Il manifesto politico di Machete

By Redazione

maggio 19, 2011 Cultura

A un certo punto c’è un dottore che, prestando la dovuta attenzione ai succinti vestitini di due infermiere, inizia a parlare dei prodigiosi segreti dell’intestino. Cose tipo che è lungo dieci volte l’altezza di un uomo e via discorrendo. Tempo due minuti, e l’eroe della situazione si ritrova ad accorciare la strada che lo separa dalla fuga sbudellando un malcapitato e servendosi delle sue interiora per fare finta di essere Tarzan fuori dalla finestra.

Machete è tutto in queste due sequenze. Lo amerete o lo odierete, nel suo voler essere a tutti i costi un grindhouse che non cerca compromesso alcuno con la modernità. Rodriguez (quello di Dal tramonto all’alba o Sin City, per capirci) ha fatto quello che ha sempre voluto fare. Si è calato nei panni di un bracciante del Montana, ha immaginato una sudicia sala di seconda visione e si è fatto una cultura approfondita del cinema spazzatura degli anni ’70. Condite tutto con un budget mica male e due sventole mainstream del calibro di Jessica Alba e Lindsay Lohan.

Quanto basta per far diventare la pellicola un cult dopo una manciata di giorni in sala. Ma degli aspetti tecnici, del valore cinematografico, della miriade di complicatissime citazioni contenute tra le pieghe della pellicola, lasciamo parlare chi è più competente di noi.

Qui si parlerà di uno degli aspetti toccato solo tangenzialmente in giro per il web e sui quotidiani, ma che è in qualche modo la cifra delle avventure del baffuto Danny Trejo: la politica. Sì perché Rodriguez ha realizzato negli anni della maturità il film che avrebbe voluto fare da ragazzino. E siccome a forza di passare per Hollywood qualcosa addosso ti rimane, mai come in Machete il sottotesto politico emerge con nitida chiarezza. Anzi, se non conoscessimo il regista, potremmo arrivare a pensare che lo scanzonato e truculento carrozzone che si muove su e giù per lo schermo sia un contenitore per infiocchettare un vero e proprio manifesto elettorale.

Su temi, tra l’altro, su cui si giocherà una fetta non male della corsa alla Casa Bianca dell’anno prossimo. Senza voler scendere nel dettaglio della trama, Machete è un film anche, e non solo, sull’immigrazione. Ed esattamente sull’immigrazione che arriva negli Stati Uniti su per il confine messicano. Un tema su cui negli States si dibatte ormai da trent’anni, e che Obama sta provando a rimettere al centro della propria agenda. È notizia di appena qualche settimana fa che la Corte suprema dell’Arizona ha annullato una legge del Congresso locale che consentiva alla polizia di trattenere per accertamenti chi fosse sospettato di essere un immigrato clandestino, senza onere di prova per i tutori della sicurezza pubblica.

Essendo un  fumettone dalle tinte grand-guignol, in Machete si va oltre. Orde di vigilantes, Rayban inforcati anche a mezzanotte, pick-up d’assalto, camicia nera e cravattino di pelle, battono il confine, cercando ghignanti la “cucaracha” di turno da pestare sotto il proprio tallone. Servirebbe una recinzione lungo tutto il confine meridionale, dicono. Controllerebbe i flussi e favorirebbe, alzando rischi e costi, il monopolio sul traffico della droga. Un po’ come in Israele, insomma.

Ad eterodirigerli un senatore in cerca di rielezione, che ha la faccia di De Niro ma che che ha l’odore di George W. Spregiudicato, di pasta cattiva, è tanto politicamente arrembante quanto intellettualmente limitato. Per fargli rimettere il fondoschiena nella stanza dei bottoni, i suoi consiglieri ordiscono ai suoi danni un finto attentato, ordendo una trama talmente cervellotica che finirà per travolgerli (“ma doveva funzionare”, si rammaricheranno), tentando di incolpare la minoranza latinos. Scenari che non sono stati dipinti dalla sapiente penna di Giulietto Chiesa solamente perché ne sarebbe uscita una tirata da annoiare perfino il più coriaceo degli spettatori pseudo-intellettuali. Con Rodriguez, invece, ci si diverte, la sua giostra sa creare sapientemente quel vuoto d’aria capace di darti l’ebrezza e non il voltastomaco. Ma il risultato non cambia.

A combatterli, oltre all’invincibile Machete – una specie di Batman di frontiera con i baffi a manubrio al posto della mascherina – una sorta di Che in gonnella, che più che diritti e pace sociale invoca la rivolta per la redistibuzione del reddito, celandosi dietro il nome di un’eroina pasdaran che vive solo nella testa di chi ci crede. Insieme a lei i poliziotti, una di loro in particolare, appendici di un Stato che “c’è la legge, ma c’è prima ciò che è giusto”, alla faccia dei politicanti corrotti e delle loro macchinazioni.

Democratici (a cui non si risparmiano stoccate) contro repubblicani, Obama contro Bush, l’ingenua baldanza dei poveracci contro l’ottusa protervia del potere. Certo, si dirà, lo scontro finale non si sarebbe risolto con una allegra carneficina se a gestirlo fosse stato l’attuale presidente. Che forse avrebbe preferito la strada di un seria e folgorante mano tesa per interposto Youtube. Ma la licenza poetica, emanazione stessa di un film nel quale l’eccesso è la regola (forse per questo la Alba, che si è fatta digitalizzare l’unica scena di, pudico, nudo rimanendo in intimo, sembra un pesce fuor d’acqua) è evidente.

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