Berlugistris

By Redazione

giugno 1, 2011 politica

L’abito non fa il monaco. Mai proverbio si è rivelato più veritiero nella serata di lunedì, quando le foto di De Magistris – novello Masaniello contaminato da una sana dose pop alla Pirati dei Caraibi – hanno fatto impazzire quello stesso popolo della rete che aveva stigmatizzato il Berlusconi balneare, che con un atto di eccessiva spavalderia aveva provato a celare a Tony Blair e consorte il recente trapianto tricologico.

Assomiglia a Bassolino, dice sulle nostre pagine Antonio Funiciello, e per molti versi è vero. Ma ancor di più, probabilmente, assomiglia al Berlusconi antipolitico, quello della discesa in campo del ’94, quello che prometteva il cambiamento dicendo di voler fare tabula rasa dell’esistente. Una partita giocata abilmente sulla leadership carismatica in un Paese che ancora non ha capito che l’unico modo per disinnescarne gli aspetti deleteri è imbrigliarla in una robusta e puntuale architettura istituzionale. Il “mandiamo a casa tutti” di De Magistris assomiglia molto a quello del Cavaliere corsaro che spazzava via (aiutato da un paio di spallate non di poco conto offerte dalla storia) il sistema partitocratico della Prima Repubblica.

Napoli è un conto, l’Italia è un altro paio di maniche, si dirà. Ma il colore di un certo populismo tenace e bonario allo stesso tempo, serissimo e ironico, estemporaneo e lineare nello scegliersi un nemico con il quale guardarsi allo specchio e paragonarsi, è proprio di entrambi i personaggi.

Berlusconi, però, fondò un partito. Di plastica, personalistico, antidemocratico, effimero. Ma sempre di un partito si trattava. Utilizzò, cioè, uno strumento utile allo stesso tempo sia per scardinare un sistema formale, ma anche per garantirsi una comoda passerella per la gestione sostanziale della successione, una volta afferrate le redini del comando.

Cambiare tutto perché tutto rimanga quasi uguale, per racchiudere la faccenda in uno slogan. Al punto tale che in pochi hanno creduto, sin dai primi tempi e adesso ancor di più, che la storiella del “non sono un politico di professione, non faccio politica per mestiere” e via discorrendo fosse nulla più che una battuta elettorale. Aspetti del berlusconismo che hanno contribuito a stravolgere il placido e mastodontico leviatano della Prima Repubblica senza tuttavia intaccarne i meccanismi profondi di gestione del quotidiano.

Il nuovo sindaco di Napoli ha stravolto quel metodo. Partendo da un partito, l’ha superato, mettendolo da parte, rendendo praticamente irrilevante abbinare qualsivoglia sigla al suo nome. Appellandosi alle corde profonde di un diffuso sentimento antipolitico, non ha mai discostato, a differenza del premier, la propria azione dal fare politica. Ha anzi rivendicato per sé la legittimità dell’unica azione politica possibile per uscire dal crepuscolo nel quale Napoli sembra costretta. Non “io non c’entro nulla con la politica”, per intenderci, ma un più ambizioso “io sono la politica”.

Un salto nel buio, dunque, giocato tutto sulle fibre tese nel vuoto di muscoli che sostengono un nome, un’idea di cosa non dovrebbe essere fatto più che di cosa bisognerebbe fare, una leadership carismatica che non vuole a nessun costo imbrigliarsi facendosi appoggiare dalle formazioni politiche di turno. Pur essendoci nata, cresciuta e legittimata. De Magistris si è così condannato a vincere o a perdere da solo.

Nella prima ipotesi, potrebbe essere il volano di uno scardinamento sostanziale dei meccanismi tradizionali della nostra politica. Nel secondo, potrebbe valere un detto che circola nella sorniona e spietata periferia romana: “Più sei grosso e più fai il botto grosso”.

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