Referendum, ma chi ha perso?

By Redazione

giugno 13, 2011 politica

La valanga referendaria pone l’esigenza di una riflessione. Nel centrosinistra, che difficilmente riuscirà ad imbrigliare il consenso di gente che sbertuccia in diretta il simpatizzante Mentana perché “ha dato spazio solo ai partiti, ha fatto informazione come tutti gli altri”. La compagine politica che più ha sostenuto i comitati promotori inizia già a dividersi sul da farsi. Pierluigi Bersani ha indossato i panni duri del contestatore, chiedendo al premier di salire al Colle. Parere totalmente diverso da quello di Di Pietro, che pare aver fiutato il vento che lunedì tirava tra la gente accorsa a festeggiare alle soglie del Circo Massimo, e ha invitato a non mescolare l’onda referendaria con le vetuste dinamiche di Palazzo.

Ma soprattutto nel centrodestra. Le analisi di questi giorni si soffermano, giustamente, sul delicato rapporto tra Pdl e Lega. Colto da uno dei pochi abbagli politici incorsi negli ultimi tempi, Bossi deve recuperare terreno dopo l’incauto “non andrò a votare” pronunciato a pochi giorni dal voto. Una frase infelice, pronunciata nel mezzo di una congiuntura nella quale il Carroccio avrebbe potuto permettersi con un buon margine di sicurezza l’intestazione autonoma di una propria posizione sui quesiti oggetto di dibattito (molti quadri intermedi, infatti, hanno scelto questa strada, Zaia in testa).

Il Senatùr legge nei dati un’affluenza proporzionalmente superiore a quella che, proiettata su scala nazionale, è riuscita a mobilitare l’intera opposizione alle ultime amministrative. Ergo, una cospicua, anche se forse non maggioritaria, fetta dell’elettorato tradizionalmente vicino alle posizioni verdiazzurre si è recato alle urne. E per di più ha espresso un voto – tenute in considerazione le percentuali di voti sfavorevoli mai al di sopra del 5% – che, volente o nolente, è stato caricato di una forte valenza antipatizzante nei confronti della maggioranza di governo.

Il Carroccio si trova così davanti ad un bivio: calare l’azzardo di un’elezione anticipata in cui chiamare al serrate i ranghi un proprio elettorato tendenzialmente stanco delle opache battaglie di retroguardia del Cavaliere. Oppure tenere la spina attaccata, sperando che il 2013 veda arrivare alle soglie del voto una maggioranza con chanches di riconferma.

Ma al di là degli scenari contingentali, la stessa lettura del voto che spinge Bossi ad arrovellarsi, è sintomatica anche dell’incapacità del Pdl di colmare il gap culturale che costituì la piattaforma con cui Berlusconi si propose – e continua ciclicamente a farlo – ai propri elettori. Per sintetizzarla come ha fatto Massimo Micucci – l’influente compagno di Velardi al timone di Reti, una delle più grandi realtà specializzata nella formazione di classe dirigente in Italia – in un tweet: “Più Stato e meno Mercato”. Lo hanno affermato con convinzione anche tanti elettori del centrodestra, quelli che sostengono appassionatamente idee come quelle di Alemanno e, ma solo in parte, di Tremonti, unica vera linea alternativa nel mondo azzurro dotata di un proprio corpus di idee strutturale e non estemporaneo.

Ha perso il Paese della rivoluzione liberale, il modello anglosassone di gestione della cosa pubblica che ha tanto affascinato Berlusconi quanto è stato lontanissimo dall’essere solo vagamente sfiorato, per privilegiare con cocciuta piccoleria le asperità contingentali di magistrati comunisti e opposizioni in malafede.

Ha perso quella parte di Paese che si augurava che il vento del cambiamento potesse arrivare dal liberal-conservatorismo, e non dal ritorno in auge del welfare State. Berlusconi paga oggi, in modo confuso e avviluppato – confusione che deriva dall’incapacità delle opposizioni di esprimere una leadership che coaguli attorno ad un racconto di un’Italia che sarà, – la totale mancanza di voglia di dotarsi di un bagaglio di sogni e di speranze omogenee per un Paese che dovrebbe essere e che non è. Non c’è posto per promesse di riforme estemporanee (leggi alla voce fisco e giustizia), né per legittimi impedimenti che ne ostacolino ulteriormente la forza di propulsione.

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