Cipro, una colonia in Europa

By Redazione

maggio 29, 2011 Esteri

Situata nel punto d’incontro di tre continenti, Europa, Asia e Africa, pertanto fondamentale crocevia di importanti e storiche civiltà, Cipro dispone di un grandissimo e ricco patrimonio culturale. La sua posizione geografica, tuttavia, ha presentato e continua a presentare dei vantaggi e degli svantaggi: pertanto insieme all’ammirevole ricchezza culturale presente, l’isola, proprio per la sua collocazione strategica nel Mediterraneo orientale, è soggetta molto spesso a numerose invasioni, alcune volte fomite di indesiderate conseguenze.

Nella sua lunga e turbolenta storia, Cipro ha subito diverse occupazioni. Fin dall’XI secolo a.C., quando si è affermata, in modo sostanziale la prevalente identità greca, tutt’ora viva e imprescindibile a Nicosia, l’isola ha goduto di relativi periodi di libertà che hanno alternato i più lunghi periodi di dominazione straniera degli Assiri, degli Egizi, dei Persiani, dei Romani, dei Franchi, dei Veneziani, quindi dei Turco Ottomani, “dulcis in fundo” dei Britannici. Cipro acquista la sua definitiva indipendenza nel 1960 divenendo una Repubblica presidenziale.

La popolazione della neonata Repubblica di Cipro non ha potuto usufruire a lungo dei frutti delle proprie lotte e dei suoi sacrifici in funzione antibritannica, proprio per ottenere il controllo della sovranità dell’isola. Alcune delle norme degli “Accordi di Zurigo e di Londra” nel 1959, tra la Grecia, la Turchia, la Gran Bretagna, quindi gli esponenti delle due comunità cipriote ( i greco-ciprioti, la maggioranza, e i turco-ciprioti) per la Costituzione della Repubblica di Cipro, hanno favorito più la paralisi istituzionale, il conflitto interno e le interferenze straniere, piuttosto che la pace, l’armonia ed il rispetto per la sovranità autonoma e indipendente dell’isola.

I tentativi di riformare la Costituzione furono respinti dalla parte turca, mentre parte della leadership turco-cipriota si è allineata alla strategia turca di imporre a lungo termine una politica di segregazione e spartizione. Questo ha portato agli scontri intercomunitari degli anni 1963-1964, quando è stata tracciata la “green line” per dividere in due Nicosia (la parte nord sostanzialmente ai turco-ciprioti, mentre la parte meridionale ai greco-ciprioti), nonché ai costanti sforzi messi in atto da alcuni oltranzisti turco-ciprioti per incentivare gli appetiti espansionistici di Ankara.

Il colpo di Stato del 15 luglio 1974, promosso dal regime militare allora al potere in Grecia (la cosiddetta: “Dittatura dei colonnelli”) contro il governo legittimo della Repubblica di Cipro, ha conferito alla Turchia il pretesto a lungo atteso per invadere l’isola il 20 luglio 1974, in aperta violazione della Carta delle Nazioni Unite, della legalità internazionale e dei principi che regolano i rapporti tra le nazioni. Qual è stato il risultato di tutto questo? Le forze armate turche hanno occupato il 36,2% del territorio dell’isola, nella parte settentrionale, dove si trova il 70% delle risorse economiche, che rimane ancora oggi sotto il controllo militare della Turchia.

Circa 200mila greco-ciprioti, quasi un terzo della popolazione, sono stati deportati, diventando profughi nel loro stesso paese, mentre i turco-ciprioti sono stati trasferiti nella parte settentrionale occupata, adempiendo alla politica turca di segregazione etnica. La “buffer zone” decretata dall’ONU e che divide in due l’isola non è altro che, sostanzialmente, la “Linea Attila” promossa dalla Turchia (Ankara ha chiamato in codice, con il nome di “operazione Attila” proprio l’invasione militare a Cipro). Dopo quattro secoli di pacifica coesistenza in villaggi, città e posti di lavoro misti, dov’era facile trovare chiese greco-ortodosse e moschee l’una di fronte l’altra, le due maggiori comunità dell’isola, i greco-ciprioti e i turco-ciprioti, sono state separate con la forza nel 1974.

Le sofferenze patite dall’intera popolazione cipriota sono state evidenti: il collasso dell’economia, con la distruzione del 70% del PIL e la necessità di fornire un tetto ed un lavoro ai rifugiati che si sono spostati dal nord dell’isola, rappresentano soltanto due delle catastrofiche conseguenze apportate dall’invasione turca. Sono presenti attualmente nella parte settentrionale di Cipro 43mila soldati turchi e in tutti questi anni 160mila coloni provenienti dall’Anatolia sono stati condotti a Cipro, su direzione di Ankara, e stabiliti nella zona occupata, al fine di cambiare l’equilibrio demografico dell’isola.

A causa della massiccia emigrazione dei turco-ciprioti dalla zona occupata, dovuta alla gravi condizioni imposte dalle truppe di occupazione turche, la somma dei militari e dei coloni turchi è maggiore dei turco-ciprioti rimasti. Secondo il governo di Nicosia, oggi, l’installazione di “settlers”, con usi e costumi distinti rispetto a quelli dei turco-ciprioti, ha decretato un depauperamento delle condizioni economiche e sociali di quest’ultimi. Per consolidare la divisione imposta de facto, la leadership turco-cipriota, presente sull’isola, in coordinamento con Ankara, ha unilateralmente proclamato nel 1983 la formazione di uno “stato indipendente” nella parte occupata.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha dichiarato “legalmente nullo” questo atto di secessione contro la Repubblica di Cipro e ne chiede il ritiro. Nessun paese al mondo, eccetto la Turchia, riconosce questo regime illegale. Quest’ultimo ha anche portato avanti una politica di “turchizzazione” forzata nelle parti occupate, distruggendo allo stesso tempo molti dei monumenti che costituiscono un patrimonio culturale di 11mila anni: atti di vandalismo contro chiese greco-ortodosse, monumenti e profanazione di cimiteri; aree archeologiche distrutte e luoghi di culto sconsacrati; tesori d’arte religiosa e reperti archeologici d’inestimabile valore, parte del patrimonio culturale dell’umanità, saccheggiati e contrabbandati all’estero. Nonostante le reiterate proteste del governo cipriota, gli scavi illegali ed il saccheggio delle antichità continua tuttora: a repentaglio non viene messa esclusivamente la libertà di professare la propria fede religiosa, messa in discussione proprio attraverso la distruzione di monasteri e luoghi di culto, vieppiù in pericolo è posta l’identità culturale e nazionale stessa di un paese e del suo popolo.

Questa in breve è la situazione politica interna di Cipro, la condizione di un’isola che lascia intendere, non solo agli esperti, quali debbano essere le prospettive dell’Europa, soprattutto chi deve entrare a far parte dell’Unione poiché accomunato da una storia, una cultura, dei valori ed un’identità simili, capace di andare oltre il semplice e funzionale interesse economico.

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