L’albero della noia

By Redazione

maggio 24, 2011 Cultura

“A Cannes sono tutti fessi”. Per questo hanno premiato questo pretenzioso “The tree of life” che come quasi tutti i film prodotti da Brad Pitt è lunghissimo, onirico e con una certa propensione a prendere in giro l’intelligenza dello spettatore. Che infatti lo aveva accolto con una selva di fischi, se non altro perché il combinato disposto tra i  i 138 minuti in cui era stato costretto a rimanere attaccato alla propria poltrona e il biglietto festival da dieci euro dovevano avere prodotto un risultato devastante non solo nella mente ma anche nella vescica.

Il film inizia anche bene: citazioni bibliche, “l’albero della vita”, il bene e il male e così via. Solo che dopo una ventina di minuti lo spettatore sgomento si accoge che non si tratta di citazioni che introdurranno a una trama d’azione, a una storia, a un racconto. Ma i primi sintomi di un lungo delirio che sfocia in 50 minuti di orologio di “Superquark”, con mondi che si inghittono, dinosauri che lottano tra loro, terremoti, vulcani e via dicendo. Tutto questo perché? Per raccontare i flash back di Sean Penn, uno dei tre figli di una famiglia del Texas, che localizza la propria saga a cavllo del secondo dopoguerra. Sean Penn, che sarebbe uno dei tre figli diventato grande, mentre pensa cammina sull’acqua come Gesù, e quindi si potrebbe pensare che sia morto. Ma non è neanche tanto sicuro. Di certo c’è che il padre padrone tanto odiato in famiglia, il fallito imprenditore con mille brevetti nel cassetto, è un’altra volta Brad Pitt. Jack, cioè Penn, cresce tra un padre autoritario ed esigente e una madre dolce e protettiva. Stretto tra due modi di vita uguali e contrari , diviso tra essi per tutta la vita (e forse anche dopo), e costretto a condividerli con i due fratelli che nasceranno dopo di lui.

Poi la incomprensibile tragedia, che segnerà la vita della famiglia e anche l’incazzatura dello spettatore che non riuscirà in quasi due ore e mezza a capire chi sia il fratello morto dei tre ragazzini che ridono come dementi. La vita, la morte, l’origine, la destinazione, la grazia di contro alla natura. Le domande della filosofia e della religione. Ma è tutto dannatamente scontato. E Mallick si prende troppo sul serio. L’albero della vita che rappresenterebbe tutto questo, che lo si trova in tutte le religioni e persino nelle metafore di Freud e di Darwin, l’albero che si deve piantare e che ricorda quello di “Avatar”, eterno simbolo,  creatura e schema dell’universo, alla fine sembra solamente dovere giustificare un titolo solenne. Infine diventa la pretesa pianta  genealogica di una  famiglia piccolo borghese degli Usa negli anni ’50. In cui il marito è violento e la moglie un po’ isterica. Altro clichè. Tutto questo in due ore 18 minuti circa.

Qualcuno ha osato profetizzare che la pellicola premiata a Cannes dal solito conformismo indotto nei critici e nei giurati  dalle lusinghe delle case di distribuzione cinematografiche  avrebbe nientemeno “riscritto la storia del cinema”.

In realtà Mallick in  “The Tree of Life” più che altro cita, quasi copiandola, una sequenza  molto simile a quella che si vede nel  finale del recentissimo Clint Eastwood di “Hereafter”. Sicuramente il meno entusiasmante degli ultimi anni. Tutto ‘sto onirismo, tutti ‘sti stati allucinatori, tutte ‘ste citazioni, tutto il “Superquark” di cui sopra, Mallick poteva in parte risparmiarseli o, alternativamente, ridimensionarli. Se un film è una masturbazione mentale alla fine ne gode solo il cervello di chi lo ha cogitato.

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