusati di voler speculare sull’emergenza. Tutte le guerre del ‘900 hanno portato a questo effetto collaterale. Basti pensare agli effetti della I Guerra Mondiale: milioni di soldati sono tornati dal fronte e hanno continuato la lotta nelle piazze contro i “partiti borghesi”, i capitalisti, gli “speculatori” e gli ebrei (eterno capro espiatorio), dando origine ai totalitarismi del ‘900.

Sin dal 2001 la maggioranza degli italiani ha iniziato a chiedere più protezione e più garanzie sociali, sviluppando al tempo stesso teorie paranoiche su complotti internazionali e lobby occulte. Dal 2008 si è affermata l’idea che il mercato libero sia di per sé un modello sbagliato, e sta crescendo a dismisura, sulla base della convinzione che lo Stato non fa abbastanza per proteggere i cittadini “dal capitalismo”, la richiesta di una maggior partecipazione del popolo nelle istituzioni.

La gente vuol votare direttamente (senza passare dal Parlamento e da partiti giudicati troppo poco socialisti) leggi che spoglino capitalisti e banchieri di tutti i loro beni, per “redistribuirli ai poveri”. In Italia i referendum sull’acqua, il Popolo Viola e i grillini ne sono i sintomi più evidenti; il movimento degli Indignados in Spagna e la rivolta anarchica in Grecia muovono dagli stessi presupposti.

Questa tendenza presenta caratteristiche vecchie e nuove. Vecchie: le tesi paranoiche contro i complotti dei banchieri e degli ebrei sono identiche a quelle diffuse negli anni ’20, le stesse che hanno contribuito all’affermazione del comunismo a Est, dei fascismi a Ovest. Stessa l’iconografia: nasi adunchi e piovre, cappelli a cilindro e uomini grassi e pieni di soldi. Nuove: l’ecologismo radicale e Internet sono visti rispettivamente come l’argomento dominante di condanna al capitalismo e lo strumento adatto per abbatterlo.

Le ideologie totalitarie si pongono come salvatrici. I fascismi erano proposti come le uniche ideologie in grado di salvare la nazione, il comunismo come l’unico in grado di proteggere il popolo. Entrambi ponevano l’alternativa fra loro stessi e l’inevitabile distruzione. Parimenti, l’ecologismo propone la paura dell’estinzione umana. E i nuovi collettivisti usano questo spauracchio per giustificarsi: o imbrigliamo la libera iniziativa, o il capitalismo distruggerà la terra.

L’ecologismo è tanto forte da aver assorbito altre ideologie novecentesche, come il terzomondismo e il femminismo. Le società scarsamente industrializzate extra-occidentali sono indicate come esempio di “sostenibilità”: restino selvaggi e inquineranno meno il pianeta. Il femminismo è altrettanto importante in questa ideologia: la donna che rifiuta la famiglia e non fa figli è conforme a un’ideologia che vede, nella riduzione numerica dell’umanità, un modo per rispettare maggiormente la Terra.

Attorno a Internet, che è un ottimo strumento di comunicazione orizzontale in una società libera, si sta sviluppando una filosofia collettivista: tutto, dalla proprietà intellettuale alle informazioni riservate di governi e aziende, può e deve essere collettivizzato e messo a disposizione del popolo. I grandi social network, oltre che strumenti di mobilitazione collettiva, diventano anche delle vere e proprie “comuni” virtuali, in cui proprietà e privacy vengono condannate. Lo stesso gossip esce dai confini della frivola stampa scandalistica per diventare uno strumento di lotta al potere. A quello economico, prima di tutto, perché è in esso che i collettivisti del XXI Secolo (proprio come quelli del XX) identificano il nemico.

Questa nuova ideologia collettivista invade ormai ogni aspetto della cultura, dalla più elitaria (università, saggistica, riviste specializzate), a quella più popolare (quotidiani, canzoni, film di successo come Avatar e Tron Legacy), sino alle mode più diffuse nella vita quotidiana (turismo “consapevole”, stile di vita “sostenibile”, social networking).

Ormai tutti, dal manager rampante alla casalinga, condividono, in tutto o in parte, queste ideologie. Nelle aziende non fai strada se non proponi soluzioni “sostenibili”, dunque se non ti conformi all’ecologismo. Se lavori nel campo della formazione o dell’informazione, non ti ascoltano se non ti adegui ai mantra del terzomondismo, dell’ecologia e della “partecipazione” contrapposta al capitalismo. Se vuoi uscire dal cattolicesimo, queste idee ti forniscono una valida alternativa, perché si rivestono di una forte carica spirituale. Se sei cattolico, comunque, cercherai di conformarti ad esse, perché ti senti un verme se non le abbracci nel nome della tua visione pauperista e altruista della società.

Non è un caso che, a Milano, i voti a Pisapia siano arrivati soprattutto da giovani e giovani adulti, donne, cattolici e liberi professionisti, soprattutto quelli impegnati nel terziario avanzato. Le stesse immense categorie si sono mobilitate in massa, in piena estate e a scuola chiusa, per andare a votare i referendum. Praticamente tutte le categorie “pensanti”, più a contatto con la cultura del nostro tempo, sono pronte a mobilitarsi per sostenere qualsiasi causa collettivista, a vantaggio di programmi e candidati politici socialisti.

Di fronte a questo conformismo collettivista, è facile che si creino reazioni a corto raggio molto scomposte e sempre più impresentabili: nazionalismi, integralismo religioso, razzismo vero e proprio stanno affermandosi come ideologie di minoranza, speculari e opposte alla melassa eco-socialista. Ma altrettanto pericolose: tutte queste, infatti, muovono dalle stesse paure e portano a risultati identici in politica e in economia. Purtroppo questo è il trend, comunque: assistiamo, non solo in Italia, al sorgere di un nuovo socialismo, a cui si contrappongono piccoli e ignoranti nazionalismi sempre più virulenti.

A cosa ci porterà tutto questo? Non lo so e non lo voglio prevedere. Le premesse, comunque, come ognuno può vedere, non sono delle più incoraggianti.

(da Libertiamo.it)

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