L’Enrico Toti del tennis azzurro

By Redazione

giugno 2, 2011 Cultura

Fino a sabato scorso Fabio Fognini era solamente una delle tante promesse del tennis italiano. Sia pure di quelle parzialmente mantenute. Da quel giorno, dopo la rocambolesca vittoria al quinto set per 11 a 9 (il match è stato vinto per 4-6 6-3 3-6 6-3 11-9) contro il trentenne spagnolo Albert Montanes, e il relativo passaggio ai quarti di finale del Roland Garros in pieno svolgimento a Parigi (si concluderà proprio oggi), molti lo definiscono anche l’Enrico Toti del tennis nostrano. E questo per avere giocato quasi la metà dell’ultimo set su una gamba sola, dopo essersi stirato il muscolo retto del femorale destro, gettando idealmente la racchetta oltre l’ostacolo. Il pubblico francese molto ingenerosamente lo ha pure fischiato pensando che fosse ricorso al fisioterapista per prendere tempo in un momento di difficoltà. In realtà lo strappo  era grave tanto è vero che Fabio ha dovuto rinunciare al match di semifinale con Nole Djokovich che si sarebbe dovuto tenere martedì scorso al centrale del Roland Garros.

Ciò nonostante Fognini è stato l’unico italiano in campo maschile ad approdare ai quarti del torneo su terra più importante del mondo, appartenente ai quattro del grande slam insieme all’Australian Open all’Us Open e a Wimbledon, da sedici anni a questa parte. Cioè da quando nel 1995 il tennista Renzo Furlan compì la stessa impresa. Molti dicono che Fognini ha un bel rapporto con il Roland Garros: l’anno scorso battè Gael Monfis, il francese cocco di casa, numero tredici in classifica Atp contro il ranking da numero 47 di Fabio, anche quella volta in cinque set e in due giorni di combattimento.

Ma rispetto a quanto visto con Montanes anche la maratona dell’anno scorso con Monfils, al confronto, è poca cosa. Ecco quindi la cronaca della partita con lo spagnolo, riassunta per sommi capi: Fognini si gioca il primo set perdendo una sola volta il servizio, sul 4-5.

Nel secondo set inizia a spingere di più, e allora la sicurezza mentale di Montanes (che lo aveva battuto due volte quest’anno) comincia a vacillare. Nel terzo set Montanes scappa 4-1, Fognini ha il solito passaggio a vuoto che però meno si nota sui cinque set piuttosto che sui tre. Non ha la forza per rimettere in piedi il set, e il momento di pausa si protrae anche al quarto set. Il ligure lascia troppo l’iniziativa allo spagnolo, che gli toglie di nuovo il servizio. Così lui si ritrova  2-3 e servizio a Montanes. Da quel momento però la partita gira, e definitivamente, a suo favore: infatti vincerà 6-3 il quarto set.

Poi arriva il  set finale che, essendo senza tie break, prosegue a oltranza. Montanes conquista di nuovo un break sul servizio dell’ l’azzurro, va a servire per il match, ma arrivano  i doppi falli e il tanto temuto ‘braccino’. Fognini lo riprende sul 5-5, poi manca due chance per il break che avrebbe potuto essere decisivo. Sul 6-7, 15-30 e seconda di servizio, Fognini è colpito dai crampi. Chiede l’intervento del fisioterapista, ma è chiaro che non ce la fa più. Montanes non sa che fare, e allora pensa l’unica cosa sbagliata: non angola i colpi, non sposta Fabio, che da fermo gioca tutti vincenti, del tipo “o la va o la spacca”. E la va. Persino i  doppi falli (5 in totale) vengono annullati con coraggio e la forza della disperazione, mentre il giudice di linea fischia ‘falli di piede’ a ripetizione, circa dieci, al povero Fabio, che ormai non ha nemmeno la forza di protestare. Aspetta solo la fine.

Invece la “fine” arriva per Montanes: break al 19° game, poi Fognini gli spara con due semi vincenti il colpo di grazia. Fognini però non è solo un fenomeno paranormale del tennis maschile italiano, ma un giovane ragazzo costruito con pazienza, uno che deve molto se non tutto al coach Leonardo Caperchi, quello che ha tirato su anche Andrea Gaudenzi a suo tempo. E la pesantezza della palla in top di Fognini assomiglia molto a quella dello sfrortunato campione che finì la sua cariera dopo essersi rotto un legamento durante una chilometrica partita di Coppa Davis. Fognini nel bene e nel male è il paradigma del tennis italiano di oggi: o nasci in un campo da tennis come Panatta, oppure hai alle spalle una famiglia molto benestante (il padre è un industriale ligure e il nonno gli ha messo a  disposizione una fetta di eredità per diventare campione di tennis) che ti paga i migliori maestri e i viaggi per fare tornei in tutto il mondo. Fognini iniziò la propria esperienza juniores con due campioni come Nole Djokovic, che venne vattuto da lui due volte quando era under 16, e come Andy Murray.

Per entrare nei primi venti del mondo oramai a Fognini non manca nulla, perché, benchè l’altezza non l’aiuti (è alto “solo” 178 centimetri e la media del circuito è sul metro e ottantacinque), ha un ottimo servizio e soprattutto un rovescio bimane che non è secondo a quello di Nadal. Il dritto poi è uno spettacolo e se questo ragazzo non fosse nato in Italia non avrebbe dovuto attendere i 24 anni per emergere ma probabilmente lo avrebbe fatto anche tre o quattro anni prima. Il problema dei giovani talenti italiani è infatti che appena arrivano in seconda categoria, border line con la prima, cominciano ad andare in giro per locali, frequentando ragazze di facili costumi e dandosi alla bella vita di sesso, droga e rock’n’ roll. Tutto il contrario di quelle macchine da tennis tipo Nadal, Djokovic, Federer e Murray, capaci di allenarsi 8 ore al giorno per sette giorni a settimana per 365 giorni l’anno, con il controllore della dieta e quello del sesso.

Fognini ha incontrato uno come il maestro Caperchi a prenderlo benevolmente a “calci nel sedere” quando sgarrava. Tanti altri talenti si sono invece persi per strada. Anche il tennis, come la politica o l’economia, abbisogna di organizzazione e disciplina. E anche le istituzioni tennistiche, in Italia, fanno acqua da tutte le parti.

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