L’Europa non esiste

By Redazione

giugno 14, 2011 politica

Romano Prodi, qualche giorno fa, è stato categorico: chi mette in discussione l’Europa e alimenta l’euroscetticismo “non ha il senso della Storia”. Per i tecnocrati di Bruxelles e per i loro referenti politici (e Romano Prodi è uno di questi), il “senso della Storia” è l’estrema difesa dietro la quale riparare il progetto di integrazione europeo dallo tsunami che rischia di investirlo. Perché per ora, chi sta uscendo dalla storia è proprio l’Europa, arrivata al suo punto di non ritorno. La crisi finanziaria, quella economica, la debolezza della sua politica nello scacchiere globale, i processi di disgregazione sociale indotti dall’immigrazione e dalla perdita delle identità e l’espandersi incontrollato di un Moloch burocratico che svuota la democrazia di ogni funzione rappresentativa, danno la percezione che il progetto di integrazione sia un grande esperimento di laboratorio mal riuscito; un esperimento costruito sulla pelle dei cittadini e dei popoli europei che ne pagano ora le conseguenze in termini di impoverimento reale, di coesione sociale e di visione del futuro.

Qualsiasi progetto storico si fonda su un principio di autorità riconosciuto e condiviso che è alla base del patto sociale. Esso fonda l’appartenenza, legittima la partecipazione e garantisce la rappresentatività di chi governa. In assenza di un’autorità riconosciuta, un progetto storico non genera libertà ma la nega. Chi ha costruito l’Europa in questa maniera, ha fatto in modo che le forme di governo reale fossero invisibili, l’autorità impalpabile e un’anonima elite tecno-finanziaria condizionasse le dinamiche politiche attraverso lo strumento della moneta unica e lo svuotamento di ruolo e funzione dei governi nazionali. L’antropologa Ida Magli, da sempre contraria a questo processo di unificazione europea, sottolinea come la perdita del “vincolo esterno” di un’autorità legittimata, svuoti il potere trasformandolo in qualcos’altro. In Europa, questo altro è la mastodontica Burocrazia che ingessa la vita degli europei e la sottopone ad un controllo continuo fatto di regole, costrizioni e pagelle.

Hermann Van Rompuy, il Presidente dell’Unione Europea, in una recente intervista ha dichiarato che il Parlamento europeo, che ormai “decide su tutto”, è uno “dei più potenti parlamenti del mondo perché non deve sostenere alcun governo”. Ecco svelata la mostruosità di Bruxelles. Se non c’è un governo, non esiste un potere legittimo. L’Europa non è una democrazia sovrana ma una democrazia regolatoria, che schiaccia i suoi cittadini sotto un totalitarismo burocratico che s’insinua in ogni aspetto dell’esistenza arrivando a normare, per esempio, i “valori massimi di oscillazione della mano e del braccio nell’uso del martello pneumatico” o a costituire organismi surreali come l’Eu-Osha, per la sicurezza sul lavoro, controllato da 84 consigli di amministrazione.

Per sostenere questa impalcatura spietata di burocrazia e di potere, a Bruxelles hanno persino coniato un nuovo tipo di lingua. Uno dei più brillanti filosofi contemporanei, Roger Scruton, ha esaminato con attenzione ciò che lui ha chiamato “Eurocratese”, la neolingua delle elite europee, funzionale, al pari di quella evocata da George Orwell, “non a descrivere la realtà ma ad affermare il potere sopra di essa”. L’eurocratese serve a conservare il sistema di privilegi su cui si fonda il dominio in Europa e per questo deve risultare incomprensibile e misterica ed in grado anche di modificare il senso delle cose. L’eurocratese è lo strumento privilegiato per impedire ai cittadini di partecipare e rendersi consapevoli dei processi decisionali. Persino un pensatore “europeista” come Jürgen Habermas, ha dovuto ammettere che “l’integrazione europea, da sempre portata avanti senza la partecipazione del popolo, si è infilata in un vicolo cieco”.

La natura realmente non democratica dell’Unione Europea diventa oggi, però, il rischio maggiore per le elite di Bruxelles. Se l’assenza di partecipazione e di coinvolgimento di cittadini e di comunità ha consentito al potere burocratico di definire linee politiche ed economiche in maniera del tutto autoritaria, l’assenza di legittimità diventa oggi per esso il primo pericolo. Molti economisti prevedono che la crisi finanziaria scoppiata in Grecia si possa allargare ad altri paesi a meno che Bruxelles non imponga un nuovo pacchetto di aiuti che contrarrà l’economia dell’eurozona per anni. La possibilità di default dell’euro è reale. Lo scollamento tra cittadini europei e burocrazia di Bruxelles renderà sempre più difficile far accettare ricette economiche e finanziarie penalizzanti, soprattutto in virtù del fallimento che queste hanno già dimostrato.

La consapevolezza di non contare nulla nei processi decisionali a livello europeo e la percezione che i governi nazionali ormai non sono altro che revisori dei conti di agenzie internazionali di rating e potentati finanziari, rende lo spirito democratico europeo orfano della sovranità.

L’euroscetticismo dilaga non più legato a marginali proteste nazionali, ma come consapevolezza diffusa dell’imbroglio che in questi anni ha tenuto ostaggio l’economia dei popoli europei e la loro stessa possibilità di esprimere democraticamente una politica e un destino. Non più rinchiusi dentro partitini xenofobi, i movimenti antieuropeisti si sviluppano dal nord al sud dell’Europa; trovano sbocco nelle competizioni elettorali divenendo componenti fondamentali dei governi nazionali (come in Finlandia e in Olanda) o prendono la forma di movimenti d’opinione radicati e capaci di influire nell’opinione pubblica (come nel caso degli Indignados spagnoli). Attraversano i vari segmenti sociali e si mescolano alle diverse famiglie politiche. Un sondaggio su Le Monde ha rivelato che in Francia oltre il 50% degli elettori di sinistra sarebbe favorevole ad abbandonare l’Euro. Altro che movimenti populisti di estrema destra. L’antieuropeismo si trasforma sempre più in una sensibilità diffusa di una nuova politica legata ai bisogni del territorio, alla difesa delle identità e all’idea di una libertà garante dei nuovi diritti dell’individuo e della comunità.

Il richiamo romantico all’Europa pensata dai padri fondatori non regge più. E’ troppo evidente l’abisso che divide il sogno carolingio di Adenauer, Schuman e De Gasperi, dalla ragnatela messa in piedi a Bruxelles. Anche il tentativo di spiegare la necessità di questa Europa come lo strumento necessario a difendere le nazioni europee dall’impatto della globalizzazione, appare meno credibile: è proprio la globalizzazione dei mercati che la sta spazzando via.

La realtà è quella che ha scritto Leon de Winter su Der Spiegel: “l’Europa non esiste. E’ solo il chiodo fisso dei burocrati di Bruxelles”. Se l’Europa di Bruxelles non esiste forse potremmo iniziare a farne consapevolmente a meno. E magari cominciare a pensare a come costruire l’Europa dei popoli.

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