Lotta di potere alla Grande Moschea

By Redazione

maggio 26, 2011 politica

C’è chi straparla, come  il convertito italiano Ahmed Vincenzo con il “Riformista”, di “primavera delle rivolte arabe” a Monte Antenne. E chi molto più prosaicamente, come la deputata del Pdl, Souad Sbai, nazionalità italiana e origine marocchina, fa notare che da quando è cambiato l’ambasciatore del Marocco a Roma, per normale avvicendamento, il nuovo arrivato Hassan Abu Ayub, non guarda più con sospetto ad associazioni come l’Ucoii che prima nella grande Moschea di Roma, l’unica riconosciuta come ente di culto islamico in Italia, non mettevano piede. Fatto sta che, anche per motivi prettamente economici, si sono aperte molte lotte di potere all’interno di quella che architettonicamente parlando è considerata la più grande moschea d’Europa.  All’interno del contesto diplomatico, sauditi contro marocchini, ma da qualche tempo anche all’interno delle comunità marocchine.

E le fazioni moderate, quelle di Gamal Bouchaibe ad esempio, non ne vogliono sapere di questo progetto di costituire la “Federazione dell’islam italiano”, supervisionato dal Conseil europeen des Duelma che comprende anche persone in passato sospettate in Belgio di attività terroristiche o di finanzaimento dell’integralismo islamico. Una inziativa che oltretutto scavalcherebbe indebitamente le competenze della famosa Consulta dell’islam italiano voluta da Giuliano Amato e mai formalmente sciolta da nessuno anche se la carta dei valori firmata da tutte le componenti, alcune come l’Ucoii con non poca riluttanza, di fatto non ha avuto alcun effetto pratico.

Alla Sbai questo nuovo ambasciatore marocchino non sta molto a genio. Lo definisce un “comunista”, “uno shuyuy”, che dialoga anche con componenti religiose marocchine salafite presenti in Italia. E in effetti qualche settimana fa  si è persino sfiorato un incidente diplomatico quando, nella riunione tenutasi alla presenza del nuovo ambasciatore del Marocco all’hotel Prenestino a Roma (ospite tra gli altri un personaggio come Saydawi Abdulhamid, esponente della corrente dei  Tabligh Eddawa, proveniente dal Belgio, fazione segnalata anche nei report del Sismi sul fondamentalismo islamico in Italia) ha fatto irruzione la Digos identificando tutti i presenti, ambasciatore compreso. La notizia è stata tenuta segreta in Italia ma in Marocco è finita su tutti i siti internet di informazione quali barakapress.com, tanto per citarne uno.

Peraltro, come precisano fonti della comunità marocchina più vicine all’attuale segretario generale della Moschea Abdallah Redouane, non reperibile perché in patria per un grave lutto familiare, la polizia ha effettuato normali controlli di routine e in quel convegno si è discusso proprio di come contrastare l’avanzata dei fratelli mussulmani nella predicazione in Europa. Secondo chi invece la pensa  come la Sbai e Gamal Bouchaibe, il convegno rappresenterebbe solo una tappa del processo che la comunità islamica marocchina ha intentato allo scopo di prendere il sopravvento sulle altre comunità presenti in Italia . A tale scopo la “federazione dell’islam italiano attivo” verrebbe utilizzato come una sorta di copertura per l’operazione di totale controllo delle moschee operanti nel nostro  paese  e, soprattuto , sui finanziamenti elargiti.

Tutta l’operazione sarebbe finalizzata a rinvigorire il credo salafita tra i frequentatori dei luoghi di culto e a ribadire il ruolo apicale del regno maghrebino all’interno della comunità nord africana. Nonchè a raffozare il sentimento identitario arabo ed Islamico tra immigrati arabi, a discapito di un occidentalizzazione generalizzata, sgradita agli Ulema  del CEDM (Conseil Européen des Duélma maroccains). E la creazione della “Federazione dell’islam Italiano”, alla cui testa sarebbero insediati dall’alto i rappresentanti degli immigrati marocchini e numerosi Imam ex-Ucoii ed ex salafiti, scavalcherebbe di fatto il lavoro di Amato prima e di Maroni poi nella Consulta dell’islam italiano.

Questa però potrebbe essere la versione drammatizzata del “worst case scenario”, anche se non mancano indizi di rigurgiti fondamentalisti e qualcuno si è pure chiesto come mai l’imam egiziano di Forte Antenne, Ahmad al Sakka non abbia ancora detto una parola nelle “qutbe” del venerdì per commentare l’uccisione di bin Laden da parte dei Navy seals di Obama. La versione un po’ più da “Totò un turco napoletano”, dice altre cose: la moschea di Roma è stata per anni a pane e acqua perché i sauditi speravano con il ricatto economico di convincere il consiglio dei diplomatici che la sovrintende a buttarsi sul wahabismo e  a sostituire Redouane. Poi è arrivato il nuovo ambasciatore, che sarà pure un ex comunista, ma ha anche  messo i soldi per ripianare un buco di quasi mezzo milione di euro.

Insieme ai soldi avrebbe portato ordini di scuderia dal Marocco: se noi la paghiamo vuol dire che la moschea diventa soprattutto nostra. Però per non dispiacere ai sauditi un po’ di salafismo tra gli ulema e questa nuova federazione potrebbero essere un compromesso contro le spinte del wahabismo. E d’altronde il termine salafismo viene dal verbo arabo “salafa” che indica ciò che è passato, ma anche l’oblio. Dice infatti un loro noto proverbio: “Afa Allahu an ma salafa”, “Dio perdona ciò che è passato”. Tradotto in napoletano alla Totò la cosa suona così: “Chi ha dato ha dato, chi ha avuto, ha avuto, scordammose o passato simmo ‘e Napule, paisà”.

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