Indignati sì, ma per cosa?

By Redazione

maggio 26, 2011 politica

In questi giorni rimbalza dalla Spagna la protesta degli “indignados”, gruppi di giovani che scendono in piazza per manifestare contro l’attuale sistema politico. Molti ci hanno scritto chiedendoci cosa ne pensano i Tea Party italiani di queste manifestazioni e di chi le anima. Indubbiamente l’indignazione è uno stato d’animo che ci accomuna con i simpatici ragazzi di Madrid – e anche con quelli locali – quello che non ci accomuna è il motivo dell’indignazione.

Tutto è iniziato da “Indignez-vous!” (“Indignatevi!”), il libretto di Stéphan Hessen, 94enne ex partigiano francese, che ha venduto 700 mila copie nella sola Francia, facendo diventare queste 20 pagine un vero fenomeno editoriale e – adesso – anche sociale, con proteste di piazza che ne richiamano il titolo. Rosso è il colore della copertina, rossa la matrice di chi sta organizzando e cavalcando “gli indignati”. Ferrando (ex Rifondazione) è in piazza con loro, il popolo Viola è parte attiva, Grillo abbraccia e incontra i “rivoltosi”. Ma allora cosa c’è di nuovo rispetto al popolo di Genova che manifestava contro il G8, piuttosto che alla moda dei social forum che nascevano come funghi negli anni dell’intervento in Iraq? Tranne il nome, di diverso, sostanzialmente non c’è nient’altro.

Un certo tipo di indignazione vende bene a livello commerciale ed è così facile da comunicare che tanti, di generazione in generazione, ci cascano. La risposta italiana al libro di Hessel viene – non a caso – dal vecchio comunista Pietro Ingrao, con un altro pamphlet intitolato “Indignarsi non basta”.E’ vero, indignarsi non basta, ma sarebbe già qualcosa, visti i tempi. Il problema è per cosa ci si indigna.Scorrendo la bozza programmatica degli “indignati” italiani (che si può leggere QUI ) scopriamo proposte che farebbero gola ad Ugo Chavez: “Ri-Nazionalizzazione delle società di servizi essenziali come la distribuzione energia elettrica e gas, trasporti, poste e telecomunicazioni…” quando il Tea Party (e il buon senso, se mi permettete) direbbe l’esatto contrario: privatizziamo le imprese pubbliche, dalle municipalizzate alle partecipate; più concorrenza significa meno spreco, meno consigli di amministrazione (usati come poltronifici di qualche forza politica) e più vantaggi per tutti i cittadini.

Continuo a leggere: “Nazionalizzazione delle banche, assicurazioni e di tutte le filiere legate al mondo della finanza e dei giochi a scommesse-lotterie”. Ancora più stato dunque, la risposta è sempre la medesima. La riforma fiscale, punto nevralgico dei problemi dell’Italia di oggi è liquidata in poche righe con la solita, vaga, lotta-dura-senza-paura all’evasore cattivo. Gli “indignati” lottano contro lo stato ma ogni loro risposta ai problemi va nella direzione di più stato, più stato e ancora più stato”. Ci sorge il dubbio che la protesta sia architettata ad hoc per cambiare il governo di turno rimpiazzandolo semplicemente con una nuova classe di “illuminati” (che già puzzano di già visto). Ma, come diceva Spooner, non è cambiando padrone ogni 4 anni che si smette di essere schiavi. Una schiavitù che al popolo degli indignati pare piacere, al contrario dei Tea Party che vedono nell’individuo, nelle sue potenzialità e nella sua libertà l’unica grande risorsa del nostro tempo.

Quello che mi viene da chiedervi, ragazzi – da coetaneo a coetaneo – è il perché? Perché sprecate tante energie, tempo, risorse, creatività di menti (di cui non voglio dubitare la buona fede) per portare all’attenzione generale il problema del sesso degli angeli? Perché ai problemi che lo stato ha creato e che la politica ha creato voi rispondete chiedendo ancora più stato e ancora più politica? Vi focalizzate su problemi che hanno una rilevanza marginale per la vita del paese reale, forse perché non vi appartenete. Le vostre proposte sembrano provenire da Marte – nei cui deserti lo stesso Chavez ha recentemente scorto la prova del fallimento di una ipotetica società capitalistica aliena – e le vostre soluzioni sembrano provenire da un’inquietante passato punteggiato da miseria e drammatici fallimenti.

Nel paese del terzo debito pubblico più elevato al mondo, tutto abbiamo bisogno tranne che lo stato espanda ulteriormente la propria voracità. Abbiamo bisogno sì di riforme, ma attuate nel solco dei principi della responsabilità individuale e dell’autonomia personale. Abbiamo bisogno di liberare energie, di garantire ai giovani che i propri soldi restino loro in busta paga e non vadano a finanziare dei carrozzoni come l’INPS, da cui in un futuro non riceveranno niente. Abbiamo bisogno di riformare una scuola e un sistema universitario fermamente contrario ad ogni enzima meritocratico. C’è da cambiare una sanità che da una parte costa tantissimo al contribuente e dall’altra gli garantisce solo inefficienza e tempistiche giurassiche. C’è da abolire gli ostacoli al lavoro dei giovani liberalizzando, mettendo al bando gli ordini, abolendo il valore legale del titolo di studio e le tasse sugli stipendi e sulle imprese. Vogliamo che lo stato non ci dica cosa è giusto per noi ma che noi siamo responsabili della nostra vita e della nostra felicità. La protesta del Tea Party è vera protesta popolare, autentica, liberale. I giovani d’Italia dovrebbero indignarsi per dare una chance all’idea di una società nuova, non per ricalcare vecchi schemi fallimentari. Ripartiamo dalla libertà ragazzi, se volete anche insieme, e vedrete che non si sbaglierà strada.

(da Tea Party Italia)

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