Storia di una diaspora liberale

By Redazione

maggio 27, 2011 politica

Nel 2004 ho partecipato ad un congresso radicale in cui Benedetto Della Vedova invitava i radicali a schierarsi con il centrodestra. In quella occasione Pannella lo definì il nulla politico, ma io non ero d’accordo. Ero convinto, com’era convinto Della Vedova, che i radicali ed i liberali dovessero fare una scelta di campo per governare con i conservatori, pur senza rinunciare alle proprie battaglie sui temi dei diritti civili. Per questo quando c’è stata la mini-scissione che ha portato alla nascita dei Riformatori Liberali io ho aderito con entusiasmo.

L’esperienza dei Riformatori Liberali è stata molto “istruttiva” per me, che ho fatto parte del direttivo nazionale. E’ stata finanziata da Berlusconi con diverse centinaia di migliaia di euro e con due seggi in Parlamento (Della Vedova e Calderisi). Una cosa che i leader non hanno mai voluto fare è stata quella di puntare a fare i numeri. Si riteneva la cosa velleitaria e si punava a fare un movimento di “opinione”: il centrodestra doveva assumere la nostra linea politica non perché i nostri numeri dimostravano che essa raccoglieva consensi, ma semplicemente perché eravamo convinti che fosse giusta.

Non essendo d’accordo con questa linea, ad un certo punto ho proposto di creare un coordinamento tra i club dei riformatori liberali che si stavano formando sul territorio: se i leader non si volevano radicare sul territorio lo volevamo fare noi. C’è stata una riunione del direttivo in cui ci hanno imposto di sciogliere quel coordinamento: ricordo che Sofia Ventura disse che la creazione di nuovi coordinamenti avrebbe creato confusione su chi rappresenta il soggetto politico. Insomma… la base non doveva avere voce in capitolo e non doveva puntare a crescere.

Un’altra iniziativa che, assieme ad altri amici, ho cercato di portare avanti, è stata quella della fusione di Riformatori Liberali, PLI, Repubblicani e Decidere, oltre ad altri soggetti minori. A tal fine c’è stata una riunione con dei rappresentanti di questi soggetti politici nella sede dell’Opinione. Anche questa era mirata al rafforzamento del peso dei liberali del centrodestra. Anche questa è fallita, per il disinteresse di (quasi) tutti e per l’iniziativa del predellino, che ha sparigliato le carte con la proposta di un partito unico del centrodestra.

Putroppo quella esperienza dei Riformatori Liberali si è conclusa quando Della Vedova ci ha comuncato con una mail che come riformatori liberali ci eravamo sciolti per confluire nel PDL (in seguito c’è stato un direttivo per ratificare la decisione già presa in perfetta autonomia da Della Vedova stesso). Mentre Forza Italia faceva i gazebo farsa per la nomina dei delegati al congresso fondativo e, tanto per fare un esempio, Giovanardi sgomitava per avere quanti più delegati possibile, i Riformatori Liberali non portarono al congresso nemmeno tutti i (circa 15) membri del direttivo nazionale. Io ed altri non fummo “nominati” delegati.

A differenza di altri, al PDL non ho mai aderito perché fin dall’inizio non ho condiiso l’assenza di democrazia interna. Ciò nonostante continuo a pensare che i liberali ed i radicali dovrebbero governare assieme ai conservatori. Ora, quelli che per anni hanno avuto questa stessa posizione hanno cambiato idea, ed in modo alquanto curioso. Pur avendo ricevuto fondi e posti, hanno fallito nel “contaminare” il PDL con le loro idee liberali, perché hanno sempre pensato che in un partito le belle parole contassero più dei numeri. Invece non è così: quei radicali, ma anche i liberali ed i repubblicani che si facevano eleggere nel centrodestra, hanno rinunciato a creare le sinergie necessarie per radicarsi sul territorio. Anche in un soggetto politico senza democrazia interna come il PDL i numeri hanno il loro peso. Non si può pretendere di imporre politiche che vanno contro interessi enormi e contro i poteri forti senza nemmeno avere una base di consenso. Le politiche illiberali del centrodestra sono quindi il frutto e la prova del fallimento dei liberali del centrodestra nell’organizzarsi e nell’imporre le proprie idee con i numeri e con il consenso.

E invece di prendere atto di questo fallimento che fanno? Danno la colpa a Berlusconi perché non segue le loro ricette. Al massimo dicono che è stato un errore seguire Berlusconi. Questo li porta ad un antiberlusconsmo di stampo dipietrista e ad abbandonare il presidenzialismo ed il maggioritario, che erano stati due cardini coerenti della loro idea della politica. Invece di voler “governare con il centrodestra” formano un terzo polo, diventano proporzionalisti e si augurano che il centrodestra collassi illudendosi di prendere il suo posto. A me sembra una strategia politica davvero misera. L’ho paragonata ad un giocatore che è stato messo in panchina (dagli elettori) e che spera che la sua squadra perda pensando così di giocare alla prossima partita.

Io rimango favorevole all’idea di un sistema bipartitico, presidenzialista e maggioritario, con i “liberali e liberisti” che governano con i conservatori in un partito (o al limite in una coalizione)  nel quale i “liberali e liberisti” si organizzano per radicarsi sul terreno e per contare anche numericamente nelle decisioni del governo, invece di limitarsi a “fare opinione” ossia a dire le loro opinioni per poi fare le zitelle isteriche quando il governo non fa quello che dicono loro.

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