Turchia. Erdogan, successo a metà

By Redazione

giugno 14, 2011 Esteri

Unione Europea e Stati Uniti si interrogano sul futuro della Turchia. L’Akp vince le elezioni per il rinnovo della Grande Assemblea Nazionale, il parlamento monocamerale turco. Erdogan è in carica dal 2002 e questo sarà il suo terzo mandato. L’esito elettorale è stato largamente annunciato, nessuna sorpresa quindi.

Il partito laico Chp, la prima forza d’opposizione del Paese, chiude con un gap di almeno venti punti, mentre il partito nazionalista (Mhp) supera la soglia del 10%. Il “partito della giustizia e dello sviluppo” (Akp) conquista i numeri necessari per riformare la costituzione, ma non abbastanza per farlo da solo. Ecco la vera notizia. L’obiettivo, come più volte dichiarato in questi anni dallo stesso Erdogan, era la conquista della maggioranza qualificata (mancata per soli 5 seggi), con la quale il partito avrebbe potuto agire unilateralmente. Non ci è riuscito e “le riforme si faranno in maniera condivisa” afferma Erdogan. L’Akp dovrà scendere a compromessi con due forze parlamentari minori, tra loro opposte: l’Mhp e il Bdm partito filo-curdo che ottiene 35 seggi, siglando un grande successo. L’intento del primo ministro è limitare il potere dei militari nel sistema politico, imposto dai generali dopo il colpo di stato del 1980, ma il fatto che l’esercito sia anche la figura posta a garanzia della laicità dello Stato complica dannatamente le cose.

Il modello democratico turco gode di salute precaria. La censura e gli arresti mirati, soprattutto di giornalisti ostili al partito di maggioranza, scandiscono il ritmo della competizione. Centinaia di oppositori sono stati arrestati in relazione a un presunto complotto per rovesciare il governo. “Ankara come Beijing” è lo slogan di chi teme svolte autoritarie. È intervenuto in loro sostegno il Chp, che si dichiara nettamente contrario al cambiamento dell’impianto costituzionale e dalla bocca del suo leader, Kiliçdaroğlu, avverte che l’esito di queste elezioni potrebbe incidere in maniera decisiva sul futuro del popolo, così come sulla politica estera.

Kiliçdaroğlu non ha torto. Anche il Dipartimento di Stato americano ha condannato le modalità di trattamento dei media, sottolineando come queste abbiano orientato il voto. Queste elezioni potrebbero accrescere ulteriormente la distanza del governo dagli interessi USA nella regione e dall’Europa, oggi “corteggiata” da appena il 40% dei cittadini. Insomma, la Turchia del futuro rischia di costare molto all’Occidente. La sua posizione geografica risulta determinante, attribuendo ad Ankara un ruolo primario sia nella lotta al terrorismo, che nelle strategie di difesa Nato. Eppure, dalla guerra in Afghanistan all’Iraq passando per la Palestina, arrivano segnali che preoccupano Washington.

Negli ultimi 50 anni, la sola presenza nell’Alleanza è stata considerata una sufficiente prova di lealtà e di attaccamento ai valori occidentali, ma oggi questo potrebbe non bastare più. In effetti, l’importante azione di “mediatrice culturale” che la Turchia sta svolgendo nelle transizioni post-primavera araba e non solo, rischia di rivelarsi una lama a doppio taglio: se da una parte, infatti, il suo riavvicinamento all’Iran e ad Hamas lascia aperta una preziosa via diplomatica, dall’altra è lecito riflettere sulle conseguenze che avrebbe un suo appiattimento (alla ricerca di una leadership regionale) sulle posizioni più radicali che accomunano i due attori. Soprattutto in chiave anti-israeliana. Un tale comportamento sancirebbe la fine di ogni intesa credibile, indipendentemente dalla sua militanza nella Nato. E l’Occidente perderebbe un alleato prezioso.

La Turchia, seconda forza militare dell’alleanza atlantica, ha svolto un ruolo decisivo in molte operazioni. In Afghanistan, ad esempio, è stata tra i pochi membri ad aver accettato di dispiegare un numero maggiore di uomini, a fronte delle richieste del presidente Obama. Le truppe turche sono concentrate a Kabul e qui si occupano dell’addestramento delle forze di polizia afgane. È, inoltre, alla guida di due Prt (provincial recostruction team). Cerca di imporsi come guida delle comunità turcofone dell’Asia centrale, ma al momento non sembra avere forza sufficiente.

Altro compito importante, riguarda lo scudo di difesa missilistico. Anche in questo caso opera sotto l’ombrello della Nato e collabora all’istallazione dei missili BMD in vari paesi dell’est Europa, oltre che sul suo territorio. Il “nemico” da cui l’Occidente sembra voglia difendersi è l’Iran, ma alcuni sostengono che la reale fonte di tensione resti Mosca e il suo espansionismo energetico. Il consolidamento dello scudo spaziale rappresenta uno dei principali obiettivi strategici per l’Alleanza. E anche in questo contesto non mancano le ambiguità da parte turca. Erdogan e i suoi hanno insistito sul fatto che nessun Paese debba essere identificato come una minaccia, il che dimostra quanto Ankara sia decisa a rafforzare i suoi rapporti con Teheran.

Ecco riassunte le preoccupazioni occidentali sul futuro turco. In queste ore Washington e Bruxelles scommettono sulle percentuali di Erdogan. Ma sul piatto c’è l’ipotesi di un tradimento.

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