Suicidato in Iran

By Redazione

maggio 25, 2011 Esteri

“Davvero? Ti sei buttato dalla stessa finestra da cui ti affacciavi ogni giorno a immaginare il nostro ritorno? Quando venni a trovarti brevemente cinque anni fa con l’intelligence che non mi perdeva mai di vista, mi prendesti la mano, mi portasti a quella stessa finestra, mi mostrasti una scuola elementare dall’altra parte della strada e mi dicesti «È una scuola di bambine. Le senti mentre giocano con i loro veli? La mia piccola Azadeh è ancora tra loro. Sei sempre lì, a giocare nel cortile. Mi sveglio tutti i giorni e ascolto la loro cerimonia mattutina immaginando la mia piccola farfalla, Azi, tra loro». Poi ci mettemmo ad ascoltare e guardarle giocare e urlare nel cortile. Poi mi facesti promettere che un giorno anch’io avrei portato un bambino in questo mondo. Mi promettesti che saresti rimasto vivo finché non sarei entrata a Harvard, avessi scritto la nostra storia, avuto una bellissima famiglia e ti avrei portato un nipotino con cui giocare così non saresti stato più solo e non ti saresti più annoiato. Allora ci siamo messi a ridere e io ti ho detto: «Papà, lo chiamerò Siamak». E abbiamo sorriso. «Ma ora è troppo presto per pensare a queste cose», mi dicesti «voglio soltanto che tu sappia che non vedo l’ora di vedere il piccolo bambino di Azadeh e che aspetterò fino a quel giorno, se Dio vorrà, e mi manterrò in salute finché non saremo di nuovo insieme… Che cos’è successo, Siamak Pourzand? Mi avevi promesso che avresti aspettato su quel balcone. E poi non hai potuto aspettare più. Non ti biasimo, nemmeno per un secondo. Avevi tutto il diritto di cercare la libertà in questo modo. Ho sentito che ti sei aggrappato al balcone per un secondo prima di lasciarti cadere. Era perché te n’eri pentito? O perché per un secondo, mi hai sentito bussare alla porta? Il pensiero di te aggrappato per un secondo a quel balcone mi sta uccidendo. Mi manchi così tanto, papà. Mi sei mancato per anni. Ma almeno potevo prendere il telefono e sentire la tua voce. E adesso? Chi mi chiamerà per lasciarmi quei buffi messaggi tutti i giorni? Chi? Davvero te ne sei andato per sempre? Non posso crederci. È successo davvero? Davvero ti sei buttato da quella finestra? Che cos’hai pensato mentre cadevi dal sesto piano fino al momento in cui la terra ha colpito la tua testa? Hai pensato a noi? Mi hai mandato un bacio d’addio? Mi sembra di avere sentito qualcosa sulla mia guancia quella notte. Eri tu? Dimmi che eri tu.”

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Incarcerato e torturato quando già aveva 70 anni. Costretto a confessare ridicoli reati d’opinione e una relazione sessuale con la propria segretaria. Perseguitato dal 1979 da quando l’Iran è caduto nel buio del khomeinismo. Indotto infine al suicidio lo scorso 29 aprile, con la notizia che è filtrata solo tre giorni orsono, grazie alla figlia che gli ha dedicato la lettera struggente con cui ho voluto aprire questo articolo commemorativo.

Così è morto Siamak Pourzand, dissidente storico dell’infame regime iraniano, giornalista e critico cinematografico, ridotto alla fame dall’indifferenza del mondo e dalla vigliaccheria di chi ancora non ha avuto il coraggio di finanziare un “regime change” a Teheran.

Prima della rivoluzione khomeinista, Siamak Pourzand era il corrispondente dagli Usa del giornale iraniano “Keyahn”.  Aveva intervistato il presidente americano Richard Nixon e raccontato il funerale di John Fitzgerald Kennedy. Poi era diventato famoso per le recensioni dei film hollywoodiani e aveva iniziato a scrivere di cinema anche per la prestigiosa rivista francese “Cahiers du Cinema”.

Dopo una vita brillante, aveva subito il viale del tramonto.  Costretto alla morte civile da una teocrazia islamica shiita, paranoica e folle, che tuttora opprime decine di milioni di giovani. Con l’avvento del regime, Pourzand perse infatti il  lavoro al giornale e dovette adattarsi a scrivere per riviste minori. Negli anni Novanta prese  parte alla nuova opposizione che si era formata negli anni dopo la morte di Khomeini e la fine della guerra con l’Iraq. Ma i servizi segreti iraniani iniziarono a seguirlo ancora più da vicino.

E quando nel 1998 raccontò il funerale dei coniugi Darius e Parvaneh Forouhar, due intellettuali dell’opposizione che erano stati uccisi nel loro appartamento a Teheran, e la sua cronaca telefonica fu trasmessa in diretta dalla KRSI, radio iraniana con base a Los Angeles, per lui fu l’inizio della fine. Nel 2001 fu catturato dai servizi segreti vicino alla casa di sua sorella a Teheran. La sua famiglia non ne ebbe notizie  per due settimanee la prigione rimase sconosciuta per mesi. Pourzand fu trasferito da un carcere all’altro per almeno un anno, senza avere la possibilità di difesa legale.

Fu interrogato e torturato ripetutamente, nonostante avesse già oltre settant’anni. Così tentò il suicidio per la prima volta. Il suo caso fu gestito dal giudice Sabiri Zafarqandi, un boia che dovrebbe andare di fronte alla Corte penale internazionale ben prima di Gheddafi. Fu costretto a una confessione televisiva in cui a un certo punto accade un tragicomico siparietto: uno dei giornalisti di regime fece una domanda fuori dal copione e lui, rivolgendosi al suo giudice e boia, chiese ingenuamente: “questa non era prevista… che devo rispondere?” Gli fecero confessare di “avere cospirato con i nemici stranieri, di avere collaborato con il vecchio apparato d’intelligence iraniana, di avere abusato di alcol e di avere avuto una relazione extraconiugale con la segretaria del Centro per la Cultura e per le Arti.”

Ebbe due infarti in carcere nel 2002 e nel 2004 prima di venire rilasciato agli arresti domiciliari nel 2006. Nel 2009 quando venne uccisa Neda Soltan, disse a sua figlia: “è morta tua sorella”. Adesso è lui ad averci lasciato. Per sempre.

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