Steve Jobs, ladro di idee

By Andrea Mancia

giugno 10, 2011 Cultura

Va bene che per qualcuno i prodotti Apple sono qualcosa a metà strada tra una sostanza psicotropa e un’esperienza mistico-religiosa, ma tutto questo stracciarsi di vesti mediatiche ogni volta che Steve Jobs presenta un nuovo prodotto (o comunque qualcosa firmato da lui) è, francamente, imbarazzante. Anche perché, a forza di incensare – senza, nella maggior parte dei casi, capire neppure cosa esattamente si sta incensando – e a forza di agiografie travestite da biografie, quasi tutti ormai credono che Steve Jobs sia davvero un genio. E non soltanto un abilissimo venditore (soprattutto di se stesso), con una carriera imprenditoriale che ha conosciuto molte vette e altrettanti abissi. Nella “top ten” dei flop tecnologici stilata nel 2009 dal Daily Telegraph, tre prodotti su dieci sono creature di Steve Jobs. E non è un caso.

Pochi, però, hanno il tempo o la voglia di studiare la storia della rivoluzione digitale, o almeno di sentirsela raccontare da un punto di vista diverso (come quello del co-fondatore di Apple, Steve Wozniak). E così anche casi clamorosi, come l’ultimo che ha coinvolto la Apple passeranno sotto silenzio, sovrastati dal rumore di fondo dei fanboy di Jobs e dei loro inni al Signore della Mela. Per i pochi sani di mente rimasti a questo mondo, ecco la nuda cronaca di quello che è accaduto.

Come quasi tutti gli utenti non sprovveduti di iPhone e iPad sanno benissimo, i fantastici smartphone e tablet della Apple sono intenzionalmente mutilati dall’azienda californiana, per mezzo di quell’infame caricatura di software che risponde al nome di iTunes. Un mostro digitale che garantisce ad Apple la certezza di profitti astronomici nella vendita di applicazioni e musica (e questo è perfettamente legittimo), al costo però di una sensibile riduzione delle potenzialità dei device, che vengono inchiodati a vita in una sorta di lager colorato. Almeno fino a quando qualcuno non li fa evadere.

A una delle più evidenti limitazioni di iOS (il sistema operativo di iPhone e iPad, oltre che di iPod Touch), aveva risposto brillantemente un giovane sviluppatore di software britannico, Chris Hughes, che nel maggio del 2010 aveva sottoposto alle forche caudine dell’Apple Store un’applicazione che consentiva di “sincronizzare” il proprio dispositivo senza collegarlo fisicamente ad un computer, ma semplicemente utilizzando una connessione wi-fi. Apple ha “respinto” l’applicazione di Hughes, con una scusa poco convincente che riguardava gli standard di sicurezza, ma – evidentemente interessata al prodotto – ha chiesto al giovanotto (all’epoca studente di college) di mandare a Cupertino il proprio curriculum.

Hughes, che forse appartiene a quella minoranza di strani esseri umani che non subisce più di tanto il fascino magnetico di Steve Jobs, si è allegramente disinteressato della cosa. E ha rivolto il suo sguardo verso quella comunità underground che, in modo perfettamente legale, scambia, vende e compra applicazioni scritte per gli iPhone e gli iPad liberati dalla schiavitù di Apple. Fissando il prezzo del proprio prodotto a 9 dollari e 99 centesimi, Hughes è riuscito a vendere più di 50mila copie del suo “Wi-Fi Sync“. E fino a qualche giorno fa viveva, presumiamo, senza troppi patemi d’animo.

Poi Steve Jobs, accompagnato dai consueti squilli di tromba, ha presentato iOS 5 durante la Apple’s Worldwide Developers Conference di San Francisco. E indovinate quale sarebbe, secondo la prestigiosa rivista specializzata PC World, una delle cinque innovazioni più significative presenti nel nuovo sistema operativo di Apple? Avete indovinato: proprio la possibilità di sincronizzare in modo wireless il proprio iPhone. La stessa, identica, cosa che nella comunità dedita al jailbreaking si può fare da più di un anno. E che il povero Chris Hughes aveva inutilmente provato a vendere sull’Apple Store seguendo la trafila ufficiale imposta dalla Gestapo di Cupertino. Perfino l’icona della “nuova” applicazione di Apple è copiata senza pudore da quella di Hughes.

“Naturalmente la scoperta è stata piuttosto traumatica – ha dichiarato il giovane sviluppatore – Vendo la mia applicazione, con quell’icona, da almeno un anno. E la prima volta l’ho proposta proprio ad Apple…”. Eppure si tratta della stessa Apple che ha recentemente denunciato Amazon per aver chiamato “Appstore” il suo… appstore. E che si permette di dare lezioni alla concorrenza, invitando le aziende rivali a “creare le proprie tecnologie invece di rubare le nostre“. Altro che genio, Steve Jobs è restato quello di sempre: un ladro di idee molto versato nel marketing. Lo è sempre stato, del resto, ma non ditelo ad alta voce se volete evitare l’ira dei Fedeli della Mela.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *