Un’idea per uscire dallo stallo

By Redazione

maggio 26, 2011 politica

In un Paese che vive una campagna elettorale continua, l’argomento ricorrente non può che essere la legge elettorale. Alla tedesca, alla francese, all’italiana poco importa. Secondo una regola non scritta della politica, quando sul Parlamento aleggia lo spettro della “nuova legge elettorale” si accende la spia rossa del “voto anticipato”. Proviamo a fare un po’ di chiarezza, senza impelagarci nelle formule. Una buona legge elettorale è quella che cerca di contemperare, nei limiti del possibile, le due tensioni democratiche: rappresentatività e governabilità. Mediamente, l’una esclude l’altra, in base al semplicissimo principio che se si concede il “diritto di tribuna” anche ai partiti dello zero virgola, è assai difficile “partorire” una maggioranza sufficientemente coesa da garantire un governo stabile. Senza contare che la confusione regna sovrana. Alle Politiche si vota in un modo, alle regionali in un altro, per non parlare di Comunali e Provinciali. C’è però un sistema elettorale amministrativo da plasmare sulle Politiche e già sperimentato sul campo che potrebbe “accontentare” tutti. Garantendo un peso dei partiti su base proporzionale, un diritto di tribuna e soprattutto la facoltà (ma sarebbe meglio dire l’illusione) di esprimere un voto di preferenza netto e inequivocabile.

Il Porcellum, con tutti i suoi limiti, aveva preferito la governabilità alla rappresentatività. Non si può certo dire che abbia fallito in questa sua missione. Ma certamente la sua impostazione è stata letteralmente scardinata dai magheggi della politica, che nessuna legge può ahimé impedire. Pensiamo a questa legislatura. Il combinato disposto dello sbarramento al 4% ha di fatto cancellato dalla cartina geopolitica del parlamento le forze di estrema sinistra, che oggi paiono nascere a nuova vita grazie all’inatteso exploit di Giuliano Pisapia a Milano. Exploit, diciamolo subito, frutto di una calibrata e attenta campagna elettorale basata sulla persona, non certo sui programmi o sull’appartenenza politica a un modello di governo della città. Tanto è vero che al successo di Pisapia non è seguito il boom dei partiti di estrema sinistra che lo hanno sostenuto, Sel in testa. Il 5% scarso raccolto a Milano è un dato di tutto rispetto, ma è ben poca cosa se si pensa che Pisapia è diretta espressione di Nichi Vendola, che di Sinistra e libertà è il dominus assoluto.

Se per un attimo sostituissimo l’aritmetica alla politica (errore gravissimo, specie sotto elezioni) potremmo certamente dire che il dato complessivo di tutti i partiti satellite del Pd milanese (Lista Pisapia – ennesima anomalia all’italiana, e poi vedremo perché – Sel, Sinistra per Pisapia – alias quel che resta di Rifondazione – Verdi e Lista Milly Moratti) è importante, stante il discreto 12% raccolto, senza considerare i 4 punti abbondanti raccolti nel complesso da Idv e Radicali. Ma se questo voto, così com’è, venisse proiettato su base nazionale, stante il Porcellum, solo Pd e Sel avrebbero avuto la possibilità di accedere all’assegnazione dei seggi. Per gli altri partiti sarebbe stato necessario fondersi in un cartello elettorale nella speranza di raggiungere la soglia minima (il 4%) per l’eleggibilità. E visto che matematica e politica non vanno di pari passo, e visto che le fusioni a freddo Ds-Margherita e Forza Italia-An hanno prodotto dei risultati ampiamente al di sotto della somma algebrica (elettorale, s’intende) dei rispettivi partiti che li componevano, risulta chiaro che l’escamotage di mettersi insieme per sperare di fare numero è un trucchetto che non funziona più.

La sinistra, ormai è chiaro, per sperare di sfondare la soglia psicologica del 40% sul piano nazionale non può fare a meno del sostegno dei nostalgici del Pci e del velenoso alleato dipietrista, che pesca nella destra giustizialista orfana dell’ultimo Msi. La cui somma algebrica, e non politica, serve a vincere ma non a governare. A destra il discorso è leggermente diverso. Senza lo strappo parlamentare di Gianfranco Fini, incomprensibile anche per i suoi elettori visto che in media ha raccolto circa il 2% dei voti (a essere generosi…) il centrodestra avrebbe potuto contare su una percentuale nei dintorni del 40-44% considerando una Lega stabilmente a due cifre tra il 9 e l’11% e un Pdl tecnicamente in grado di raccogliere tra il 28 e il 30%. Risultati a cui vanno aggiunti i pochi (ma in aumento) cespugli del centrodestra, forti nel loro complesso di un buon 3%.

Nella terra di mezzo, in quel 7-8% che “balla” tra i due schieramenti, l’Udc, il misero sciame di Api e la neonata Fli pascolano rubacchiandosi reciprocamente qualche centesimo di punto. Di fronte a un siffatto equilibrio sostanzialmente cristallizzato, è chiaro che una norma elettorale non può che tenere conto di un fatto: non c’è nessuno schieramento più o meno omogeneo tra le tre macroaree del voto che è in grado, da solo, di portare a casa il 50% più uno degli elettori. E dunque il cosiddetto “premio di maggioranza” alla Camera diventa inevitabile per poter garantire alla coalizione che supera il principale avversario quella quota parte di deputati che assicuri la tenuta dell’esecutivo in Parlamento.

Il “ma” grande come una casa è rappresentato dall’attuale presidente del Consiglio. L’Italia è ancora il paese delle cento padelle (mai definizione di Giuliano Amato fu più azzeccata) ed è solo la presenza fisica di Berlusconi, con il suo innegabile carisma e il sentimento che ne deriva (amore di qua, odio di là) a rendere credibile il bipolarismo all’italiana nato da uno sciagurato referendum vinto sull’onda dell’emotività e diventato sostanza solo grazie al premier. Questo bipolarismo, questo schema polarizzato che siamo abituati a vedere negli ultimi 15 anni, è destinato inevitabilmente a finire una volta che il Cavaliere deciderà (perché solo lui può farlo) di uscire definitivamente di scena.

La frase “quando la guerra finisce le bugie dei vinti sono smascherate, quelle dei vincitori diventano Storia” è illuminante per capire quello che potrebbe succedere se il parlamento, annusando l’aria di elezioni anticipate in caso di débâcle del centrodestra a Milano (qualcuno dice anche Napoli), si mettesse a discutere di come cambiare la legge elettorale. Massimo D’Alema, il mago Otelma della politica, ha già sibilato la sua sentenza: legge alla tedesca. Cioè ognuno per fatti suoi, chi piglia più voti si allea con chi gli pare, e amen. Altri insistono nel Porcellum, con alcuni correttivi al ribasso (vedi soglia di sbarramento abbassata al 3%), e c’è qualcuno che vorrebbe lo sciagurato doppio turno alla francese, con ballottaggi nei collegi elettorali dove nessuno dei candidati ha raccolto il 50% più uno dei voti (cioè ovunque, tranne che nelle regioni rosse…). Tutte alchimie che, non a caso, aumenterebbero il “peso specifico” dei partiti di estrema sinistra (e fors’anche di Fli…) a scapito di partiti ormai elettoralmente consolidati come Pdl e Lega.

Diciamocela tutta: l’obiettivo non è governare il Paese ma cacciare Berlusconi, riducendo al minimo il suo potenziale 40% e facendo diventare maggioranza politica il cartello delle sinistre sorretto dalle forze centriste. È quello che si sta verificando ai ballottaggi: pur di non far vincere il centrodestra – con tutti i suoi limiti – gli “altri” fanno cartello, sommando le loro minoranze. Non ci siamo. Come se ne esce? La soluzione è qui, a portata di mano. È la legge elettorale per le Province: spietata, credibile e maledettamente efficace anche spalmata su Politiche, Comunali e Regionali con gli opportuni aggiustamenti. Vediamo perché.

La provincia ha i suoi collegi: ogni partito, dentro o fuori una coalizione, esprime un candidato il cui nome è prestampato nella scheda elettorale. Collegio, candidato. I proporzionalisti e gli uninominalisti sarebbero accontentati. Immaginiamo di suddividere l’Italia in N collegi elettorali: basta ripartire dal Mattarellum, che pure ne prevedeva appena l’80%, poco meno di 500  alla Camera e poco più di 230 al Senato. In ognuno di questi collegi ogni partito presenta il suo candidato. Chi prende più voti in termini relativi finisce in una classifica dalla quale, proporzionalmente in base alla percentuale di voti del suo partito, viene ripescato. Esempio: il Pdl ha diritto al 30% degli eletti, pari a spanne a 210 parlamentari (150 alla Camera e 60 al Senato). Chi ha preso la percentuale maggiore nel suo collegio passa. In questo modo (in teoria) un collegio in cui tre candidati prendono il 30% dei consensi e il quarto il 10% verrebbe rappresentato da quattro deputati. Un collegio in cui nessuno dei candidati riesce a prendere una percentuale “credibile” non esprime alcun parlamentare. Questo meccanismo potrebbe spingere i partiti a puntare su un candidato legato al territorio (parola orribile…) non più proiettato dall’alto, anche se questo rischio è concreto comunque, a dispetto di qualsiasi legge elettorale.

Fatto salvo il principio del premio di maggioranza nelle due Camere, il restante 20%, pari a circa 210-220 parlamentari, potrebbe essere ripartito salvaguardando contemporaneamente i due principi chiave della legge elettorale: rappresentatività e governabilità. E dunque a questo ripescaggio potrebbero concorrere i rappresentanti più votati dei partiti che, a livello nazionale (o regionale, al Senato), abbiano raggiunto una soglia minima, su cui si può ragionare, tra il 3 e il 4%. Diciamo al massimo 10 deputati e cinque senatori. I restanti 210 andrebbero ripartiti, secondo una logica 65%-35% ai partiti delle due coalizioni che hanno ottenuto il maggior numero di consensi. Una cifra tra 135 e 140 tra deputati e senatori alla coalizione di maggioranza e i restanti 70-75 alla coalizione d’opposizione. La ripartizione, all’interno delle rispettive coalizioni, gioca sul numero dei partiti che la compongono. Meno sono e più alto sarà il numero di deputati da spartirsi. L’obiettivo finale è garantire alla coalizione di maggioranza almeno 350-360 deputati contro i 270-280 all’opposizione, con una dozzina-quindicina di scranni per i partiti minori fuori dalle coalizioni. Governo salvo, diritto di tribuna garantito. È fattibile? È indecifrabile? È impossibile? Costituzionalisti, legulei e politici hanno di che sbizzarrirsi…

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