A proposito del discorso di Obama…

By Redazione

maggio 25, 2011 Esteri

Se proviamo a rileggere, integralmente, il discorso pronunciato da Barack Obama giovedì scorso, non si può non provare una netta sensazione di déjà vu. I principi enunciati dal Presidente americano sono sembrati infatti molto simili, per non dire praticamente identici, a quelli già dichiarati sia nel suo famoso discorso del Cairo sia durante la cerimonia di conferimento del premio Nobel per la pace.

Ma andiamo con ordine cominciando dalla questione della guerra in Iraq. Le parole più significative a questo riguardo sono state queste: «In Iraq stiamo osservando la promessa di una società multietnica. Il popolo iracheno ha rigettato le insidie della violenza politica in favore del processo democratico, proprio nel momento in cui hanno assunto la piena responsabilità della propria sicurezza. Naturalmente, come tutte le nuove democrazie è probabile che possano affrontare delle battute d’arresto. Ma l’Iraq è pronto per svolgere un ruolo chiave nella regione se continuerà con il suo progresso pacifico».

Qui Obama riprende in modo più dettagliato un’affermazione che era passata quasi inosservata del suo discorso del Cairo, quando disse: «sono convinto che in definitiva il popolo iracheno oggi viva molto meglio senza la tirannia di Saddam Hussein». L’attenzione dei media in quel periodo si concentrò soprattutto sulla disquisizione che precedeva quella frase in cui venivano criticati gli errori commessi dall’amministrazione Bush nel gestire quella guerra. Però quella conclusione non poteva passare inosservata e adesso viene come ripresa e argomentata in modo più dettagliato chiudendo forse il cerchio di un revisionismo della più controversa delle decisioni politiche neconservatrici post 11 settembre.

Non mi è sembrato neanche una novità il richiamo ad una politica estera pro-democracy che secondo me non è mai stata accantonata ma che anzi è stata più volte auspicata fin dall’entrata in carica dell’amministrazione Obama. Ci sono stati molti passaggi in quest’ultimo discorso riguardo questo argomento: prima di tutto quando si afferma senza mezzi termini che l’America è profondamente legata al destino politico dei paesi del Medio Oriente: «Anche se questi paesi possono sembrare essere molto distanti dalle nostre coste, sappiamo che il nostro futuro è legato a questa regione dalle forze dell’economia, della sicurezza, della storia e della fede».

Obama a questo punto riprende esplicitamente un “topos” della politica estera americana ovvero l’assunto secondo il quale non ci può essere una vera libertà individuale senza una libertà e una prosperità economica. «Questa mancanza di autodeterminazione si è anche riversata sulle economie di quelle regioni. Si, alcune sono state benedette dalla ricchezza derivata dal petrolio e dal gas che hanno portato ricchezza e prosperità. Ma in un’economia globale, fondata sulla conoscenza e sull’innovazione, nessuna strategia di sviluppo può basarsi soltanto su ciò che nasce dalla terra. Né le persone possono raggiungere il loro pieno potenziale quando non è possibile avviare un business senza essere costretti pagare una tangente».

Andando più avanti Obama arriva al cuore del discorso che non può essere in nessun modo frainteso: ovvero la rivendicazione del ruolo positivo svolto dagli Stati Uniti in quelle zone del mondo e l’affermazione senza mezzi termini che questo ruolo lo continueranno a svolgere negli anni a venire.
«Per decenni gli Stati Uniti hanno perseguito una serie di interessi primari nella regione: la lotta al terrorismo, l’arginamento della proliferazione di armamenti nucleari, la garanzia del libero commercio e la salvaguardia della sicurezza; ponendosi dalla parte della sicurezza di Israele e per il raggiungimento della pace arabo-israeliana.

Noi continueremo a fare queste cose, con la ferma convinzione che gli interessi dell’America non sono ostili alle speranze della gente; sono essenziali per loro». Quello che Obama va delineando davanti ai nostri occhi è quindi l’assunto secondo il quale gli interessi americani non sono semplicemente gli interessi di una nazione ma incarnano gli ideali più alti di tutta l’umanità.
Questo concetto è rimarcato dalla citazione, in chiusura del discorso, della Dichiarazione di Indipendenza «Noi riteniamo che queste verità siano di per se auto-evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali».

