Frammentazione 2.0

By Redazione

giugno 8, 2011 politica

Il saluto di Micciché al Pdl ha il sapore acidulo di una manfrina che si adagia e si specchia su un copione tanto abusato da essere ormai logoro. Al punto che anche il Corriere della Sera, nella sua versione online, ieri gli concedeva nulla più che un richiamino nel box dedicato al tentativo di accordo del governo sulle tasse.

L’ex plenipotenziario della Sicilia forzista, dopo aver attraversato momenti di appannamento politico e personale, si è da qualche tempo calato nella parte del gestore di una baronia movimentista che vorrebbe autonoma, dotata di gambe sufficientemente toniche da permettergli di camminare da sola. Fino a ieri ha dato vita ad un soggetto a metà strada tra il movimento e la fondazione, ha radunato un gruppetto di parlamentari rigorosamente provenienti dal meridione, e ha dato a questa ammuina il nome di Forza Sud.

Ieri ha pensato bene che il momento per fare il grande salto era arrivato, ha radunato il suo manipolo di dodici onorevoli e sette senatori, e ha annunciato a mezzo stampa che all’inizio della prossima settimana annuncerà a Berlusconi (che, a parere di Micciché, non legge i giornali né conosce nessuno che è solito farlo) la decisione di uscire dal gruppo del Pdl. Una mossa che potrebbe nel medio termine condurre a tutta una serie di riflessioni non peregrine sulla tenuta della maggioranza e via discorrendo, ma che oggi, quando ancora il balletto deve dispiegare le sue trame sul palco, apre a due riflessioni di contesto.

Innanzitutto, dopo anni di battaglie sul maggioritario, sul bipolarismo, sul bipartitismo, sull’alternanza di governo, nel 2011 ci troviamo ancora una volta invischiati in una legislatura in cui il singolo deputato o il micro-movimento può trovare convenienza nel frazionare fino a rendere pulviscolare l’arco parlamentare.

Senza voler muovere una critica generica di opportunità personale, è francamente ridicolo che il sistema politico italiano non si progredito di un passo nel costruire un impianto normativo che dissuadesse dal ritenere vantaggiose mosse come quelle di Micciché, alla stregua di vicende ben note che hanno impedito una serena e vivace alternanza per decenni di storia repubblicana. Un castello di vincoli istituzionali che incentivi ad aggregarsi, a unire le forze, piuttosto che a disperdersi in mille rivoli è operazione che si potrebbe iniziare a partire da banalissime riforme dei regolamenti parlamentari.

E invece quella che pomposamente qualcuno si arrischia a definire Seconda Repubblica è ancora prigioniera di uno schema funzionale e non funzionante, che dissemina il percorso parlamentare di occasioni per farsi ladri (metaforicamente parlando, s’intenda), lasciando le maggioranze di governo – che pur non fanno nulla per celare la propria insipienza a organizzare la leadership – alla mercè della scissione mensile che ambisce ad un simbolo sulla scheda e una percentuale che superi lo zerovirgola.

Tanto più – e siamo alla seconda riflessione – che il principale azionista della attuale maggioranza, latore (ancora una volta) di quel consenso e di quel capitale politico che sarebbe bastevole per incominciare a mettere insieme i primi mattoncini di una nuova casa, non sta riuscendo nel salto tra la fase embrionale e quella della definizione precisa di un corpo capace di muoversi in autonomia.

Bloccato nella fase intermedia del suo sviluppo possibile, il Pdl sta risentendo anche del lento ma progressivo appannamento della leadership carismatica che lo tiene unito. Quella di Berlusconi, ovviamente. La non immortalità (o almeno crediamo) del premier pone al partito questioni che è ben lungi dal risolvere. L’oligarchia al comando si limita a perpetrare stanche formule ormai abusate lungo il corso della parabola berlusconiana, senza riuscire a trovare una soluzione al problema di individuare e legittimare una nuova leadership.

Il Popolo della libertà perde comunque progressivo appeal, sia perché le damnatio memoriae pronunciate dal Cavaliere contro reprobi e traditori non hanno più la stessa forza corrosiva di qualche anno fa, sia perché la nuova creatura manca di un’anima che la possa dotare di quell’identità e di quel bagaglio di issues e di idee che le permetta di sopravvivere al proprio leader.

Insomma, di Micciché ci faremo tutti una ragione. Ma per tamponare il rischio di implosione del nostro sistema politico-istituzionale si dovrà pur fare qualcosa. O no?

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