Isola dei Liombruni Parla De Feo

By Redazione

giugno 12, 2011 Cultura

L’estate, la Notte, l’Amore, il Sogno. La Morte. Questo e molto altro popola un’isola speciale, nella quale i giovani “Smiccio” e “Zenzero” – due fanciulli inseparabili e dalle indoli in tutto diverse – si trovano al centro di una profezia… e di un conflitto sentimentale. È l’isola dei Liombruni, che dà il titolo alla nuova fatica dello scrittore Giovanni De Feo (romano, 38 anni) per Fazi editore.

Uscito in libreria lo scorso 3 giugno, L’isola dei Liombruni è un’opera dalle sperimentazioni più inedite. Trasversale nel genere (che tocca delicatamente l’epico-mitologico quanto l’horror), il testo sposa le nuove tecnologie e l’online per permettere al lettore di addentrarsi nel profondo delle sue atmosfere. Sul sito www.liombruni.com è possibile scaricare i podcast musicali di Enrico Melozzi, che ha composto dei brani d’accompagnamento per la lettura del romanzo, quanto le clip video dirette da Marco Chiarini e ispirate alla storia dell’Isola.

Ecco invece cosa ci racconta in esclusiva l’autore, Giovanni De Feo.

Sogno di una notte di mezza estate, Alice nel Pese delle meraviglie, e soprattutto quel Peter Pan che – ci si dice nella presentazione del libro –
dovremmo dimenticare. Viene in mente una vasta galleria letteraria, di fronte ai Liombruni. Di che letteratura si è nutrito Giovanni De Feo?

«Sicuramente il mio romanzo è debitore della sensorialità mediterranea de L’isola di Arturo di Elsa Morante, così come i Dialoghi con Leucò sono stati la mia guida sul mito greco, in particolar modo del rapporto tra divino e infanzia. Per gli stranieri, dopo Lord of the flies,  Children of the corn di King, nonché It per le dinamiche tra ragazzi. Da Lovecraft, MachenLord of Light di Roger Zelazny mi sono ispirato per la rappresentazione delle divinità ‘ulteriori’, mentre da Ubik di P.K. Dick e da Il Libro tibetano dei morti ho mutuato i diversi livelli tra sogno e realtà, il bar-do dell’esistenza onirica. Naturalmente queste sono tutte ricostruzioni a posteriori, mentre scrivo non faccio collage, scrivo e basta».

La multimedialità sta a questo testo come il 3D sta al cinema tradizionale? Cosa aggiunge a un romanzo con simili suggestioni, il mondo fluttuante di video e audio online?

«Sì nel senso che volevo avvolgere il potenziale lettore in una ‘bolla-mondo’ e trasportarlo nel mio personale altrove. Quello che però volevamo fare con il sito è in fondo qualcosa di molto antico e poco tecnologico: un pò come come i banditori di un Imaginarium circense che prima di una rappresentazione chiamavano a raccolta gli spettatori mostrando assaggi del vero spettacolo. Vedere il romanzo prender vita nelle illustrazioni, nella recitazione degli attori, nelle musiche e nei tappeti sonori, nelle facce dei ragazzi sullo schermo, è stato molto affascinante, un’esperienza unica. Alla fine però, una volta chiamati gli spettatori sotto il nostro ‘tendone’, il vero spettacolo resta solo e unicamente il romanzo».

“L’infanzia non è la prima parte della vita, ma la parte che cerchiamo di superare per tutta la vita”, recitava Sandra Bullock in un film degli anni ’90. E’ d’accordo?

«In parte. La maturità è un’evoluzione che richiede continue perdite e continue riscoperte di ciò che si è perduto. Quello che bisogna acquisire è una conoscenza  del mondo tale da permetterci di sopravvivere socialmente. Ma c’è un nucleo vivo nella nostra infanzia, che è la capacità di vedere l’invisibile e di dargli espressione, ciò che comunemente chiamiamo fantasia, senza la quale la nostra maturità sociale diventa sopravvivenza e smette di essere vita. Essere vivi vuol dire mantenere un rapporto giocoso e creativo tra il proprio sé e il mondo esterno. Per questo chi smette di immaginare, di dare forma al mondo attraverso il proprio sentire, chi accetta il mondo così com’è dagli altri, presto raggiunge il punto di non ritorno della crescita: e inizia a morire».

Sogni: bei sogni e terribili incubi. Le capitavano più spesso i primi o i secondi, da bambino? E soprattutto, in quale di queste due sfere fermenta l’ispirazione migliore?

«Mi è capitato sentire dire da un amico: “ho fatto un incubo bellissimo”. Così era ed è anche per me, mi capita di fare ‘incubi bellissimi’. E alcuni di questi finiscono in quello che scrivo. E’ come nelle fiabe: non ce n’è una che alla luce più sfolgorante non alterni la tenebra più cupa. Se si prende l’una non si può rifiutare l’altra. Così, in un’isola in cui i ragazzi vivono la purezza perfetta della loro felicità, è inevitabile che gli incubi camminino sotto il sole con loro…»

La nomenclatura del romanzo è singolare. Ci sono delle ragioni particolari per cui “Smiccio”, “Zenzero” e i “Liombruni” si chiamano proprio così?

«I nomi dei due protagonisti sono letteralmente caduti nella mia testa senza un perché, e così li ho accettati. Anche quello dei liombruni, nome che mi sono piccato di aver inventato io fin quando ho scoperto di averlo ricordato da una fiaba di Calvino. Per gli altri ragazzi ho invece saccheggiato il Pentamerone di Basile, uno dei capolavori del nostro Seicento. Mi piaceva il suono arcaizzante di quei nomi antichi, nomi che sarebbero stati plausibili, seppur ‘straniati’, nelle isole dove ho passato la mia adolescenza».

Secondo lei… qual è il luogo più simile della Terra all’isola dei Liombruni?

«La sacra triade della mia infanzia vacanziera: Ischia, Positano, Palinuro. Chi li conosce bene troverà nel romanzo riferimenti precisi a tutti e tre».

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