Ma le primarie non bastano

By Redazione

giugno 7, 2011 politica

Primarie, primarie, primarie. Tutti pazzi per le primarie in queste ore e giorni tra i commentatori e i militanti di centrodestra. Ci mancherebbe essere contrari alle primarie. Il sottoscritto è favorevole a qualsiasi riforma politica che abbia come modello le democrazie anglosassoni. Le primarie sono uno strumento ormai insostituibile, imprescindibile, di selezione “aperta” ed efficiente dei candidati e delle leadership, in modo da limitare, sottoporre a verifica le scelte delle oligarchie di partito. Come osservano in molti – da Ferrara su Il Foglio a Sechi su Il Tempo – il Pdl dovrebbe subito adottare le primarie, se non altro perché nessun altro metodo offre le stesse garanzie per la scelta del leader post-Berlusconi. Utile e innovativosarebbe tra l’altro coinvolgere non solo gli iscritti in “primarie di programma”, come le ha definite Daniele Capezzone, tra alcune scelte di governo alternative riguardanti temi quali fisco, lavoro, liberalizzazioni, infrastrutture, servizi pubblici.

Detto questo, però, attenzione a due cose. Primo, le primarie non riguardano le cariche interne ad un partito, mentre è ad esse che si riferiscono molti di quelli che le reclamano. Che il segretario, i vertici, e i coordinatori territoriali debbano essere eletti (dagli iscritti) dovrebbe essere il minimo sindacale in un’organizzazione politica che voglia apparire (perché per esserlo serve anche altro) democratica. Con le primarie (aperte anche ai “sostenitori” non iscritti) si scelgono i candidati del partito alle cariche “esterne”: i candidati al governo (nazionale o degli enti locali), o a rappresentare i cittadini in Parlamento.

E qui veniamo al secondo punto. Non ha alcun senso parlare di primarie se non ci si riferisce ai candidati e ha poco senso parlarne al di fuori di un contesto bipolare e maggioritario. Hanno senso, quindi, se c’è da scegliere il candidato sindaco o il candidato governatore di una regione, elezioni in cui ormai il sistema maggioritario si è consolidato. Prima di quanto crediamo potrebbero non avere più alcun senso, invece, per il candidato premier, se non si salva – e, anzi, non si consolida – il bipolarismo dai progetti neo-proporzionalisti che incombono in vista dell’uscita di scena di Berlusconi.

Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera, sostiene, a mio avviso in modo convincente, che il destino del Pdl nel dopo-Berlusconi sia inevitabilmente legato alla tenuta e anzi al consolidamento del bipolarismo. E il tema della legge elettorale sarà anche noioso, ma resta fondamentale. Perché un ritorno al proporzionale «spalancherebbe le porte alla fine del bipolarismo», alla «rinascita del trasformismo parlamentare», al «trionfo di un notabilato politico impegnato a fare e disfare alleanze parlamentari». Una legge elettorale che spostasse il momento della formazione delle alleanze di governo da prima a dopo il voto, non solo accrescerebbe l’instabilità e l’ingovernabilità di questo Paese, già a livelli allarmanti, ma decreterebbe molto probabilmente la dissoluzione del Pdl.

Più che delle primarie, dunque, dovremmo preoccuparci della legge elettorale. E convincerci una volta per tutte che la vera “contendibilità”, la contendibilità che cerchiamo di ottenere con le primarie, la garantisce solo il sistema uninominale. E’ con l’uninominale che chi perde, perde davvero ed è costretto a cambiare mestiere. Solo con l’uninominale gli elettori possono pensionare un big della politica che ha fatto il suo tempo. Ed è questo sistema, come dimostra l’esempio americano, che si porta con sé le primarie: i partiti infatti sono indotti ad affidarsi alle primarie come mezzo più efficiente per selezionare i candidati che hanno maggiori chance di vittoria. Ma senza uninominale – o per lo meno un sistema maggioritario che rafforzi il bipolarismo, per esempio un collegio plurinominale ma piccolissimo, di 5-7 seggi – le primarie non hanno senso. Ai cittadini non interessa chi sia il coordinatore di questa o quella regione, ma sapere prima del voto chi viene indicato dal partito per rappresentarli a Roma o per governarli.

Non riduciamo, dunque, la questione del rilancio, del Pdl e del centrodestra, ad un dibattito primarie sì-primarie sì ma dopo. Per comprendere il calo di consenso sofferto dal centrodestra, e in particolare dal Pdl, alle ultime amministrative, è piuttosto al governo che bisogna guardare prima che al partito. E’ un problema squisitamente politico, di sostanza e non di forma, per così dire. Ha pesato, certo, la scelta dei candidati. Si poteva, e si doveva, scegliere meglio (fermo restando che Letizia Moratti era sindaco uscente), e le primarie aiutano senz’altro. Ma hanno pesato soprattutto la stanchezza e il disgusto degli elettori meno politicizzati ma vicini al centrodestra per lo spettacolo indecoroso e l’inconcludenza politica degli ultimi dodici mesi, mentre dopo tre anni di governo le riforme promesse da quasi vent’anni di “berlusconismo” (fisco, sburocratizzazione, giustizia) non si vedono comparire all’orizzonte nemmeno di questa legislatura. Ragazzi, vanno bene le primarie, ma non sono la madre di tutte le soluzioni: il nodo politico da sciogliere è al governo. Il partito, semmai, servirà a raccogliere le macerie.

(dal blog JimMomo)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *