Fuga da New York

By Redazione

giugno 14, 2011 Esteri

Pubblichiamo la traduzione – a cura di Irene Selbmann – di “Goodbye, New York”, scritto Fred Siegel per la rivista statunitense “City Journal”, il magazine quadrimestrale diretto da Brian C. Anderson ed edito dal think tank newyorkese Manhattan Institute for Policy Research.

Per più di 15 anni lo stato di New York ha guidato la nazione in quanto a emigrazione domestica: per ogni americano che arrivava a New York, circa due se ne andavano verso altri stati. Questa emigrazione ha subito un breve rallentamento dopo l’alba della Grande Recessione. Ma un nuovo sondaggio Marist, uscito la scorsa settimana, suggerisce che il tasso sia di nuovo in crescita: il 36% dei newyorkesi sotto i 30 anni programmano di lasciare lo stato nei 5 anni successivi. Perché tutta questa gente se ne va?

Per prima cosa, secondo una recente indagine sul Chief Executive, lo stato di New York ha il secondo peggior clima per gli affari di tutta la nazione (solo la California si piazza più in basso). La gente va dove c’è lavoro, quindi quando uno stato tiene a distanza il business, tiene a distanza anche la gente. E’ anche significativo che nel sondaggio Marist, il 62% dei newyorkesi che vuole andarsene punti il dito contro i fattori economici – incluso il costo della vita (30%), le tasse (19%) e il contesto lavorativo (10%) – come ragioni primarie.

A nord di New York, gran parte del problema sono le esorbitanti tasse sulla proprietà. New York ha le 15 contee più tassate della nazione, fra cui Nassau e Westchester, che si piazzano prima e seconda a livello nazionale. La maggior parte delle tasse sulla proprietà serve a pagare il Medicaid – che non sembra in diminuzione, dal momento che la più potente lobby dello stato, il cartello politico creato dall’alleanza dei sindacati dei professionisti della sanità e della gestione delle strutture ospedaliere – non è stata certo sfidata dal nuovo governatore Andrew Cuomo.

New York City non risente dell’emigrazione come il resto dello stato; in effetti, la città è leggermente cresciuta nel passato decennio, grazie all’immigrazione. E c’è più lavoro a Gotham che nell’intero stato. Il problema è che il tipo di lavoro disponibile dimostra che la città sa ospitare i nuovi immigranti molto meglio di quanto non sappia sostenere le aspirazioni della classe media.

Una recente ricerca del Drum Major Institute aiuta a capire i numeri del sondaggio Marist: “Le due industrie che crescono più velocemente a New York sono anche le meno pagate. Più della metà della crescita dell’impiego in città lo scorso anno è stata nel commercio, nelle strutture ricettive e nella ristorazione, e tutte pagano i lavoratori meno della metà della media dei salari cittadini”. Ancora peggio, più dell’80% dei nuovi lavori sono nei cinque settori meno pagati in città. In alcune parti della nazione si vede un revival delle attività manifatturiere – tradizionalmente una fonte di mobilità verso l’alto per gli immigrati – ma non a New York City, il cui settore manifatturiero continua a declinare.  Tra i colpevoli qui ci sono anche le politiche urbanistiche della città, le tasse sull’impresa e il deperimento delle infrastrutture.

Poi c’è il costo della vita a New York City. Una ricerca del 2009 del Center for an Urban Future ha riscontrato che “un newyorchese dovrebbe guadagnare 123,322$ all’anno per avere la stessa qualità di vita di qualcuno che guadagna 50,000$ a Houston. A Manhattan un salario pari a 60,000$ è equivalente a quello di qualcuno che guadagna 26,092$ ad Atlanta”. Persino il Queens, secondo la ricarca, è la quinta area urbana più costosa della nazione.

Le implicazioni dell’economia a clessidra di Gotham – con tutto nella fascia alta e in quella bassa della società, e non molto nel mezzo – sono scoraggianti. La ricerca del Drum Major, che ha messo in evidenza come il 31% degli adulti impiegati a New York siano sottopagati, è arrivata insieme a un programma politico. L’istituto vuole che la città dia sussidi alle nuove categorie di lavoratori, espandendo il raggio delle leggi sui salari, il che richiederebbe una paga più alta rispetto alle leggi sul salario minimo, per tutte le imprese che ricevono fondi o contratti dalla città. Ma questo vorrebbe dire tasse più alte per la classe media e un ulteriore assottigliarsi della metà della clessidra.

Il governatore Cuomo chiede un limite sulla tassa di proprietà, ma senza obbligo di sgravi locali. Il sindaco Michael Bloomberg si è impegnato a non alzare le tasse locali, ma anche al loro livello attuale, le tasse cittadine e l’eccesso di regolamenti continueranno a mettere  in fuga gli aspiranti lavoratori che hanno meno di trent’anni. In breve, è molto probabile che i tassi di emigrazione nella Grande Mela siano ancora al primo posto delle classifiche nazionale nel prossimo futuro.

[traduzione di Irene Selbmann, clicca qui per leggere la versione originale dell’articolo]

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