Sconfitta in tre mosse

By Redazione

maggio 30, 2011 politica

La clamorosa debacle elettorale di Letizia Moratti si è consumata in due turni ma, per molti versi, era stata ampiamente annunciata da una pluralità di fattori che nel corso della campagna hanno lanciato campanelli d’allarme inequivocabili per un epilogo tanto doloroso quanto scontato. Proviamo allora a sintetizzare in tre punti le principali ragioni di una sconfitta che, dopo 15 anni, riconsegna Milano in mano al centrosinistra, aprendo di fatto una crisi profonda nel Pdl.

IL CANDIDATO – Che Letizia Moratti non fosse il candidato ideale era chiaro a tutti, da diverse settimane. La moglie del petroliere non è mai riuscita a sfilarsi lo scomodo vestito della donna algida, severa e parecchio snob. I colleghi la descrivevano “sempre chiusa nei suoi palazzi”, poco avvezza al contatto con i cittadini, ragion per cui donna Letizia ha faticato nel riacciuffare in extremis un feeling (forse mai avuto) con la gente e i quartieri milanesi. Eppure di aspiranti successori a Palazzo Marino ce n’erano tanti: in area Cl era prontissimo Maurizio Lupi, dalle parti di Via Bellerio scalpitavano per fare il salto di qualità e all’interno dello stesso Pdl Letizia non riscuoteva l’appeal giusto. Niente primarie, Berlusconi ha insistito per il Moratti bis unendo controvoglia le anime della coalizione cittadina. Che, nei fatti, ha dimostrato mal di pancia continui e scarso impegno nel sostenerla. Qualche esempio? La Lega si è totalmente disinteressata preferendo dedicarsi alla polemica dello spostamento dei ministeri, i cattolici si sono spaccati e il fuoco amico di Sallusti ha celebrato anzitempo il funerale morattiano.

LA CAMPAGNA ELETTORALE – Il fallimento più pesante arriva però dalla campagna elettorale, nata e cresciuta con le tinte del flop gigantesco. Pesantemente influenzata dalla discesa in campo di Berlusconi, la competizione  azzurra ha dapprima assunto il volto del referendum politico per poi evolversi in lotta sanguinaria contro un avversario criminalizzato a spese dello stesso Pdl, trovatosi a pagare un fortissimo effetto boomerang. Di Milano si è parlato poco, così come dei programmi (sventolati strumentalmente) mentre il monopolio della scena è andato alle classiche polemiche “sterili” e dannose a tal punto di eludere questioni decisive come lo sviluppo della città, l’integrazione e l’Expo, compreso quanto di buono era stato fatto dalla giunta uscente. L’entourage del sindaco si è svegliato tardi e le promesse last minute (smantellamento dell’Ecopass, moratoria delle multe e blocco licenze taxi) non hanno sortito l’effetto sperato. Mentre la mobilitazione di cittadini e simpatizzanti è sembrata sorprendentemente debole, smossa perlopiù dalle iniziative militarizzate del Pdl. D’altronde, lo ha ribadito il leghista Matteo Salvini, “la folla non si scalda per la Moratti“.

LA COMUNICAZIONE – A braccetto con una campagna sciagurata c’è anche il neo della comunicazione, in passato il miglior biglietto da visita di Silvio Berlusconi. Votati all’attacchinaggio massiccio e all’uso martellante del tubo catodico, gli strateghi azzurri hanno visto calare sensibilmente audience e platee che invece si sono dirette verso altri lidi. Il web di Facebook e Twitter è stato sfruttato al massimo dal candidato Pisapia che, con un budget sensibilmente inferiore, ha fatto di necessità virtù. Sin dall’inizio la rete è stata dominata dal colore arancio dell’avvocato, ma anche da parodie e pagine scanzonate nate grazie agli autogol del centrodestra. Le urla dei giornali amici, i discorsi a reti unificate del premier e i volantinaggi vecchio stile si sono rivelati un flop. Così come il confronto tv che la Moratti ha clamorosamente ciccato con il colpo basso del “ladro d’auto”, foriero di sole sciagure per lady Letizia. Vero è che di spunti negativi ne sono giunti a volontà fino all’ultimo (drammatico) atto del concerto in piazza Duomo dove appena diecimila persone hanno assistito ad uno spettacolo surreale, mandato in tilt dal forfait di Gigi D’Alessio e dalla rabbia delle fan presenti in piazza. “La scaletta è salata”, ripetevano dal backstage tra la confusione degli organizzatori e le improvvisazioni tragicomiche di Red Ronnie e Iva Zanicchi. Presagi cristallini di una sconfitta annunciata.

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