Centro-destra, tempo di primarie

By Redazione

giugno 12, 2011 politica

Ripartire. Dopo la sconfitta elettorale delle amministrative che, in misura diversa, ha accomunato tutte le forze di centro-destra, di maggioranza e di opposizione. E per ripartire non bastano provvedimenti estemporanei come quelli che il premier vorrebbe tirare fuori dal cilindro; non bastano operazioni di facciata o di piccolo cabotaggio, perché le ragioni della crisi del centro-destra italiano sono profonde e risiedono nella sua incapacità di produrre elaborazione politica e classe dirigente.

Sul piano politico da troppo tempo la sensazione è che il governo punti ad eludere le questioni fondamentali che riguardano il futuro di questo paese, rassicurando la gente che in fondo tutto va bene. Si preferisce anestetizzare la riflessione generale, anziché affrontare i problemi con un progetto chiaro da difendere in modo argomentato di fronte al paese. Ne è uno straordinario esempio l’atteggiamento sul referendum di una maggioranza che preferisce puntare tutto sul fare finta di nulla, piuttosto che combattere e vincere la battaglia delle idee.

A questo stallo sui contenuti, si aggiunge il sostanziale stallo sul ricambio della classe politica nella coalizione conservatrice. L’insostituibilità di Berlusconi è anche il frutto di 17 anni in cui nulla si è fatto per far crescere e consolidare politicamente e mediaticamente nuove possibili leadership. Se si fossero trovati a sinistra, sindaci come Albertini, governatori di successo come Formigoni e Galan, ministri come Tremonti e Brunetta, commissari europei come Frattini sarebbero stati valorizzati dal loro partito al punto di conferire loro la statura di naturali candidati alla premiership.

Invece il centro-destra nostrano ha preferito l'”uomo solo al comando”, senza realizzare che proprio questo era il miglior regalo che si potesse fare alla sinistra, che così può ragionevolmente ritenere che, abbattuto Berlusconi, cadrà tutto il castello.Chi scrive rigetta, invece, l’idea che in Italia il centro-destra e Berlusconi simul stabunt, simul cadent. Il centro-destra può sopravvivere al Cavaliere perché si fonda su una solida base politica e sociale e su istanze ed aspettative ben radicate nel paese.

Occorre, quindi, disaccoppiare il centro-destra dalla guida carismatica dell’attuale premier ed offrire una forte legittimazione dal basso ad una leadership rinnovata. Obiettivamente è difficile che questo passaggio possa prodursi cercando di introdurre nel partito di maggioranza relativa un modello di democrazia indiretta ed intermediata. Certo, probabilmente sarebbe meglio che niente, ma nel breve termine un tale sistema sfocerebbe nella sostanziale preservazione delle oligarchie interne e soffocherebbe progetti non politici “non conformi” ben prima che potessero assurgere ad una qualche effettiva rilevanza.

Per questo ha ragione Giuliano Ferrara quando sostiene che l’unico modo di riaprire effettivamente il PDL e di fornire una legittimazione autentica ad una successione alla guida del partito e del governo è l’organizzazione di serie elezioni primarie. Da questo punto di vista, è senz’altro vero che il sistema elettorale ed istituzionale italiano si presta meno alle primarie del sistema americano. E’ senz’altro vero che le primarie si fanno meglio se i collegi sono uninominali piuttosto che plurinominali, se le scadenze elettorali sono fisse piuttosto che variabili. E’ altrettanto vero che negli Stati Uniti le primarie si effettuano per selezionare i candidati alle cariche pubbliche e non per gli incarichi di partito. Tuttavia questo tipo di argomentazioni sovente nasconde non l’intenzione di individuare il modo più efficiente di fondare una reale democrazia interna, bensì la volontà di mantenere inalterato l’attuale sistema di cooptazione e di cesarismo.

Nella situazione attuale non possiamo permetterci il lusso di spaccare il capello in quattro, e anzi, conviene sperimentare le primarie nel modo più estensivo possibile. Per scegliere i leader dei partiti del centro-destra ed i coordinatori regionali. Per scegliere il candidato premier ed i nominativi (e l’ordine) nelle liste bloccate del “porcellum”. Per scegliere i candidati governatori ed i candidati sindaci. Magari le primarie non riusciranno benissimo la prima volta, magari scopriremo dopo il “primo giro” che alcune regole vanno “ritarate” ed adattate al nostro specifico contesto politico-istituzionale. Scopriremo forse che è più pratico servirsene per scegliere chi correrà alle elezioni, invece che chi deve guidare un partito. Può servire del tempo affinché vadano a regime, ma per arrivare a quel momento realisticamente non vi è alternativa se non il metodo sperimentale.

Quello che è certo è che qualsiasi successione al Cav per incoronazione dall’alto è destinata a generare scontenti ed aprire la strada a fuoruscite e scissioni. Diverso sarebbe, invece, predisporre un processo trasparente e competitivo per la determinazione del presidente del PDL e del candidato premier per il 2013. Chi uscisse vincitore da tale trafila, beneficerebbe, con tutta probabilità, del riconoscimento necessario per “tenere” il partito e potenzialmente anche per riallargarlo. Basta considerare, del resto, come lo scisma di FLI sia avvenuto proprio sulla questione della “forma partito”. Se un domani il Popolo della Libertà trovasse il coraggio di rimettere in discussione i propri processi interni così in profondità, per molti versi potrebbe riproporsi con una certa plausibilità il progetto di una “casa comune” dei liberali e dei moderati.

Bisogna, peraltro, anche confutare una convinzione molto diffusa a destra. Quella che la scarsa rappresentatività delle due camere e la gestione autocratica dei partiti siano, tutto sommato, un prezzo da pagarsi per un sistema politico più stabile – che un parlamento di nominati sia una garanzia di governabilità e di rispetto del mandato conferito dagli elettori alla parte politica che ha vinto le elezioni. In realtà è vero in molti casi proprio l’opposto, in quanto dei deputati che debbano la loro poltrona esclusivamente alla concessione di un leader e non al consenso riscosso personalmente presso gli elettori, non potranno sentirsi vincolati ad un mandato dal basso, ma al contrario saranno prontissimi a fare il “salto della quaglia” ogni volta che un altro capo prometta loro più credibilmente un posto blindato in lista alle successive elezioni. In questi mesi, del resto, abbiamo vissuto fasi alterne di transiti in uscita ed in ingresso dal perimetro del governo che riflettono sostanzialmente nei vari momenti le previsioni sulla capacità di maggioranza ed opposizione di assicurare a questo o quel peone la rielezione o comunque altre forme di gratificazione. E’ chiaro che per un deputato si rivelerebbe molto più difficile cambiare bandiera se al turno successivo dovesse riconfrontarsi con un’elezione primaria, sia che scegliesse di farlo in seno al proprio vecchio partito sia che scegliesse di farlo nell’ambito della nuova parte politica di approdo, dove sarebbe comunque ritenuto meno convincente di chi vi avesse militato coerentemente da tempo.

In definitiva la grande sfida per il centro-destra di qui al 2013 è quella di passare da un modello di organizzazione rigorosamente top-down, ad un modello di organizzazione che emani dal basso, dagli elettori. Solo attraverso questo profondo mutamento di forma, si potrà finalmente ricominciare a fare politica sulla sostanza.

(da Libertiamo)

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