Il tam tam della foresta

By Redazione

giugno 9, 2011 politica

È finito il tempo delle tessere e della conta da congresso. È una cosa che sa di ferraglia, di Novecento, di passato che non può tornare. Fuori c’è altro. È il tam tam della foresta. Ascoltatelo. “Vogliamo scegliere noi per non far scegliere loro”. Pubblichiamo integralmente l’intervento di Mario Sechi al Teatro Capranica di Roma.

Caro Giuliano, cari amici del Capranica, sono nato in un posto della Sardegna dove – che tu lo voglia o no – le primarie comincia a farle la natura: è una dura selezione in cui fin dai giochi dell’infanzia vince quello più abile, intelligente e forte. Non ci sono vertici, riunioni di palazzo o di corrente che possano fermare questo fatto: la competizione comincia fin da bambini. È naturale. Per questo fin da piccoli in tutte le case sarde dove circolano libri e idee – libri e idee, non soldi – padri e madri tirano su i figli con il menù che non smetteva mai di ricordare Francesco Cossiga: minestra e politica.

Sono giorni in cui mi pare che il secondo ingrediente sia sparito dal menù. Eppure stanno apparecchiando un sacco di tavoli in questi giorni. Forse c’è la minestra, ma di politica neppure il lontano profumo. Nel Pdl si fanno le cosiddette riunioni di corrente. Ma senza averle mai fatte, le correnti. Nel Pdl si dice senza imbarazzo che bisogna rifare la Dc. Informiamo i ricostituenti che la Balena Bianca s’è spiaggiata ed è morta nel 1994, diciassette anni fa. E toh! Proprio diciassette anni fa accadeva qualcosa di cui stiamo parlando oggi. Un’onda lunga che non si è ancora spenta ma è vero che il vento ha cominciato a girare e a soffiare contro. E il barometro segna burrasca. I risultati elettorali di Milano e Napoli non sono un episodio. Sono il picco di una tendenza, sono la punta dell’iceberg.  E come ci ricorda la cronaca del naufragio, fu la parte sommersa dell’iceberg a sfondare la chiglia del Titanic. Anche in questa storia l’orchestrina continua a suonare sul ponte mentre la nave affonda.

A questo fenomeno non si risponde con la nomina di un segretario politico e il downgrade di tre coordinatori. La gente non capisce queste cose, ha crisi di rigetto per questi cerotti che medicano ma non curano. Questa è roba che va bene se devi gestire la liquidazione di un non-partito, non per rinnovare e rilanciare una buona idea politica. Serve altro. Umiltà. Narrazione. Rivoluzione. L’umiltà di capire che si è perso, che la sconfitta è grave e pure seria. La narrazione e il racconto di una visione del mondo diversa da quella che ci propongono i sacerdoti del politicamente corretto e i teorizzatori della superiorità antropologica della sinistra di piazza e di salotto.

La rivoluzione di mettersi tutti in gioco e aprire il centrodestra alla competizione, al popolo sovrano che ascolta, partecipa e decide. È finito il tempo delle tessere e della conta da congresso. È una cosa che sa di ferraglia, di Novecento, di passato che non può tornare. Svegliatevi. Fuori c’è altro. Il mondo della rete sta cominciando anche da noi a influenzare la politica. I social network non sono il passatempo di quattro giovani-adulti cresciuti con il Commodore 64, ma una piazza elettronica che fa tam tam e poi mobilita la massa. Fa opinione. E la trasforma in movimento e voti.

Là fuori le primarie le stanno già facendo. La più importante comunità online di blogger del centrodestra, Tocqueville, ha lanciato dai blog di Daw e Right Nation una petizione online che sta facendo scintille. È il tam tam della foresta. Ascoltatelo. «Vogliamo scegliere noi per non far scegliere loro». «Vogliamo scegliere i nostri parlamentari, il nostro candidato premier, i nostri candidati alla guida di città, province, regioni. Vogliamo scegliere la classe dirigente del nostro partito, i coordinatori comunali, provinciali, regionali, il presidente nazionale. Vogliamo scegliere perché scegliere significa mettere in competizione, premiare il merito, preferire le idee buone a quelle cattive. Vogliamo scegliere perché sentiamo che questo centrodestra è davanti ad un bivio cruciale ed è chiamato ad assumere una decisione non più procrastinabile: o si cambia o si muore. O si imbocca la via della democrazia interna o si corre rapidi sul viale del tramonto».

C’è tutta la sublime passione di chi chiede al centrodestra di mettersi in gioco, aprire la sala da bowling, mettersi in fila e farci vedere chi sa fare strike o no. Ah, sì, li vedo già gli sguardi accigliati di quelli che pensano si tratti di un fenomeno che prima o poi passa e tutto torna come prima. Mi ricordano la profezia di Darryl F. Zanuck, presidente della 20th Century Fox, che nel 1946 disse: «Entro sei mesi la gente si stancherà di stare a guardare quella scatola di legno chiamata Tv». Sappiamo com’è andata. La televisione si è fatta audience e l’audience s’è fatta elettore. Quelli che pensano alla successione a Berlusconi come al gioco del piccolo chimico non hanno capito niente. È una vecchia storia che nessuno vuole mandar giù perché è dura da digerire. La successione la decideranno gli elettori. E stavolta se non li ascoltate, decideranno contro di voi. Caro Berlusconi, o lei cambia tutto o gli elettori cambieranno lei e tutto il sistema, suoi avversari compresi. Non è una profezia. Sta succedendo. C’è tutto da perdere. Non c’è più tempo da perdere.

(da “Il Tempo“)

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