Un bagno di retorica

By Redazione

giugno 3, 2011 politica

Bersani giovedì ha detto che i referendum non sono roba “di destra o di sinistra”. Posizione encomiabile, ma in fondo nemmeno lui ci crede più di tanto (Chiamparino, invece, sembra di sì). Come tutte le cose, nel nostro sistema bastardamente bipolare, la semplificazione in atto, da parte della stampa e dei comitati del sì, insiste sulla linea di frattura fra berlusconiani e non. L’obiettivo, in poche parole, è quello di cancellare, piuttosto che preservare, normative varate dall’attuale esecutivo. Una battaglia sul chi fa cosa e non sul merito di cosa viene effettivamente fatto.

Lasciando per un attimo da parte nucleare e legittimo impedimento (anche se, nel merito del primo, invito a leggere il primo paragrafo di questo articolo), sulla cosidetta “privatizzazione dell’acqua” si sta giocando una partita dal sapore vetero-ideologico (en passant, stupisce che il “lenzuolatore” Bersani, mutatis mutandis, abbia decisamente schierato il partito contro l’apertura dei privati nel mercato dell’acqua, rinunciando ad una solare e vivace battaglia sulle idee). Si confronterebbero dunque lo schieramento di chi vorrebbe assetare la povera gente dando in mano i rubinetti a squali interessati a monetizzare ogni sorso consumato, e chi vorrebbe preservare il grande bene primario di madre terra a disposizione di tutti.

Nel già citato articolo, Carlo Stagnaro spiega che i termini della questione presentano differenze non da poco: “Nella pratica, i referendum imporrebbero una rivoluzione copernicana all’attuale organizzazione del servizio idrico, riportandolo – concettualmente – a prima del 1994. Eppure, secondo Federutility sono necessari investimenti nell’ordine di almeno 64 miliardi di euro per raggiungere gli standard europei, tappare le falle (i nostri acquedotti perdono il 37 per cento dell’acqua trasportata) e realizzare i depuratori dove non esistono o sono obsoleti. La campagna referendaria ha trascurato due aspetti importanti dell’intera impalcatura normativa, e ne ha lasciato in ombra un terzo. Anzitutto, l’acqua e le reti sono e restano di proprietà pubblica – il privato può (se vince una gara alla quale possono partecipare pure soggetti pubblici) aggiudicarsene la mera gestione. Secondariamente, le tariffe italiane sono tra le più basse in Europa (la spesa media pro capite per la bolletta dell’acqua è attorno ai 100 euro all’anno). Peraltro, anche per razionalizzare gli usi, è importante che la tariffa rifletta tutti i costi relativi al consumo idrico. Terzo, i referendum non intaccano – e i referendari raramente ne parlano – l’aspetto regolatorio. Il potenziamento della Commissione nazionale di vigilanza sulle risorse idriche, che dovrebbe diventare un’autorità indipendente, può essere una buona notizia, se avrà risorse e competenze appropriate. Ma finché non si sottrae la politica tariffaria dalle mani degli uomini politici, che hanno interesse a usarla o come strumento clientelare, o come leva elettorale, difficilmente i problemi verranno risolti”.

In un altro intervento, sempre sul Foglio, Stagnaro spiega il quid della confusione, e dunque di quella che lui stesso definisce una “comprensibile retorica”: “Parte del problema sta nella confusione più o meno deliberata tra “privato” e “profitto”, come se “guadagnare sull’acqua” fosse immorale. Il fatto è che qui non ci sono né il tempio né i mercanti: la “privatizzazione” non è il cavallo di Troia del profitto, ma lo strumento per attirare imprese specializzate. In presenza di una buona regolazione, la capacità di fare profitti è indice anzitutto di efficienza, e quindi dello sforzo di mantenere bassi i costi operativi (e magari ridurli). Inoltre, profitti “troppo alti” sono chiaramente visibili al regolatore, che può intervenire – nei modi e nei tempi opportuni – per riallineare la tariffa (attraverso il metodo del “price cap”). Viceversa, un’impresa pubblica formalmente in pareggio, in assenza della spada di Damocle della gara, potrebbe essere semplicemente spendacciona, e trasformare l’extraprofitto monopolistico – anziché in un luminoso attivo di bilancio – nell’elargizione opaca di commesse a fornitori amici o nel mantenimento di un organico sovradimensionato (ciò che gli economisti chiamano x-inefficiency)”.

Per non citare solo pulpiti ritenuti, spesso a torto, coaguli di servi prezzolati o, nella migliore delle ipotesi, sciocchi, un ulteriore pezza d’appoggio è offerta dall’Ocse, organismo europeo che trova spazio nella divulgazione nostrana unicamente quando bacchetta le politiche del governo: “Gli incentivi economici possono essere usati meglio nella gestione dell’acqua e dei rifiuti, ma è necessaria anche una riforma della governance. La piena privatizzazione di questi servizi locali, assieme alla creazione di forti regolatori nazionali, migliorerebbe sia il prodotto sia l’efficienza economica”.

(dal blog “Tutte Cose“)

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