Il “Processo Ruby” rischia di saltare?

By Redazione

maggio 20, 2011 politica

Non si possono utilizzare le cosiddette intercettazioni indirette, quelle in cui i parlamentari parlano a telefono con amici o conoscenti o familiari, senza prima passare dalla forca caudina dell’autorizzazione da parte della Camera di appartenenza. Insomma: come non può essere intercettato il telefono del parlamentare, fisso o mobile che sia, senza previa autorizzazione, così non si può usare la scorciatoia di utilizzare in giudizio i dialoghi di quest’ultimo captati intercettando gente a lui vicina.

La scorciatoia usata nel “caso Mastella” è stata infatti censurata implicitamente per ben due volte dalla Corte Costituzionale italiana, con la sentenza 114 del 2010 relatore Giuseppe Frigo, e con la sentenza 171 del 2011, depositata l’altro ieri, redattore Giorgio Lattanzi. In entrambi i casi il gip di Napoli ha chiesto, ma non ottenuto, la declaratoria di incostituzionalità dell’articolo 6, commi 2, 3, 4, 5 e 6, della legge 20 giugno 2003, numero 140 (Disposizioni per l’attuazione dell’articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato) e in entrambi i casi si è visto respingere con pesanti rilievi contro questo tentativo di aggirare la legge.

Ora per analogia, questa storia rischia di fare saltare il cosiddetto processo Rubygate, come ha ben rilevato ieri Anna Maria Greco sul “Giornale”. E questo perché il metodo seguito a suo tempo per Mastella e sua moglie ha fatto scuola e poi è stato utilizzato alla grande per spiattellare le chiacchierate intime del Cav. con i vari protagonisti della vicenda: dalle varie ragazze disponibili, sino ai coimputati come la Minetti, Emilio Fede e Lele Mora. Ebbene nei giorni scorsi era anche uscita la notizia del bisogno di trascrivere con calma il tutto e dello stop del gip di Milano al pressing della procura affinchè si producesse in aula tutto e subito. Probabilmente i magistrati dei vari uffici e delle varie città, che tra loro si parlano (anche perché non esiste la separazione delle carriere), sapevano che era sub iudice costituzionale tutto l’ambaradan e prima di produrre prove non utilizzabili hanno preferito vedere come andava a finire l’ennesima richiesta di declaratoria di incostituzionalità. Che però non c’è stata.

Adesso due sentenze quasi in fotocopia, a distanza di un anno o poco più, significano una sola cosa: questa è ormai giurisprudenza costante della Cassazione. Per utilizzare quel che aveva detto il premier a Ruby doveva essere richiesta l’autorizzazione a procedere. Senza quelle autorizzazioni le chiacchierate, anche i lati più scabrosi, andranno bene per fare un pistolotto moralistico alla D’Avanzo o per mettere in rilievo i “lati B” della personalità dell’uomo politico Silvio Berlusconi. Ma non per provare la sua colpevolezza.

Se pure avesse detto “sì cara Ruby, so che sei minorenne ma voglio possederti carnalmente lo stesso”, o anche “come ci siamo divertiti ieri sera a letto, certo che voi minorenni avete una marcia in più”, ebbene tutte queste frasi non potrebbero essere usate più come prove perché raccolte illegalmente senza chiedere l’autorizzazione alla Camera di appartenenza. E siccome questo prescrive l’articolo 6 della legge 20 giugno 2003, numero 140, nei commi 2, 3, 4, 5 e 6, di cui invano il gip di Napoli, occupandosi di Mastella, ha chiesto per due volte una censura da parte della Consulta, per la proprietà transitiva ne consegue che l’intero processo “Rubygate” rischia di saltare.

Naturalmente i sostanzialisti della legge e del diritto a un tanto al chilo diranno che “è una vergogna” e che magari la Corte ha voluto fare un favore a B., come lo chiamano loro. Ma nel diritto la forma è sostanza sennò si regredisce all’era della legge del taglione. E d’altronde con che faccia si potrà accusare la Corte Costituzionale di favorire Berlusconi quando l’interessato la ha più volte accusata di fare l’esatto contrario, da ultimo per il lodo Alfano? Non si può chiedere il rispetto delle istituzioni a giorni alterni e se adesso questa pronunzia costituzionale rischia di fare saltare l’intero processo la colpa va ricercata in chi si è illuso di utilizzare queste scorciatoie di indagine per incastrare il premier.

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