Silvio, icona (im)pop

By Redazione

giugno 12, 2011 politica

Sesta copertina dell’Economist su Silvio Berlusconi: “The man who screwed an entire country” (l’uomo che ha fregato un intero paese – questa è la tradizione più politically correct, altre sono meno eleganti). La lunga battaglia del settimanale inglese era cominciata nel 2001, con “So, Mr Berlusconi…”, che celebrava il successo elettorale del Cav, con quei tre puntini di sospensione che facevano presagire i fulmini britannici su Arcore. Foto sorridente per il Premier, sornione, quasi clownesco nell’espressione.

L’Economist poi ha insistito nel 2003: “Why Silvio Berlusconi is unfit to lead Italy” (Perché Silvio Berlusconi è inadatto a guidare l’Italia). Foto di profilo, sfondo nero, un Cav isolato mentre poggia il mento sulla mano sinistra in un momento di riflessione. Terzo affondo, parzialmente in italiano, 2006: “Basta. Time for Italy to sack Berlusconi” (Basta. E’ giunto il tempo per l’Italia di licenziare Berlusconi). Ancora sfondo nero, Berlusconi preso sul profilo destro, espressione seria e quasi dimessa. Quarta: sfondo bianco, primo piano con sorriso smodato: “Mamma mia, here we go again” (Mamma mia, ci risiamo) che faceva il verso agli Abba, indimenticabile gruppo pop svedese. Stesso anno, quinta dedica: “Dear Mr Berlusconi… Our challenge to Italy’s prime minister” (Caro signor Berlusconi… La nostra sfida al primo ministro italiano), i famosi sei quesiti sulle indagini giudiziarie che coinvolgevano (e in parte ancora coinvolgono) il Cav. Sfondo nero, espressione seria e pronta alla sfida. La Repubblica ne avrebbe preso spunto per le famose “dieci domande” al premier, con tanto di contatore elettronico (sono 10 giorni, sono 30 giorni, sono 100 giorni e il presidente non ci ha ancora risposto).

L’ultima è quella di queste ore: seduto in poltrona durante la trasmissione di Vespa, braccia larghe e sorriso da imbonitore. John Prideaux, redattore dell’articolo, cita i successi personali di Berlusconi, sempre più ricco personalmente ma contemporaneamente sempre più scadente come leader politico. Ma The Economist non è stato l’unico periodico a dedicare al PresdelCons le proprie copertine: Rolling Stone, mensile che tratta di musica pop e rock, nel 2009 centrò un obiettivo sul quale vorremmo soffermarci. Berlusconi è ritratto in stile Obama, con tricolore sullo sfondo. Al centro straccia un foglio con scritto “Rockstar dell’anno. Silvio”. L’icona pop per eccellenza, dunque.

Weber e il narcisismo

 

Se volessimo ragionare utilizzando le categorie di uno preso a caso, Max Weber, potremmo pensare che Berlusconi incarni oggi il leader carismatico che in Italia mancava dai tempi di Mussolini (non che la cosa creasse dispiacere). In effetti né Andreotti né Cossiga hanno mai goduto della incontrastata leadership riconosciuta all’attuale premier a livello nazionale. Forse Togliatti (più che Berlinguer) o Craxi hanno avuto una facilità di comando simile, ma comunque solo all’interno dei partiti di provenienza e mai su fette di elettorato così estese (nel caso di Berlusconi leggasi maggioranza degli italiani).

Non è qui il momento di fare una lezione di sociologia dei media, ma è chiaro che l’abile comunicazione architettata mediante i mezzi di massa che Berlusconi controlla è stata determinante per arrivare ad un modello di superiorità politica su tutti gli altri. E questo modello è in realtà un qualcosa che il Cav non ha solo saputo interpretare ma ha creato in prima persona con quel network di reti televisive private che ha poi preso il nome di Mediaset: un archetipo fatto anzitutto di scontro e divisione. Di qua il bene, di là il male. Di qua la vendita del bene, di là gli alti prezzi del male. Come se uno stesse vedendo sempre Forum o Maria De Filippi: una causa continua e la continua demonizzazione dell’altro, dall’estetica al conto in banca. Un catalogo di nuovi valori morali imposti dal sistema Mediaset.

Insomma: Berlusconi ha preparato il terreno e poi è passato all’incasso. Un incasso fatto soprattutto di visibilità: perché il premier è anche molto narciso, come tutti i leader carismatici, e siamo certi che ad ogni copertina dedicata lui si sfreghi le mani godendosela. La società dell’immagine l’ha voluta importare proprio il Cav seguendo il sogno americano, sapendo che dentro ci si sarebbe potuto infilare a mani basse vista l’innovazione imprenditoriale portata con la televisione commerciale. Ogni copertina lo amplifica e fa parte del gioco. Il problema sarà quando nessuno gli dedicherà più copertine, nessuno lo invocherà più come icona pop. E di certo, in questo meccanismo, non potrà funzionare mai quella copertina che gli dedicò l’Espresso nel 1996, dopo la sconfitta elettorale con Prodi: “The End”. E’ l’esatto contrario.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *