Fuffa di Londra

By Redazione

giugno 12, 2011 politica

Mentre nella versione americana si domanda come si possa battere Barack Obama, per il numero uscito in Europa l’Economist è andato sul sicuro, dedicando l’ennesima copertina al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, con uno speciale di quattordici pagine dedicate al Cavaliere. Il titolo è tutto un programma: L’uomo che ha fottuto un intero Paese. Perché nel linguaggio di tutti i giorni, il verbo to screw significa – scusate la mancanza di delicatezza – chiavare, scopare e fottere. Poi dicono del British style.

Dopo tutto, la scelta del verbo è sensata perché il prestigioso settimanale londinese poggia al sua tesi sui tre disastri combinati da Berlusconi e il primo della lista riguarda lo scandalo sui festini di Arcore. “The lurid saga of is ‘Bunga Bunga’ sex parties”, scrive l’Economist che deve aver trovato ispirazioni nei famosi cable resi noti da WikiLeaks lo scorso inverno. Eppure lo stesso Economist, poche righe sotto, afferma di non dato troppa copertura al fatto perché lo scandalo sessuale non avrebbe inciso sulla perfomance politica dell’imputato Berlusconi. Sarà, ma la sensazione qui in Italia è che alla fine dei conti le vicende private del premier abbiano in parte contribuito al clima di disappunto per una maggioranza smarritasi nella brughiera. Certo, saranno “shameful” i comportamenti di letto di Berlusconi, ma non è meno così signorile piazzare un “chiavare” sulla cover di un serio mezzo di informazione. Lo avessero fatto quelli di Libero o il Giornale, i peana indignati si sarebbero levati dall’alba.

Il secondo disastro del Cavaliere è nel suo passato giudiziario: corruzioni, false testimonianze e tutto il resto. Storia già sentita, meglio passare oltre perché arriva il vero argomento con il quale si potrebbe puntare l’indice contro il governo di centrodestra: l’economia. L’Economist ricorda che l’Italia è – per ora – sopravvissuta al virus che ha contagiato Portogallo, Spagna e Grecia, che le nostre banche non sono finite gambe all’aria, che la disoccupazione è all’8% mentre tra gli spagnoli arriva al 20. E che il budget deficit del 2011 ammonterà al 4% del Pil, mentre in Francia è al 6. Il guaio è che mentre gli altri ripartono, l’Italia arranca, non si scuote e nel 2010 il suo prodotto interno lordo è cresciuto quasi al passo di quello di Zimbabwe e Haiti.

Lo sappiamo da tempo che un quarto dei giovani è senza lavoro, che le donne faticano a farsi strada, che la produttività non si schioda, perché sono gli argomenti che ci portiamo dietro da 20 anni a questa parte. È stata l’epoca di Berlusconi, senza dubbio, al punto che siamo giunti all’ultimo capitolo di questa avventura: si tratta solo di capire quanto durerà, se è una questione di mesi o di un paio d’anni o di più. Tant’è, non c’è stato solo Berlusconi.

Da una parte c’è stata una sinistra che si prontamente impantanata con le correnti massimaliste e lo scenario sembra riproporsi con il duello Bersani – Vendola: al massimo, ha liberalizzato le farmacie e le pompe di benzina. Dall’altra la promessa della rivoluzione liberale del 1994 ha impattato con una concezione economica dura a morire: il nostro è una nazione statalista per tradizione, dal fascismo alle concertazioni democristiane – socialdemocratiche della Prima Repubblica, che ha creato tanti di quei meccanismi vantaggiosi per alcune categorie che a volerli solo modificare, il gioco si rompe. L’accoppiata Berlusconi – Tremonti non è andata molto lontano, tanto che se al ministro dell’Economia va dato atto di essersi sforzato per tenere i conti in ordine, gli si rinfacciano le mancate riforme per dare aria ad una stanza chiusa da anni e che sa di polvere e umidità. L’elettorato di centrodestra lo ha lasciato intendere, disertando le urne.

Anziché quattordici pagine di fuffa (criticare l’Economist non è reato, solo la provincia italiana può crederlo: dopo tutto se ci ha scritto Beppe Severgnini, qualsiasi persona informata dei fatti può avvalersi il diritto di storcere il naso), ne sarebbero bastate la metà. Gli inglesi dopo tutto hanno la fissa di capire quello che accade in Italia, solo che pretendono di farlo con un sistema metrico che non è uguale al nostro e si perdono via. Sarebbe stata molto più autorevole un’inchiesta con i controfiocchi sul mondo corporativistico di casa nostra e sarebbero giunti alla conclusione che le ramificazioni sono così consolidate che pure Berlusconi, uno ossessionato dal consenso, ci si è ingarbugliato. Di Margaret Thatcher ce n’è stata una sola, di Severgnini ce ne sono molti in giro.

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