Per far notare la continuità di questo tipo di approccio è utile citare sia questo passaggio dal discorso pronunciato per la premiazione del Nobel per la pace: «Una pace giusta non include solo i diritti civili e politici, deve includere la sicurezza economica e l’opportunità. Perché pace giusta non vuol dire solo libertà dalla paura, ma libertà dal bisogno». Sia queste parole pronunciate al Cairo che sono, se possibile, ancora più indicative: «Io sono profondamente e irremovibilmente convinto che tutti i popoli aspirino a determinate cose: alla possibilità di esprimersi liberamente e decidere in che modo vogliono essere governati, alla fiducia nella legalità e in un’equa amministrazione della giustizia, ad un governo che sia trasparente e non si approfitti del popolo, alla libertà di vivere come si sceglie di voler vivere. Questi non sono sono ideali solo americani: sono diritti umani, ed è per questo che noi li sosterremo ovunque».

La politica di promozione della democrazia sembra quindi, almeno a parole, essere stata fatta propria da Obama dal momento stesso in cui ha varcato le porte della Casa Bianca; anche se nei primi tempi ha cercato di evitare di usare termini che potessero richiamare troppo esplicitamente il suo predecessore. Un esempio di quanto detto può essere preso dal discorso che Obama tenne all’Assemblea Generale dell’Onu e che fu accolto da quasi tutti i media come la denuncia degli otto anni della politica estera di Bush e come la negazione che la democrazia potesse essere esportata; salvo poi scoprire tra le righe un passaggio che, come abbiamo visto, tornerà in forme molto simili al centro della scena: «Dobbiamo sostenere quei principi che assicurino che i governi riflettano la volontà dei popoli. Questi principi non possono essere ripensati – democrazia e diritti umani sono essenziali per raggiungere tutti gli obbiettivi di cui ho parlato oggi, perché i governi “of the people and by the people” sono più propensi ad agire nell’interesse generale del popolo piuttosto che i limitati interessi di chi detiene il potere. […]I popoli del mondo vogliono il cambiamento. Essi non tollereranno più a lungo coloro che sono nella parte sbagliata della storia».

Quello che emerge dal discorso di giovedì scorso e quindi un Obama che, ancora più saldo nelle proprie convinzioni enunciate fino a questo momento, sembra prendere atto del fallimento della sua politica appena accennata di dialogo con i paesi del Medio Oriente (simboleggiata dalla famosa apertura all’Iran) rilanciando così un vecchio adagio della politica estera americana ovvero la promozione della libertà che va di pari passo alla diffusione del libero mercato.

A questo punto la situazione di déjà vu non può che ripresentarsi soprattutto dopo aver riletto gli obbiettivi enunciati nel National Security Strategy del 2002 e del 2006: «Quella di cercare e sostenere i movimenti e le istituzioni democratiche in ogni nazione e cultura, con l’obbiettivo ultimo di porre fine alla tirannia nel nostro mondo, è la politica degli Stati Uniti […] Lo scopo della nostra politica è quello di aiutare la creazione di un mondo democratico e di stati ben governati che possano soddisfare le esigenze dei loro cittadini comportandosi in modo responsabile nel sistema internazionale».

«Gli interessi nazionali e i valori morali dell’America ci spingono nella stessa direzione: nell’assistenza verso dei cittadini poveri del mondo e delle nazioni meno sviluppate per aiutarli ad integrarsi nell’economia globale […] Lo sviluppo rafforza la diplomazia, la difesa e riduce le minacce a lungo termine della nostra sicurezza nazionale, contribuendo a costruire una società stabile, prospera e pacifica».

Tornando al discorso di Obama è probabile che la scelta di usare questi toni usati possa essere ricondotta alla volontà di fugare ogni possibile dubbio sulla sua capacità di gestire la politica estera e al contempo di rafforzare la percezione di comandante in capo abile e capace che si è ritagliato dopo l’uccisione di Osama Bin Laden. Tutte cose che possono tornare utili alle prossime elezioni del 2012, anche se un sondaggio recente di Rasmussen sembrerebbe indicare come tutta questa attenzione rivolta verso la politica estera possa rivelarsi una fatica sprecata dato che solo l’8% degli elettori riterrebbe le questioni di sicurezza nazionale un fattore decisivo nella scelta del futuro presidente contro il 46% per il quale la politica economia è e resta il solo criterio di scelta. Questo dato contribuirebbe anche a spiegare perché, dall’uccisione del leader Al-Qaeda ad oggi, Obama non abbia beneficiato di un sostanziale miglioramento in termini di job approval.

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