Pdl: chi scende e chi sale

By Redazione

giugno 5, 2011 politica

Come in ogni squadra quando cambia l’allenatore, anche nel Pdl targato Angelino Alfano c’è chi si sta interrogando: chi vince e chi perde dopo la riorganizzazione interna imposta da Silvio Berlusconi? Abbiamo provato a sentire gli umori dalle parti di Via dell’Umiltà, schematizzando una sorta di borsino post-elettorale degli uomini vicini al Presidente Berlusconi.

CHI SCENDE

Denis Verdini. E’ stato a lungo primus inter pares. Da sempre nella triade dei coordinatori azzurri assieme a La Russa e Bondi, non avendo incombenze ministeriali si è visto de facto riconoscere il ruolo di responsabile del partito. Le aveva azzeccate (quasi) tutte, ma questo giro gli è andata male. Paga pegno finendo retrocesso al ruolo di responsabile dell’organizzazione e lasciando spazio (ampio?) al delfino designato dal Premier.

Ignazio La Russa. E’ probabilmente quello che perde più di tutti. Il coordinatore unico sottoforma di segretario politico spazza via l’antica dicotomia An-Forza Italia e la conseguente divisione in quote. Un dualismo, questo, che aveva garantito a La Russa spazi di manovra molto ampi in virtù della rappresentanza garantita all’anima aennina. Indebolito dalla fuoriuscita dei finiani, paga un cattivo rapporto con gli ex colonnelli del presidente della Camera e una scarsa propensione alla distensione diplomatica.

Giulio Tremonti. Individuato da molti (Berlusconi in primis) come il capro espiatorio, è stato risparmiato dal processo pubblico solo perché ritenuto troppo importante in ambito europeo. Un’azione forte da parte del partito di maggioranza relativa ha certamente come primo obbiettivo quello di limitare le scorribande trasversali del titolare di Via XX Settembre. Toccherà ad Alfano (soprattutto attraverso Maroni) togliere a Tremonti la primazia nel rapporto con il mondo leghista.

Roberto Formigoni. In fondo, in fondo, ci sperava. Voleva essere l’uomo (o comunque l’ispiratore) del rinnovamento pidiellino. Complice un guardaroba eccentrico è salito agli onori della cronaca più per questioni di camicia che di partito: dalle parti di Via dell’Umiltà in molti gli rimproverano l’atteggiamento ponziopilatesco in occasione delle recenti consultazioni amministrative. Voleva starne fuori per poi riciclarsi come salvatore della patria, in realtà è finito sul banco degli imputati.

Claudio Scajola. Spingeva fortissimo per un ritorno in pista. Nonostante l’iperattivismo parlamentare e una capacità organizzativa che nessuno mette in discussione, il partito non si è fidato. Pesano su di lui la casa vista-Colosseo e una certa patina di ex dc difficile da scrollarsi di dosso.

CHI SALE

Mariastella Gelmini. Con Alfano rappresenta la nouvelle vague pidiellina e con l’ormai ex guardasigilli nutre un rapporto di stima e amicizia reciproca. Rimane al governo ma esce certamente rafforzata dalla nomina di un uomo molto vicino alla Fondazione Liberamente di cui è fondatrice.

Renato Brunetta. Se perde Tremonti, vince Brunetta. L’equazione è abbastanza scontata ma funziona: appena il superministro finisce sottotraccia, l’anti-fannulloni ricompare in tutta la sua dirompente verve. A lui finirà per affidarsi Berlusconi quando vorrà riprendere in mano la questione della riforma fiscale. Se Tremonti continuasse ad opporre vincoli di bilancio, il rischio è quello di una staffetta con il buon Renato a Via XX Settembre per preparare la rivoluzione anti-tasse.

Gianni Alemanno. Se Alfano confermerà la voglia di democratizzare il partito, per il sindaco di Roma potrebbero aprirsi praterie politiche. In questi mesi ha rafforzato il ticket con la Polverini e sfidato il Pdl ufficiale in molte competizioni locali: una sorta di prova tecnica di correntone. Il ruolo di mediatore con l’anima moderata di Fli sembra essere fatto apposta per lui.

Maurizio Sacconi. Ha teorizzato a lungo una riunione di tutti i moderati in una casa comune. La nomina di Alfano stempera l’eccessivo berlusconismo di Verdini&Co. e conferma la necessità di rimuovere vecchie e inutili ruggini tra alleati naturali. Se Alemanno sarà l’ufficiale di collegamento tra Pdl e Fli, Sacconi giocherà il ruolo di pontiere tra berluconiani e cattolici delusi.

Maurizio Lupi. Paradossalmente vive in controtendenza rispetto a Formigoni, segno che anche il mondo ciellino così monolitico non è. Volto televisivo e molto efficace per dare il segno tangibile di un rilancio, è anche lui in pole position per fare da mediatore con una parte del mondo cattolico. Con un segretario politico di provenienza siciliana, a lui toccherà presidiare la Lombardia e Milano dove, dopo l’ultima debacle all’ombra della Madunina, Berlusconi non può permettersi altri errori.

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